Viola Violi: l’intervista

by • 24/03/2020 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Viola Violi: l’intervista763

R’n’b, soul, jazz, hip hop e molto altro: nel disco d’esordio da solista di Viola Violi c’è tanto, tantissimo, a livello di influenze e inclinazioni. Dopo una lunga militanza con la band Inna Cantina, la cantante e autrice toscana si lancia nel proprio percorso con Alma, un disco intenso, ricco e variegato, ma soprattutto molto personale. L’abbiamo incontrata (virtualmente, s’intende) per chiederle qualcosa sulle origini del progetto, sul perchè del titolo, e su cosa sia cambiato nel suo metodo di lavoro, rispetto agli anni del gruppo.

Riccardo Primavera: Alma è il tuo primo progetto solista, dopo aver trascorso 4 anni sui palchi di tutt’Italia ed Europa con la band Inna Cantina. Cosa ti ha spinto a lanciarti nell’avventura solista? Quali nuovi sfide hai dovuto affrontare?

Viola Violi: Ho sempre voluto fare un disco tutto mio; sebbene con gli Inna Cantina fossi coinvolta nella scrittura, non potevo certo imporre le mie idee o il mio suono a quello di tutta la band. In più i miei pezzi sono davvero molto personali, quindi insomma era abbastanza “scontato” (per me stessa, ma credo anche per gli Inna) che sarei uscita con un progetto solista prima o poi. Le sfide sono state tante, perché non ero più parte di un gruppo, o di un progetto: il mio progetto sono io. Ho cercato di impostare tutto il lavoro prima di andare in studio, ho lavorato tanto sulle pre-produzioni e su come cantare ogni nota. Forse anche troppo, sono un po’ maniaca (ride). La nuova sfida sarà andare in studio un po’ più leggera!

R.P.: Nel tuo curriculum troviamo anche diversi lavori legati al mondo dell’orchestra, sia come compositrice che come direttrice. Com’è confluita questa tua formazione in Alma, un disco fortemente legato alla black music?

V.V.: Io mi rendo conto che ascoltando il disco possa venire in mente la black music, ma non ho mai pensato di voler fare un disco “black”. Quando scrivo non penso a quale genere sto affrontando, mi concentro su melodia, accordi e groove come se non conoscessi neanche uno stile, scrivo e basta. Per esempio Non ti perdere è un brano che avevo scritto per una Combo (cioè una formazione più ridotta rispetto all’orchestra) anni fa: all’inizio era in inglese e c’erano molti fiati, l’arrangiamento era più serrato, i colori più jazzy. Alla fine ho sostituito le parole, snellito la parte musicale e ne è uscito un pezzo dal sapore più pop. Diciamo che aver studiato “Arrangiamento e Composizione” (sia a Roma e soprattutto al Codarts di Rotterdam) mi ha dato tanti spunti su come “colorare” la musica e come non imporre mai limiti o definizioni troppo strette al materiale musicale/compositivo. In fondo, Bob Marley scriveva “Bob Marley”, non “scriveva Reggae”, secondo me!

R.P.: Il titolo del progetto è dedicato ad Alma Mahler, figura interessantissima e controversa, la cosiddetta “vedova delle quattro arti”. Cos’è che ti ha affascinato del personaggio? In che modo ha ispirato il tuo lavoro?

V.V.: Sono capitata su Alma ascoltando una delle sue composizioni, che ha ispirato il ritornello del pezzo Alma, e poi quando ho letto la sua storia mi sono innamorata. Secondo me rappresenta, come dico spesso, ogni donna (ma anche ogni uomo) che su questo mondo abbia cercato qualcosa, anche solo il senso della propria esistenza. Pensavo a come doveva essere la sua vita, a Vienna, in un momento di assoluto fervore artistico, essere donna, divorziata quattro volte, desiderata da tutti. Non deve essere stato facile, secondo me nel 2020 Alma sarebbe una star, una Pop Star gentile e intelligente, con una vita “al massimo”.

R.P.: A livello sonoro, in Alma abbracci moltissime sfumature – dal jazz al soul, passando per il funk e il rap più puro. Si tratta di generi musicali dal background importante, ma che in Italia faticano a fare breccia con il grande pubblico. Secondo te qual è la ragione dietro questo mancato boom?

V.V.: Secondo me negli ultimi anni si sta ricominciando a portare queste sonorità dentro al cantautorato, se pensiamo a Pino Daniele o Lucio Dalla, in fondo l’abbiamo sempre fatto. Il mercato però è imprevedibile, le mode cambiano e questo tipo di musica forse si è un po’ perso… ma niente paura, tornerà!

R.P.: Hai scritto e prodotto l’intero disco: una figura, quella del cantante/produttore, davvero rara in Italia, soprattutto con un progetto di questa caratura. Qual è la sfida più stimolante, la scrittura o la composizione? E perchè?

V.V.: Allora, in realtà non ho prodotto io il disco, ma la LDM, che poi è la mia “famiglia” in ambito musicale, con cui ho un accordo di management. Scritto si, anche se ho lavorato sempre accanto ad altre persone, prima per le pre-produzioni e poi in studio, con il grande Stefano Maura. Scrivo e compongo da sola e poi mi lascio influenzare o suggerire, tanto il suono sta nella mia testa, la sfida è saperlo comunicare. Ogni pezzo è un mondo a sé, la sfida è vinta quando sentendolo finito pensi “Oh, si! Questo volevo…!”.

R.P.: Il disco si chiude con un pezzo atipico, con le sonorità trap, ma dalle liriche molto lontane da quelle che caratterizzano il genere. Spesso in Italia una donna sembra dover lavorare il doppio per ottenere della credibilità con musica di questo tipo: come ti sei sentita di fronte a questa sfida? Cosa faresti per cambiare questa percezione purtroppo tipica di gran parte del pubblico italiano?

V.V.: Io vedo tante donne che fanno le cantanti, anche molto famose e “potenti”, italiane e non, e a loro mi ispiro, parlo di quello in cui credo e non di quello “che vende”. Avere un buon prodotto, saperlo vendere e sapersi confrontare con un mondo prettamente maschile non è facile, in nessun ambito, gli uomini hanno più potere quasi ovunque, ma credo che piano piano ci rimetteremo totalmente in pari, anzi, li asfalteremo (ride), scherzo ovviamente.

R.P.: A breve – sperando passi la situazione attuale – partirà il tuo tour di presentazione: come te lo immagini il pubblico che sarà sotto il palco per ascoltare Alma?

V.V.: Bellissimo, colorato, urlante. Adoro cantare per gli altri, sentire la folla che sa le parole dei tuoi brani, che gode o piange insieme a te. Io voglio far ballare le persone, farle strusciare l’una contro l’altra, farle abbracciare, saltare, scatenare. Vivo per questo.

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