Vademecum per promoter

by • 15/05/2012 • ArticoliComments (0)826

Sono le tre di notte. La stanchezza accumulatasi nei giorni precedenti si fa viva drenando la poca forza rimastami nelle gambe, già provate da cinque ore passate quasi sempre in piedi. È buio, sono in una zona in culo ai lupi dove sei generazioni di assessori al traffico han gettato sensi unici a caso, quindi, ben che vada, andrò a letto alle quattro. Domattina mi devo alzare presto per lavorare, e so che le 5 o 6 birre batteranno cassa. Un conto che però non potrò pagare in banconote ma solo in sofferenza.

Ho 31 anni. Quasi due decenni di rap alle spalle, e ancora mi ostino ad andare ai concerti sperando che ne esca qualcosa di buono.

Da piccolo era una cosa diversa. Vuoi la scarsa esperienza, vuoi il gasarsi per la sola idea di vedere il tuo idolo (o quasi) dal vivo, ma fatto sta che tutti i concerti di quel periodo me li ricordo come delle mine, in cui alla qualità del live spesso andavano ad aggiungersi momenti di cinema indimenticabili al limite dell’immortalità (il collettivo femminista che s’accanisce sul pulmino di GZA, la megarissa con successive cariche delle guardie al concerto dei Bodycount, i 16k che in quegli anni erano in tour a distribuire schiaffi in generale).
Difatti, se per un motivo o per l’altro non riuscivo ad andarci, c’era sempre il resoconto dell’amico che il giorno dopo mi faceva rosicare.
Inoltre, a fianco del buon gusto dei promoter nello scegliersi chi chiamare a suonare (Cypress Hill, Public Enemy, Busta Rhymes, Fugees e in genere solo gente che sapeva tenere il palco), c’era pure una maggiore professionalità da parte dei primi nello scegliersi i locali: Leoncavallo a parte, posti come il Rolling Stone, il Forum di Assago o il Palladium erano gestiti con criterio e le probabilità che l’impianto si spegnesse con una triste scorreggia a metà live era pari a zero.

Oggi come oggi non è più così.

Negli ultimi dieci anni ho visto una quantità di live di una bruttezza imperdonabile: vuoi per colpa dell’artista, vuoi per colpa degli organizzatori. Ma più spesso la colpa era di ambedue, con il pubblico mentecatto a far loro da palo. Le poche eccezioni sono irrilevanti ai fini della regola.
Soprattutto, quello che nel rap è l’eccezione, per altri generi musicali è semplicemente la norma: ne ho avuto la conferma qualche anno fa andando a vedere un concerto di cui non me ne fregava una sega, per di più di un gruppo che nella mia economia musicale è inutile, ossia i Deus. Bene: non UNA canzone che mi piacesse, ma vederli dal vivo è stato comunque meno intollerabile che andare al solito posto con organizzazione approssimativa e rapper incapace di stare sul palco. Saranno stati gli strumenti?

E nemmeno nomino gente che dal vivo fa le canzoni meglio che su disco, come i National, o altri che possono anche farsi milioni di raglie nel backstage ma comunque esibirsi piuttosto bene, tipo Amy Winehouse (prima del crack, ovvio). Cristo, persino vedermi Richard Galliano e Gary Burton (sì, quello del campione di Tres Leches, Illusions, Can’t Get Enough Of It e mille altre) in un buco di teatro a Poggibonsi è stato più WHOA che sucarmi un’ora e un quarto di Ghostface che si porta in tour gli amici picchiatelli del liceo per sottrarli alla disoccupazione e al crimine.

Senza contare il fatto che altrove gli artisti sono in media un po’ più professionali di, tanto per dire due cinghiali a caso, Capone ‘N’ Noreaga.
Eggià, perchè in quello che è stato il concerto più penoso della mia vita, e per cui mi pentirò fino alla morte di non avergli fatto il flyer ancora più brutto di quello che era, quei due incapaci avevano passato il pomeriggio a bersi bocce su bocce di grappa Nonino (true story!) finchè non si son presentati sul palco bolsi, rincoglioniti e incapaci di spingersi oltre la loro ragguardevole miseria artistica. Figuratevi che a ‘na certa, non sapendo che pesci pigliare, si son messi a far cover di pezzi altrui, per dire. Chi c’era sa di cosa sto parlando.

D’altronde, anche l’anzianità miete vittime, tra l’altro: tolti gli EPMD uno o due anni fa, più che dignitosi, gli M.O.P. — che pure avevo apprezzato enormemente quand’erano venuti in Italia nel 2001 o 2002 — l’anno scorso erano bolsi e sulla soglia del colpo apoplettico. Certo, bere Tanqueray e mangiare merda preconfezionata da una vita non aiuta, ma com’è che ci sono ex eroinomani come Nick Cave che a 50 anni suonati sbriciolano i palchi?
Pure il povero GZA è caduto vittima della senescenza, regalando un’esibizione in cui inspiegabilmente è andato fuori battuta per il novanta per cento del concerto, cosa che mi ha procurato un trauma adolescenziale retroattivo oltre alla solita sfilza di bestemmioni in tempo reale.

Morale della favola?
Siccome non voglio passare per il solito hater improduttivo, ecco una serie di suggerimenti che vorrei dare ad organizzatori in erba/promoter del futuro che volessero evitare di fare la solita figura dei peracottari:

  1. Scegliete con cura l’artista. Forse non ha senso chiamare qualcuno che in vita sua ha prodotto un solo disco di rilievo salvo poi bollirsi, vi pare?
  2. Se il suo entourage è composto da una decina di nullafacenti, è altamente probabile che sia un cane o un grattone di prima categoria. Se fate in tempo, rimbalzatelo.
  3. Youtube vi è amico: guardate i video di concerti passati e rendetevi conto se Tizio dal vivo è potente o meno.
  4. Non è fondamentale far suonare cinque gruppi di amici prima dell’ospite. Al di là del fatto che non è rispettoso nei confronti dell’artista principale, è addirittura offensivo per il pubblico.
  5. Il freestyle, se si fa, lo si fa dopo.
  6. Non mettete gli orari a cazzo: se scrivete “dalle dieci”, vedete di cominciare a fare qualcosa effettivamente da quell’ora.
  7. Il DJ non è un’opzione: se proprio non doveste trovarne uno competente, prendete qualcuno capace perlomeno di non asciugare. Personalmente non ne posso più di sentire sempre Ante Up, Simon Says o Sound Of Da Police. Siamo nel ventunesimo secolo, sono anche usciti altri pezzi decenti, potete farcela.
  8. So che quanto a locali non si può andare troppo per il sottiglione, però magari non scegliete seguendo il classico ordine da scoppiati, cioè: a) prezzo degli alcolici, b) sistema di ventilazione, c) impianto sonoro. Invertitelo, tanto ad imbucare birre son buoni tutti.
  9. Visto che di promoter seri qualcuno c’è ancora, prendete spunto da loro.
  10. Pregate che tra il pubblico ci siano più di tre persone che parlano l’inglese.

Buona fortuna, ne abbiamo bisogno.

(Per la foto di Billy Danze in robba ringrazio Weirdo dei Crazeology)

 

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