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Intervista a Colapesce (stavolta – davvero – sul rap italiano)

02-09-2013 Marta Blumi Tripodi

Intervista a Colapesce (stavolta – davvero – sul rap italiano)

Come ormai tutti saprete, da un paio di giorni infuria in rete una polemica feroce contro Colapesce, giovane cantautore tra i più apprezzati della sua generazione. La ragione è un’intervista rilasciata a Repubblica.it, subito schizzata in cima alla classifica di visualizzazioni del sito, in cui esprime delle posizioni quantomeno controverse sul rap italiano e sul suo valore. Sia gli artisti che i semplici appassionati hanno voluto replicare alle sue affermazioni con grande energia, spesso sfociando anche nell’insulto, e la discussione non accenna a placarsi. Nel sentire comune, ormai, mc e cantautori sono due categorie sempre più spesso assimilate (vedi ad esempio il concorso che stiamo patrocinando, Genova Per Voi, che è dedicato ai songwriter ed è riservato proprio a queste due categorie) e il discorso rischia di farsi molto più ampio e complesso di quello che traspare dalle poche righe di un’intervista telefonica pubblicata su un quotidiano generalista. Ragion per cui abbiamo pensato di raggiungere via mail il diretto interessato e di chiedergli di spiegarci un po’ meglio il suo punto di vista sulla questione, in modo che tutti possano farsene un’idea più chiara e scegliere se condividerlo tutto, in parte o per niente.

Blumi: Ti aspettavi di sollevare tutto questo polverone con quell’intervista?

Colapesce: Assolutamente no, tra l’altro l’intervista è stata principalmente sul Nuovissimo Canzoniere Italiano. Alla fine il giornalista mi ha chiesto cosa ne pensassi del rap da classifica ed io ho risposto che certo rap/hip hop mainstream mi sembra terribile, sia nell’immaginario che nel lessico. Ma non era un invettiva contro il genere, lo penso anche di moltissimi cantautori indipendenti o da classifica. Prima di essere un musicista sono un fruitore libero, che può dire la sua su quello che ascolta.

B: Da media specializzati in hip hop ogni tanto si ha l’impressione che molti media generalisti, in questo periodo, sollevino l’argomento rap italiano sapendo che i suoi protagonisti e gli addetti ai lavori prendono sempre molto a cuore la questione, e quindi inevitabilmente la polemica monta in rete e le visualizzazioni dell’articolo salgono. Può essere successo qualcosa del genere anche nel tuo caso, secondo te?

C: Non credo che sia in atto una cospirazione per sfruttare il momento d’oro del rap italiano, credo però che il giornalismo su Internet stia diventando sempre di più la gara a chi spara il titolone più clamoroso, quello che fa più scena se condiviso su Facebook e Twitter. Mi sembra che ormai si tenda ad approfondire sempre meno, che spesso in certi articoli ci si fermi proprio al titolo per poi correre sui social a condividere opinioni che niente hanno a che fare con i contenuti. Solo per dimostrare di esserci e avere un ruolo nella polemica del giorno.

B: Come dici nella tua intervista, le parole sono importanti. Quindi, chiariamo una volta per tutte e senza filtri o intermediari: qual è la tua opinione sul rap italiano? Su Facebook hai scritto che c’è una larga fetta di rapper che in realtà ascolti e apprezzi, e che consideri addirittura dei fuoriclasse, oltre al già nominato Rancore…

C: Io sono prima di tutto, come ho già detto, un appassionato di musica, mi piace ascoltare mille cose diverse, di qualsiasi genere, da sempre. Per questo non sono mai stato davvero a mio agio neanche con la bandiera del cantautorato: nella mia vita ho ascoltato più gli Slint o i Wilco che De Gregori. Sono sempre stato curioso e attratto soprattutto dalle cose che non conosco e in qualche modo è proprio questo aspetto ad avermi colpito in alcune delle reazioni al mio articolo da parte di esponenti del mondo del rap italiano: il rap per me è prima di tutto musica, non serve essere un fervente conoscitore della cultura hip hop per avere un’opinione su un qualcosa che è comunque costruito nello stesso identico modo in cui si costruisce una canzone. Si parte dal ritmo, dalla base, passando per le liriche e in alcuni casi anche per le melodie. Quando stroncano il mio disco non è che mi metta ad accusare il recensore di non conoscere le note, o le nozioni tecniche della musica. Non mi è mai passato in mente di rispondere a una recensione facendo intendere che il critico non potesse esprimere le sue valutazioni perché magari non ha mai passato un minuto della sua vita in studio di registrazione o non è capace di cogliere le differenze tra Dente e Neil Young. Eppure questo con l’hip hop succede sempre: la prima accusa che ti muovono è quella di non poterne parlare, di non potere esprimere la tua opinione, perché non sei “interno alla scena”. Io non sono interno a nessuna scena, ascolto tutto, m’informo e mi faccio delle idee, idee che prima di tutto si riflettono nei miei gusti personali. Ho ascoltato molto le produzioni della Anticon, come tutti ho avuto la fase Public Enemy e quella Beastie Boys, apprezzo alcune produzioni moderne che in qualche modo hanno radici nell’hip hop come The Weeknd, Frank Ocean, o The Child of Lov anche se quello del rap non è mai stato il mio mondo, e non ho problemi ad ammetterlo. Ho sentito alcune cose di Rancore e Dj Myke, mi hanno incuriosito e sono anche andato a sentirli dal vivo. So benissimo che non sono gli unici e che ce ne sono altri meritevoli, più o meno tutti i nomi che sono stati fatti da quelli che hanno capito il senso delle mie parole. I vari Mecna, Ghemon e compagnia bella. Fortunatamente so ancora riconoscere le differenze che ci sono tra un pezzo dei Sangue Misto e uno di Fedez.

B: Affermi anche che chi canta ha sempre la responsabilità di ciò che dice, soprattutto se gli ascoltatori sono molto giovani, come nel caso del rap. Non trovi però che sia un discorso un po’ limitante? Se facessimo lo stesso ragionamento applicandolo alla letteratura, ad esempio, Bukowski, Hunter S. Thompson e perfino Francis Scott Fitzgerald e Salinger non avrebbero avuto vita molto facile, ai loro tempi. Stesso discorso potrebbe valere per il cinema. Perché la musica dovrebbe in qualche modo autocensurarsi e moralizzarsi, e perché dovrebbe farlo proprio il rap più di tutti gli altri generi?

C: Assumersi le responsabilità non vuol dire moralizzarsi o fare ricorso all’autocensura. Ognuno è libero di scrivere e cantare, o rappare, tutto quello che vuole, così come chi ascolta è libero di farsi delle idee e sviluppare delle opinioni. Fa parte del gioco. Quello che non accetto è la presunzione di infallibilità che hanno certi rapper, quelli che non reagiscono bene alle critiche e non accettano che qualcuno possa risultare infastidito dalle loro rime controverse. Ripeto, puoi scrivere e cantare quello che vuoi, ma non devi nasconderti dietro formulette di rito: mi piacerebbe sapere se davvero Gué Pequeno, o altri come lui, si rendono conto del valore delle loro parole e dell’effetto che potrebbero avere su chi le ascolta. Quando il confine tra io narrante e personaggio è così labile secondo me bisogna stare attenti. Tu fai video con le tipe che ti leccano le scarpe? Bene, è una tua scelta, ma io sono libero di pensare che tu sia un’idiota e una persona orrenda se poi non fai nient’altro per dimostrare il contrario. (Per amor di precisione specifichiamo che nel video de Il drink e la jolla a farsi leccare le scarpe è Ntò e non Gué, ndr) Jake la Furia non è Jack Kerouac, perdonami. Non sono cresciuto con modelli letterari o cinematografici ispirati alla Democrazia Cristiana. Nessuno censura nulla, però ci sono modi e modi di dire le cose “L’amore è un cane che viene dall’inferno” è diverso” da “Usciamo fuori a cena e pago sempre io vuole la parità dei sessi ma col portafoglio mio”.

B: Altra affermazione che ha punto sul vivo gli ascoltatori di rap è quella sulla povertà linguistica dei testi, cosa che in realtà la maggior parte delle volte non è affatto vera. Cosa differenzia un cantautore da un rapper e fa sì che, per un misunderstanding molto comune, i testi di un cantautore siano poesia, mentre i testi di un rapper siano ritenuti da molti semplice materiale da classifica?

C: Mi riferivo sempre a quel “certo rap” da classifica e ti posso tranquillamente confermare che i contenuti di alcuni rapper sono di gran lunga più interessanti e intensi dei testi di alcuni cantautori; ma non sempre, me lo sottolinei anche tu nella domanda. Ovviamente parlo sempre dal punto di vista testuale: per quanto riguarda l’aspetto inerente alla produzione sonora (basi, tecniche di registrazione, loop etc.) è anni luce lontana dalla mia estetica musicale, ma non me ne potete fare una colpa. Uno deve poter esprimere la sua senza beccarsi del figlio di troia, frocio, etc.

B: Ultima affermazione che ha lasciato un po’ spiazzati è quella su Gué Pequeno in classifica che ti fa vergognare di essere italiano. Oltre ad aver scritto pezzi come Business e PES, però, Gué è stato anche autore di veri e propri capolavori del rap italiano, e tuttora firma strofe eccezionali. Perciò ti chiedo molto sinceramente: conosci la sua produzione nella sua globalità o quello che hai detto era riferito a qualche pezzo (o qualche verso) in particolare che ti ha dato fastidio?

C: So benissimo che Gué Pequeno è stato ed è una figura importante nella storia del rap italiano, so che ha uno stile innovativo, che ha fatto scuola, ed è tecnicamente molto bravo. Ma non è solo la tecnica o il background a fare il musicista: John Petrucci dei Dream Theater è un chitarrista bravissimo, ma a me fa schifo. Kevin Shields probabilmente non conosce le note e non sa fare un assolo, ma ha cambiato la storia della musica fatta con le chitarre elettriche. Gué Pequeno e i Club Dogo negli ultimi anni hanno fatto una scelta, hanno eliminato quasi totalmente una parte della loro poetica per farne emergere un’altra, quella interamente basata su coca, mignotte, champagne, frasi fatte e locali notturni. Ed è così che hanno avuto e stanno avendo successo. Scelta legittima, ma io trovo che quelle cose siano noiosissime e poco interessanti. Per esempio io amo Lou Reed, ma preferisco ricordami il Lou Reed di Berlin e Transformer e non quello di LULU con i Metallica. Per esempio, amo De Andrè in tutte le sue forme ma il disco con la PFM l’ho trovato sempre terribile, l’ho pure scritto da qualche parte, ma a memoria non ricordo orde di integralisti che mi hanno dato del frocio. Guè cantava “sul sedile posteriore penso a modi per far soldi”: direi che c’è riuscito, buon per lui. Le parole sono importanti, appunto.

B: Al giorno d’oggi i rapper vengono spesso etichettati come “i nuovi cantautori”. Secondo te è un paragone che ha senso o si tratta di due categorie che non hanno molto in comune?

C: Chiunque scrive e canta i suoi pezzi per me è un cantautore, anche se preferisco l’espressione americana songwriter, è meno compromessa e politicizzata. In comune abbiamo tantissime cose, a parte la giovane età: in primis, un paese che ci ha abbandonato. Visti dall’estero siamo uno stivaletto Hogan paillettato di cattivo gusto. Abbiamo un disagio comune, che raccontiamo con linguaggi diversi, spesso agli antipodi, ma si parla della stessa cosa, siamo pessimisti, ci lamentiamo perché vorremmo vivere in un posto migliore, siamo spesso individualisti ed egocentrici, quasi tutti abbiamo Instagram, il 90% avrà sicuro l’ansia, ci piace Banksy e probabilmente da piccoli ci siamo emozionati con il pezzo di chiusura di Philadelphia. E poi Neil Young è della nostra squadra! (Scherzo, meglio specificare).

B: Chi ascolta rap di solito percepisce i cantautori contemporanei come artisti un po’ snob e radical chic, volutamente criptici o arzigogolati per fare i superiori. Ci fai i nomi di qualche cantautore interessante da ascoltare e che potrebbe far cambiare questa opinione diffusa?

C: Chi ascolta rap spesso ha tanti preconcetti su molte cose, così come chi ascolta i cantautori. Ecco, vedi, il preconcetto è l’ennesima cosa in comune. I primi che mi vengono in mente: Massimo Volume, I Cani, Alessandro Fiori, Dimartino, Baustelle, Offlaga Disco Pax. E mi rendo conto che molti di questi più che cantautori sono un’altra cosa ed è questo il punto: certe definizioni vogliono dire tanto e non vogliono dire niente.

B: Su Facebook dici che basarsi sul successo delle classifiche per decretare il valore di un genere musicale non ha senso, perché gli italiani come massa hanno dimostrato di non saper prendere delle buone decisioni, sia in politica che in musica che in molti altri ambiti. Ed effettivamente è così, però questo vuol dire che l’arte vera, quella che vale e rimane nel tempo, è destinata a non avere mai un vero e proprio successo di pubblico?

C: No, non penso affatto questo. Credo che ogni riconoscimento debba essere valutato nel contesto giusto. Se fai musica sperimentale – ovviamente non sto parlando di me – scegli di rivolgerti a una nicchia e non puoi pensare di fare i numeri di Laura Pausini. Ma non sopporto le dinamiche del “chi cazzo sei tu”: non è che non puoi esprimere il tuo parere solo perché vendi meno, e non sono le vendite a fare la qualità. Non deve mai passare il messaggio che la massa detiene la verità. Il primo album dei Velvet Underground fu un flop colossale, ma la gente lo ascolta ancora adesso: non si può dire lo stesso per molta gente che ha sbancato le classifiche. Storicamente le innovazioni partono dal basso e lo Stato, le radio, tutti i network in generale dovrebbero fare più attenzione alle nicchie. In Francia è così, in Inghilterra è così, in Germania è così. In Italia ci dicono che il futuro è nelle nostre mani e lo dicono mentre ci stanno legando a una sedia e abbassando le tapparelle del salotto. Pensa ai prigionieri incatenati di Platone: vedono solo le ombre che il fuoco proietta sul fondo della caverna che è davanti a loro; scambiano le ombre per la realtà delle cose.