Ye: la lucida follia di Kanye West

by • 08/06/2018 • Articoli, Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Ye: la lucida follia di Kanye West483

Pusha-T, A$AP Rocky, Kanye West. Cos’hanno in comune questi tre artisti? Oltre al fatto che Kanye compare in due dei loro ultimi lavori, i tre rapper sono riusciti nel giro di poche settimane a ridare alla scena rap mainstream americana una direzione che mancava da tempo. Dopo queste tre uscite forse è di nuovo possibile sperare in sviluppi creativi per un panorama musicale a dir poco piatto. Il rap è in crisi di idee; Push, Rocky e Yeezy hanno elaborato tre modi diversi di uscire dall’empasse guardando avanti, senza chiudersi nelle logiche imperanti del “Mass Appeal” (“A lot of rappers be like one time wonders / Couldn’t say a fly rhyme if there was one right under”, direbbe con uno che ne sapeva). Chiacchiere a parte, Kanye West è finalmente tornato sulle scene dopo aver fatto parlare molto di sé  con un disco controverso, disturbato e delicato. Vediamo perché.

Un disco universale?

“I believe ‘ye’ is the most commonly used word in the Bible, and, in the Bible, it means ‘you,’ so it’s [saying] “I’m you, I’m us, it’s us.” It went from being Kanye, which means the only one, to just ye – just being a reflection of our good, our bad, our confused, everything, that I’m just more of a reflection of who we are, just as beings.”

Già con la scelta del titolo, Kanye vuole dirci qualcosa: la sua intenzione è quella di fare un disco universale; ci vuole mostrare il mondo attraverso i suoi occhi togliendo qualsiasi freno o resistenza dovuta a moralismi o allo spauracchio del politicamente corretto. Quello che finisce per fare, invece, è mostrarci il mondo attraverso le lenti di un disturbo psichico (ne abbiamo parlato qui), il che rende tutto ancora più interessante. Il punto di vista di Kanye è situato, e proprio per questo può dirci qualcosa di rilevante sul mondo e sulla sua arte. In quanto lucidamente “pazzo”, Kanye si trova in una posizione di vantaggio epistemico quando osserva le strutture mentali e sociali, e proprio alla luce di questo faremmo bene a non sottovalutare quello che fa, che dice e che produce.

Di fronte alle ultime opere di Kanye, capita che venga da farsi la fatidica domanda: è arte o è una cagata pazzesca? Il suo estro si muove spesso sul sottile crinale che divide innovazione e caduta di stile. Un cammino rischioso ma necessario se si vuole mettere in discussione i perimetri della consuetudine. In The Life of Pablo Kanye forzava le strutture della forma canzone e del citazionismo, mentre in Ye, pur ritrovando una forma compositiva ordinata e curata nel dettaglio, prende di mira le barriere del linguaggio e dei topoi psichici. Provate a stare comodi sulla sedia ascoltando I Thought About Killing You, finirete con lottare internamente contro il vostro stesso conformismo.

Una delicatezza inaspettata

Già con la prima traccia veniamo traghettati alle porte di un mondo distorto, come può essere la mente di un genio bipolare. Entriamo e scorgiamo la fama, le donne e il sesso, Drake, le manie di onnipotenza e qualche punchline divertente, farmaci e fragilità. Sì perché Ye è un disco pieno d’amore, un sentimento disfunzionale e alterato, d’accordo, ma sempre di amore si tratta. C’è una certa delicatezza che innerva questo lavoro, che è poi la cifra che convince di più nelle produzioni del disco: un uso talmente misurato dei campioni da riuscire a reggere tanto il beat minimalista con hi-hat trap di All Mine quanto le distorsioni xanny e le incursioni accelerazioniste di Ghost Town (forse la traccia più “densa” dell’album, che vede la partecipazione di John Legend, Kid Cudi e la talentuosa 070 Shake)

Insomma, Kanye sa quello che fa. Ad esempio, ricordate le polemiche sulle dichiarazioni riguardo alla schiavitù? Yeezy affronta la questione in Wouldn’t Leave e la sistema proprio in apertura di traccia, con tre barre, così:

“They said, “Build your own” – I said, “How, Sway?”

I said, “Slavery a choice” – they said, “How, ‘Ye?”

Just imagine if they caught me on a wild day

Infine dicevamo di Drake. Lo spettro del rapper canadese viene evocato un paio di volte nel corso del disco, quando Kanye torna sulla controversia con Pusha-T di cui si è tanto parlato negli ultimi giorni. In entrambe le occasioni, Yeezy lo affronta e lo rimette al proprio posto con mano ferma. Prima in Yikes:

I hear ya’ll bringin’ my name up a lot

Guess I just turned the clout game up a notch

See, y’all really shocked but I’m really not.

E poi in No Mistakes:

These two wrongs’ll right you

[…]

Too close to snipe you

Truth told, I like you

Too bold to type you

Too rich to fight you

Calm down, you light skin

 

Nuove prospettive

In Ye c’è il solito Kanye gradasso e innamorato, che è capace di far gridare allo scandalo e poco dopo mettersi a cantare l’amore per la propria donna (Bound 2, anyone?). La vera novità, qui, è un ordine ritrovato. Messo da parte il decostruzionismo da mash-up maniacale di TLOP, abbiamo qui a che fare con uno Yeezy lucido nella sua follia. Il pubblico e le riviste tentano da tempo di irregimentare la sua vena creativa in schemi politici e mediali a loro conosciuti e, da sempre, Kanye vi si sottrae. Il motivo è presto detto: se si cerca di interpretarlo attraverso le lenti della norma non si troverà altro che un personaggio sopra le righe, ma in questo caso saremmo noi a perderne. Ye non sarà forse il massimo che ci possiamo aspettare da uno del suo calibro, ma è comunque una buona prova e un segnale di auspicio per il futuro.

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