Zoda: l’intervista

by • 19/07/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Zoda: l’intervista698

Che il rap sia diventato il linguaggio universale degli adolescenti degli ultimi dieci anni, ormai, è chiaro a tutti. Ma questo porta anche a cortocircuiti strani. Ad esempio, può succedere che un ex YouTuber – altra febbre che ha contagiato l’Italia a scoppio ritardato e che negli anni ha creato dei veri e propri idoli mediatici – già innamorato del rap per i fatti suoi, a un certo punto decida che è il linguaggio perfetto per esprimere musicalmente la sua creatività. E che i risultati siano così convincenti da portarlo addirittura a lanciarsi nella pubblicazione di un album. E’ il caso di Zoda: sotto i riflettori fin da giovanissimo (oltre alla sua attività di videomaker, è un attore di cinema e tv con una carriera iniziata quando ancora andava a scuola), sembra aver trovato nel rap la sua vera strada, un po’ come è successo a tanti altri giovanissimi personaggi del mondo dello spettacolo all’estero, dai figli di Will Smith, Jaden e Willow, a scendere. Lo abbiamo incontrato in Sony alla vigilia dell’uscita del suo primo album, Ufo, curiosi soprattutto di capire cosa spinge un ragazzo che apparentemente ha già tutto a lanciarsi in un ambiente competitivo e per certi versi non sempre piacevole, rilassato e accogliente come la scena rap italiana. (Continua dopo la foto)

Foto: Instagram

Blumi: Hai raccontato che quest’album arriva dopo parecchi anni difficili, in cui ti sei allontanato non solo dalla musica ma anche dalla tua attività di YouTuber e attore. Ci racconti meglio?

Zoda: È stato il bisogno di salvarmi a spingermi a mollare tutto: stavo vivendo così tante situazioni difficili a livello personale, familiare e lavorativo che non ce la facevo più. Ma da una parte era anche inevitabile, perché a un certo punto ero vincolato da un contratto che di fatto non mi permetteva più di lavorare con chi volevo, e quindi non potevo fare altro che stare fermo a fissare un muro e piangermi addosso. Questa situazione, però, mi ha fatto capire che la vita, anche alla mia età, non è sempre rose e fiori: i momenti difficili vanno gestiti. Mi sono isolato per capire meglio sia cosa stava succedendo dentro di me, sia per poter comprendere di più il mondo fuori, e mi è servito parecchio per crescere e decidere cosa volevo fare.

B: Essere un adolescente perennemente al centro dell’attenzione, un vero professionista dello spettacolo, è stato facile per te?

Z: Ho iniziato a fare video a tredici anni, da solo, quando YouTube in Italia era ancora una piattaforma quasi per niente sfruttata per queste cose. Io, e i pochi come me, eravamo degli scappati di casa che si piazzavano davanti a una videocamera per esprimere noi stessi raccontare quello che succedeva intorno a noi, e tutti ci prendevano per pazzi. Per fortuna, però, con il tempo la mia credibilità è cresciuta e ho dimostrato che avevo ragione a “perdere” il mio tempo in questo modo: la popolarità sul web mi ha permesso di girare pubblicità, un film, una serie per Mtv… (Il film è Game Therapy e la serie tv DRIVECLUB, ndr) All’inizio era una vera e propria passione e tutto sembrava fighissimo, solo che quando poi diventa un lavoro con tutti i suoi pro e contro, come capita spesso, l’entusiasmo iniziale finisce. Anche per questo ho cominciato a coltivare altri interessi: attività più creative, che mi davano la sensazione di cambiare un po’ aria.

B: Ed è qui che è arrivato il rap. Ma l’hip hop e il videomaking hanno qualcosa in comune?

Z: La creatività e l’inventiva, sicuramente. Tutto ciò che è artistico ha la stessa valenza, per me, anche se ovviamente poi la bellezza sta nell’occhio/nelle orecchie di chi guarda e ascolta. Se il messaggio è genuino, credo che non importa con che mezzo scegli di esprimerlo. Inoltre, in un certo senso sono linguaggi simili: la produzione di un beat, il montaggio di un video o scrivere una strofa incastrando le rime sono attività che hanno molti aspetti simili, secondo me.

B: Consideri la musica – e in particolare la musica urban – come una tappa del tuo percorso creativo o come la destinazione finale?

Z: La destinazione finale è la morte! (Ride come un matto mentre tutti facciamo gli scongiuri, ndr) Fino a quel momento, vorrò sperimentare più cose possibili. Sono aperto a qualsiasi ambito, purché sia artisticamente interessante. Mi piacerebbe molto approfondire di più il cinema: non solo come attore, ma anche come sceneggiatore. E avendo solo ventitré anni e tanta strada da fare, penso/spero di riuscire a fare un film tutto mio, prima o poi. Però, per adesso, la musica è la mia attività principale. (Continua dopo il video)

B: Come hai iniziato e imparato a fare rap, a proposito?

Z: Con tantissimi tentativi in cameretta, innanzitutto: ci sbatto tanto la testa, perché sono agli inizi e non ho ancora la conoscenza musicale che hanno tanti altri che invece lo fanno da anni. Ho sempre avuto amici appassionati di hip hop, però: alcuni erano writer, altri ballavano la breakdance, e insieme andavamo alle jam della mia zona. All’inizio ero un semplice ascoltatore – ho sempre adorato Tyler the Creator, Joey Bada$$, A$ap Rocky, Lil Peep, ma anche Salmo e Fabri Fibra – ma dopo quelle jam mi veniva naturale provare a scrivere, sull’onda dell’entusiasmo. È un ambiente che mi ha formato e mi ha condizionato molto.

B: La tracklist dell’album è molto corta: solo sette tracce…

Z: Molte sono finite direttamente nel cestino! (ride) Quando è uscito il mio primo singolo, Balla, avevo già scritto e registrato parecchi pezzi, ma poi col passare del tempo molti non mi piacevano più perché sentivo di essere migliorato, nel frattempo. Alla fine ho deciso che un album da quindici tracce sarebbe stato dispersivo e anche un po’ strafottente: il mio debutto doveva essere un lavoro piccolo, ma curato e fatto bene.

B: Ti preoccupa un po’ la reazione della gente, considerando che prima molti dei tuoi fan ti conoscevano e ti ammiravano in tutt’altra veste?

Z: No, assolutamente, la vivo con molta serenità. Forse anche perché vivo a contatto con il pubblico da talmente tanto tempo che ci sono più abituato, rispetto a tanti miei coetanei che magari lo provano per la prima volta. Sono felice e non vedo l’ora di incontrare la gente per sapere cosa ne penserà questo disco, che è il culmine di un percorso cominciato due anni fa.

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