Vacca: l’intervista (e una doverosa premessa)

by • 24/10/2011 • IntervisteComments (0)2108

Come già sanno i lettori più affezionati di Hotmc, di solito le nostre interviste sono tutte approvate dagli artisti interessati. Cioè a dire: l'artista rilegge un'ultima volta il testo dell'intervista prima che noi la pubblichiamo, in modo da correggere eventuali incomprensioni, aggiungere le cose che ci siamo dimenticati di menzionare, eliminare termini che Tizio o Caio non userebbero mai, eccetera eccetera. E' una procedura che manteniamo volentieri, perché in questo modo ogni intervista diventa un lavoro a quattro mani, che rispecchia e rappresenta davvero l'artista e ci fa guadagnare più fiducia: è più facile, per una persona, "sbottonarsi" con noi piuttosto che con altri magazine, visto che con noi ha più garanzie di tutela.

Questa volta, però, non siamo mai arrivati a quel punto. Prima della pausa estiva l'entourage di Vacca, a causa di alcune divergenze di opinione sulle nostre priorità in materia di pubblicazione degli articoli, ci ha chiesto di non pubblicare l'intervista che abbiamo registrato a Milano a giugno (e che avevamo già trascritto), senza neanche volerla rileggere prima. Visto che questa richiesta non c'entra nulla col contenuto dell'articolo, e visto che non ci sembra giusto buttare via un lavoro che ci è costato tempo e fatica (nessun magazine al mondo lo farebbe mai), noi la pubblichiamo comunque. Abbiamo avvisato lo staff di Vacca che l'intervista sarebbe stata messa online in questi giorni, in occasione del debutto del tour italiano di Vacca, dando loro un'ultima possibilità di interagire e/o di darci un riscontro, ma per il momento tutto tace: saremo ben felici di pubblicare integralmente qualsiasi loro dichiarazione, smentita o punto di vista, così come saremo felici di accogliere qualunque dichiarazione dagli altri artisti citati nell'intervista. A noi sembra un bell'articolo, che indipendentemente da tutto vale la pena leggere: non ci resta, quindi, che augurarvi buona lettura.

Blumi: Partiamo dal tuo trasferimento in Giamaica. Come trascorri le tue giornate, laggiù?

Vacca: Di giorno faccio il papà e ne approfitto per scrivere (in Giamaica ci si sveglia prestissimo perché il sole picchia), mentre la sera vado in studio, dove registro i pezzi che pubblico in rete ogni settimana, i featuring che mi richiedono dall'Italia, i lavori ufficiali. Di fatto è come se fossi ancora a Milano, con ovviamente un sacco di incentivi in più forniti dall'atmosfera dei Caraibi: il clima, la frutta fresca che puoi raccogliere direttamente dagli alberi… Non faccio la vita da turista che molti si immaginano, comunque: vado raramente al mare, ad esempio, e anche alle dancehall è raro che metta piede più di una volta alla settimana.

B: Lavori anche con musicisti giamaicani o solo con italiani?

V: Nello studio dove registro vedo transitare un sacco di grossi nomi del reggae: Busy Signal, ad esempio. Abbiamo tutti orari diversi, però, quindi non abbiamo stretto amicizia. Quando mi sono trasferito avevo registrato un pezzo con Triston Palma, storica colonna della musica giamaicana, su proposta sua; ultimamente, invece, collaboro spesso con artisti più giovani e sconosciuti. Lì cantano tutti, dal barista al bagnino, per cui c'è l'imbarazzo della scelta, quando si tratta di trovare qualcuno con cui fare musica; capire chi sono quelli che lo fanno seriamente, però, è più difficile, visto che sono così tanti. Tra le cose che sono già in rete ci sono registrazioni con Savage di 13th Tribe, o con i VH Boys prodotti da Golden Bass Records, un sound system milanese che ha anche un'etichetta in Giamaica. Non si tratta ancora di uscite ufficiali, però: voglio fare le cose con calma, anche perché in Italia il patwa (il dialetto giamaicano in cui cantano la maggior parte dei musicisti locali, ndr) lo capiscono in pochi, e secondo me questo fa sì che spesso featuring del genere ricevano un'attenzione minore, rispetto ai miei pezzi solisti.

B: L'impressione è che i giamaicani vivano la musica con molta più leggerezza e che cantino per il piacere di cantare, indipendentemente dai risultati…

V: Esatto, è questione di cultura: la musica è ovunque, e la qualità è altissima. In radio c'è un bombardamento continuo di reggae e dancehall, perciò non c'è bisogno di mettere un cd per ascoltare il genere che ti piace. È impossibile sfuggire alla musica: tutti sanno ballare, e a nessuno verrebbe in mente di andare a una dancehall per stare fermo a bere e a guardare storto gli altri, come invece succede in Italia. Le ragazze amano essere sexy, e si vestono e si comportano di conseguenza, senza preoccuparsi dei giudizi. In sintesi, loro sanno divertirsi, a differenza nostra. Da noi, chi fa musica lo fa per arrivare a un risultato, loro lo fanno perché amano farlo. Non ci sono aspettative.

B: Quali sono gli stereotipi da sfatare su Kingston, secondo te?

V: Prima di vedere davvero la Giamaica la immaginavo come un'isola piena di spiagge bianche, circondata da un mare perfetto, dove la gente passava la giornata a fumare sotto le palme… (ride) In realtà, essendo un Paese molto povero, quando ci vivi ti capita di vedere più situazioni problematiche che aspetti positivi. A livello di qualità della vita, se hai un po' di mezzi a tua disposizione, non c'è paragone: si sta meglio lì che qui. Però ci si ammazza per strada, intere famiglie vivono nella propria macchina, molti non hanno soldi né cibo e la criminalità è a livelli pazzeschi. Insomma, non è tutto rose e fiori.

B: “Mollo tutto e apro un chiosco sulla spiaggia in Giamaica” è una frase ricorrente dalle nostre parti: ma sono in tanti ad averlo fatto davvero?

V: A quanto mi raccontano, in Giamaica vivono circa 315 italiani, ma solo 15 hanno un regolare permesso di soggiorno… (ride) I musicisti, o comunque quelli che si occupano di musica, sono relativamente pochi. Uno è Kenja dei Robot Flow, che ora vende musica in spiaggia alla maniera giamaicana: ha un piccolo baracchino con un soundsystem, ovvero un muro di casse che pompa canzoni tutto il giorno, e se la roba che trasmette ti piace, vai da lui e gli chiedi di farti un cd. Poi c'è ovviamente Alborosie e i Kaya Sound, che sono un dubplate service: i loro dubplate sono richiesti in tutto il mondo.

B: Parliamo del progetto Pelleossa: perché la scelta di scrivere una sorta di autobiografia a soli 31 anni?

V: In realtà l'idea è nata da Federico Traversa di Chinaski Edizioni, che ha scritto concretamente il libro. Non si tratta di una vera e propria autobiografia, anche perché nella mia carriera ho alle spalle solo quattro dischi ufficiali e quindi forse sarebbe stato un po' presto: vuole essere semplicemente un documento che racconta la mia storia, quella di un ragazzo che riesce a trasformare la propria passione in un lavoro. Sia chiaro che, anche se nel libro ho parlato dei miei problemi e delle situazioni difficili che ho vissuto in passato, non voglio farmi passare per un disadattato: nella vita tutti attraversiamo delle difficoltà, e molte sono anche peggiori delle mie, quindi non mi sento particolarmente sfortunato e non voglio farmi co
mpatire. Il mio voleva solo essere un incoraggiamento ai ragazzi a non mollare mai, a seguire i propri sogni, a non lasciarsi mai andare: nella vita nessuno ti regala niente, perciò bisogna sbattersi. Non tutti riescono a realizzare le proprie aspirazioni; quelli che ci riescono, ce la fanno perché sono più decisi degli altri. La fortuna non esiste. A chi poi vuole vivere di musica, dico questo: in Italia fare soldi con la musica è difficilissimo, noi viviamo di live e (poco) della vendita dei dischi. Facciamo una vita davvero precaria, perciò è necessario essere molto motivati.

B: Anche il disco abbinato al libro è focalizzato sulla tua storia…

V: Esatto, i brani riprendono i vari capitoli del libro, seguendo le varie fasi della mia vita. All'inizio volevamo fare a una raccolta dei brani usciti sul web, ma poi ho pensato che sarebbe stato brutto nei confronti dei miei fan fare pagare dei brani che avevo già regalato e che avevano già tutti.

B: In Pelleossa non parli di due leggende metropolitane che circolano da tempo sul tuo conto, perciò te lo chiedo io. Prima: è vero che sei stato un Hare Krishna?

V: Sì, certo! Io ho fatto un po' di tutto nella mia vita. Quando ero piccolo e abitavo in centro, come racconto nel libro, sotto casa mia c'era il Govinda, il ristorante degli Hare Krishna, che all'epoca era frequentato da ragazzi molto giovani come me, tra cui molti di quelli del Muretto. Quel luogo era diventato il nostro ritrovo e punto di riferimento: oltre a cenare lì ascoltavamo le lezioni dei devoti di Krishna, i cui principi religiosi in realtà sono molto simili a quelli cristiani. Avevamo un approccio alla vita molto straight edge (stile di vita basato su principi della filosofia orientale e molto in voga tra alcuni musicisti: niente alcol, tabacco, droga o sesso occasionale, e un regime alimentare molto controllato, ndr), tanto che a 14 anni sono diventato vegetariano, cosa che sono tuttora. Tutto il resto, invece, l'ho un po' abbandonato con il tempo: di questa esperienza mi è rimasto soprattutto il rispetto per gli animali.

B: Ti sarà tornato utile in Giamaica, considerando che molti mangiano i-tal (regime alimentare molto seguito dai rastafariani: prevede astinenza dalla carne, ma non dal pesce, e altre restrizioni ispirate a quelle ebraiche, ndr)…

V: Beh, sì, anche se le idee dei giamaicani in materia sono un po' particolari: ad esempio, anche se sono vegetariani, molti mangiano senza problemi il pollo, non ho ancora capito perché… (ride)

B: La seconda leggenda metropolitana, che sicuramente conoscerai, narra che tu in passato fossi un naziskin…

V: Infatti, se mi vedi, ho proprio tutte le caratteristiche dello skinhead! (ride indicando i rasta e i tatuaggi, ndr) So che questa leggenda gira, e so anche com'è nata. Da ragazzino andavo allo stadio e, come in tutte le curve, c'era gente di sinistra, ma anche gente di estrema destra. Non mi sono mai fatto problemi a frequentare gente che la pensava in maniera diversa dalla mia, così alcuni frustrati si sono aggrappati a questo per inventare una storia assurda sul mio passato da skin. E non parlo di Inoki, con cui ormai abbiamo chiarito personalmente, ma piuttosto di un personaggio che ai tempi d'oro era un maestro per tutti, ma che adesso non fa più la bella musica di un tempo e non ha più molto seguito. Un tizio con i capelli ricci, che ha un fratello e una sorella che rappano, non so se hai presente… (Naturalmente Vacca si riferisce ad Esa che, se mai volesse dire la sua, è il benvenuto su queste pagine, ndr) Abbiamo avuto delle divergenze perché io l'ho insultato dopo aver saputo che lui aveva parlato male di me, e così è nata tutta la faccenda. Fortunatamente la maggior parte della scena rap mi conosce da sempre e sa qual è la verità: ho cominciato a frequentare il giro hip hop a tredici anni, quindi o ero un naziskin alle elementari, o non lo sono mai stato! (ride)

B: A proposito di conflitti tra rapper, tu sei stato protagonista di molti episodi celebri, di cui parli con molta tranquillità anche nel libro…

V: Alcuni ormai si sono risolti: come dicevo prima, con Inoki ho chiarito a voce quando sono tornato in Italia, qualche tempo fa. Ci siamo visti dopo un concerto e abbiamo chiarito la nostra situazione da uomini cresciuti, senza farci pubblicità su Internet. Sui forum tutti sono bravi a parlare, peccato che io non abbia mai visto queste persone frequentare luoghi reali e parlare con persone reali. Ovviamente tutti noi leggiamo i commenti postati su Hip Hop Hotboards e altrove, ma è importante ribadire che quella non è la realtà. Questo tipo di atteggiamento finirà per distruggere l'hip hop italiano: giudicare i dischi senza neanche ascoltarli, o criticare un rapper perché ha un'immagine che non piace ad alcuni, è una cosa deleteria e insensata, da frustrati.


B: E' curioso che tu dica questo, però, perché gran parte del tuo successo viene proprio dalla rete: su Internet fai dei numeri enormi…

V: Sì, il mio successo arriva in gran parte da Internet, ma nasce dalle persone normali. Nel mio pezzo Music Time dico Non mi sono mai sentito parte di 'sta scena/ la critica fa pena col pubblico di Cristina D'Avena. Il punto è proprio questo: la cosiddetta scena rap è spesso infantile, talmente “piccola” da non capire neanche i testi. E anche gli altri mc sono diversi da me: i loro testi sono spesso tristi e cupi, e usano paroloni per sentirsi più intelligenti e non farsi capire da chi li ascolta. Chi parla sui forum spesso lo fa per frustrazione e invidia, è incapace di supportare un qualsiasi progetto. I loro idoli sono persone che erano all'apice dieci/quindici anni fa, quando il rap era musicalmente molto meno ricco e strutturato a livello di sonorità e contenuti: io mi ricordo i primi concerti di Neffa, erano freestyle di ore ed ore, non avevano nulla a che fare con i live di adesso, probabilmente al pubblico contemporaneo non piacerebbero neanche. La gente che mi segue, invece, è lontanissima da tutto questo: non ha l'ambizione di distruggere chi vuole costruire. Sono ragazzi giovani e meno giovani che non hanno bisogno di sentirsi hip hop per sentirsi parte di qualcosa, e tantomeno hanno bisogno di un account su Hotboards per riempire le loro giornate.

B: Ti faccio la stessa domanda che ho fatto a Nesli quando l'ho intervistato. Anche tu dichiari di non voler parlare di Fabri Fibra nelle tue interviste: massimo rispetto per la tua scelta, ma come mai hai deciso così?

V: Perché non è un mio amico, quindi non ho niente da dire a riguardo. I miei amici sono persone coerenti: lui, invece, a me ha sempre detto determinate cose, che poi ha regolarmente smentito nelle interviste. Ad esempio, c'è molta differenza tra come parla di Club Dogo, Two Fingerz o Entics in pubblico e come ne parlava in privato. Credo che sia una persona poco limpida, perciò non voglio avere a che fare con lui.

B: Cambiando argomento, l'anno scorso sei diventato papà: com'è cambiata la tua musica da quando è nata tua figlia?

V: Sono cambiato soprattutto io: anche i
brani più semplici, adesso, hanno un messaggio, indipendentemente dal fatto che siano leggeri. Ho sempre voluto trasmettere allegria nei miei pezzi, a differenza di molti altri mc italiani che preferiscono trasmettere paranoie… (ride) Continuo a farlo, solo che essendo diventato più grande ci metto più testa, più concetti, e sicuramente impiego più tempo e cura ad elaborare un testo.

B: Progetti futuri?

V: Non appena rimetterò piede in Giamaica comincerò a lavorare al nuovo album che, se tutto va bene, uscirà tra fine 2010 e inizio 2011. Non svelo niente per ora, ma vi anticipo che ci saranno featuring importantissimi, persone con cui non ho mai collaborato prima. Ogni mio lavoro è diverso dal precedente, ma il prossimo si distinguerà in modo particolare dagli altri: non sarà neanche riconducibile a un genere musicale specifico o addirittura a Vacca, secondo me. Non lo faccio per snobismo nei confronti dell'hip hop, ma visto che spesso sono gli hip hopper che non si riconoscono in me, preferisco fare le mie cose senza più dare a nessuno la possibilità di dire “Ehi, quello fa il mio stesso genere musicale!”. 

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