Warrior King: l'intervista

by • 27/10/2006 • IntervisteComments (0)448

Lo scorso 18 ottobre noi di Hotmc.com abbiamo avuto modo di intervistare il grande cantante roots Warrior King. La sera stessa il cantante si è esibito in un grande concerto al Rolling Stone di Milano, al fianco di Tony Rebel e Queen Ifrica. Ecco quello che ci ha risposta questo simpatico e disponibilissimo artista.

Haile Anbessa: Warrior King è un vero piacere averti qui in Italia! E’ la tua prima volta o ci sei già stato?

Warrior King: Prima di iniziare vorrei ringraziare l’onnipotente Jah Rastafari per il fatto che voi siete qui con me in questo momento. Jah benedici il mio intervistatore e benedici me. Fammi rispondere sempre correttamente e nel tuo nome. Dunque, sì sono già stato in Italia.

M.: Ti piace il nostro paese e la sua gente?

W.K.: L’Italia mi piace moltissimo così come la sua gente. L’Italia mi interessa molto perché è ricca di storia. Sai Italia ed Etiopia, la nostra terra ancestrale, sono legate da un profondo legame storico. Un passato di colonizzazione ma ora è tutto finito.

H.A.: Quando hai iniziato a cantare?

W.K.: Fin da giovanissimo. Sai sono cresciuto in campagna, a Clarendon, a stretto contatto con la natura e gli animali. La musica è un elemento naturale di questa realtà. Mi piaceva cantare da solo osservando gli animali. Musica molto semplice. Poi, per sentire nuova musica, mi sono spostato in città, a Kingston. A quel tempo mi piaceva molto Bounty Killer e così agli inizi mi facevo chiamare Bounty Junior.

H.A.: Quindi il tuo primo nome è stato Bounty Junior?

W.K.: Sì. Poi sono passato a Junior King e alla fine Warrior King.

H.A.: Quanti anni hai?

W.K.: Ventisette anni. Sono nato il 27 luglio 1979. Lo stesso mese in cui è nato Sua Maestà Haile Selassie I.

H.A.: Quali sono i tuoi miti musicali?

W.K.: Naturalmente Bob Marley e poi Peter Tosh, Dennis Brown, e Garnett Silk. Da ognuno di loro prendo esempio e ispirazione.

H.A.: Nelle tue canzoni dai sempre molta importanza alla figura della donna. Perché?

W.K.: Perché la donna è la madre. È la figura più importante nella vita di un uomo, dall’infanzia fino alla vecchiaia. Bisogna amare e rispettare le donne. Se il mondo fosse nelle loro mani avremmo certamente un mondo migliore. Non bisogna mai tenere in disparte le donne ma sempre al nostro fianco, per farci aiutare e consigliare. Sono creature molto forti! E poi ce lo ha mostrato anche Sua Maestà. Quando è stato incoronato Imperatore il 2 novembre 1930 al suo fianco c’era sua moglie.

H.A.: Ora raccontami cosa significa per te Rastafari.

W.K.: Innanzitutto amore. Haile Selassie I appartiene alla più antica dinastia che si conosca, discendente direttamente da re Salomone e dalla regina di Saba. Rastafari è anche giustizia nel suo più alto grado, uguaglianza e disciplina.

H.A.: E cosa ne pensi di quelle persone che durante i concerti urlano “Jah Rastafari” senza neanche sapere perché?

W.K.: E’ vero. A volte rimango stupito quando dal palco vedo persone che urlano il nome di Dio e poi si abbandonano a comportamenti assolutamente sbagliati. In ogni caso urlare il nome di Jah con gioia è una gran cosa. Dà sollievo all’anima. È anche un modo per venerarlo e diffondere il suo messaggio. C’è scritto anche nella Bibbia.

H.A.: I dreadlocks cosa rappresentano nella dottrina Rastafari?

W.K.: Hai fatto benissimo a chiedermelo. I dread sono sacri! Sono un pegno del patto che si instaura con Jah quando si decide di seguire la sua via di bene e giustizia. È un po’ come un anello di fidanzamento. Quando lo vedi alla mano di una donna sai che lei appartiene ad un altro uomo. Allo stesso modo i dreadlocks segnalano al resto del mondo che sei un Rasta. Non è una stupida moda! Comunque tutti possono portare i dread o la barba ma ciò non fa di te un Rasta. La cosa più importante è come vivi e ti comporti tutti i giorni della tua vita. In Giamaica ci sono un sacco di persone che portano i dread e si sparano addosso o uccidono i propri fratelli. Questi non sono Rasta! I dreadlocks servono anche per ricordarti sempre chi sei e tenerti quindi lontano da Babilonia, cioè il male.

H.A.: Vedo che tu tieni i tuoi dreadlocks coperti. Appartieni alla congregazione dei Bobo Dread?

W.K.: Sono in primo luogo un Rasta. Rappresento Jah Rastafari ovunque io vada quindi sono sia Bobo, sia Nyabinghi, sia delle Dodici Tribù. Io apprendo qualcosa da tutte queste congregazioni. E’ un po’ come andare a scuola. Non si può imparare solo la matematica. Per formarsi una cultura completa ed efficace bisogna imparare anche la chimica, le lettere, la storia e la filosofia. La frammentazione e la separazione non portano mai nulla di buono. Bisogna unirsi non dividersi!

H.A.: Un’ultima domanda. Perché secondo te al giorno d’oggi si ascolta solamente la dancehall e si sta sempre più abbandonando il conscious roots?

W.K.: Non è proprio così. Questo si verifica soprattutto in Giamaica ma nel resto del mondo io vedo sempre molta gente ai miei concerti, ad esempio. La gente ama e ha bisogno del roots. Ma il roots ha un potere incendiario, capace di svegliare e sollevare le masse. Proprio per questo motivo il sistema politico oscura il roots e promuove altri generi meno impegnati.

H.A.: Grazie mille per la disponibilità Warrior.

W.K.: Grazie a te. Vorrei chiudere con una preghiera. (Recitiamo un salmo all’unisono).

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