True & Livin'

by • 24/06/2005 • RecensioniComments (0)546

Lo ammetto: negli ultimi anni, la costa pacifica mi sta dando grandi soddisfazioni, ben più di New York. Almeno in termini di underground.

In breve, ho notato che diversi prodotti provenienti da Los Angeles ed Oakland non solo si rifanno all’ottica “da Native Tongues” (il volèmose bene un po’ fricchettone, per intenderci), che, se alternata agli estri da coatti di gente come Grafh, o ai viaggioni di Mf Doom, riesce a dare equilibrio all’hip hop contemporaneo nel suo complesso; no, riescono ad essere relativamente sperimentali senza perdersi nelle lande della roba similemo (che tanto piace a chi va in giro con le Birkenstock ed una t-shirt della Abercrombie), che personalmente mi pare tanto autoreferenziale quanto fredda.

Gente come gli Hieroglyphics, i Blackalicious, i Jurassic 5 e, appunto, gli Zion I producono lavori che in sé non costituiscono il classico “giro di boa” stilistico (dopo il quale si sentono autorizzati a far più o meno cagate), ma creano un continuum di costante crescita musicale che pian piano cresce, si evolve e difficilmente annoia.

Giunti al loro terzo album, gli Zion I (duo composto da MC Zion ed il produttore Amp Live) possono dire di aver raggiunto il loro apice in termini di scrittura e produzione musicale, il tutto a conferma del discorso precedentemente affrontato. Infatti, se fino al loro ultimo disco peccavano di una certa incostanza nei suoni e nella continuità del lavoro, True And Livin’ riesce a coniugare questi due fattori con estrema semplicità ed efficacia.

Punto primo: Amp Live riesce ad incrociare più stili di produzione senza perdere il senso di continuità essenziale per album di questo tipo. Ad esempio, se su The Bay fa uso di una semplicissima linea di basso, di hihats e di clap, in Stranger In My Home campiona archi, pianoforte, cimbali ed un bellissimo campione vocale mantenendo lo stesso tipo di atmosfera rilassata e “conscious”. Non tralascio il fatto che per ogni pezzo chiama in aiuto dei musicisti, e spessissimo questo va ad incrementare la qualità del suono, specie per i giri di basso e gli assoli di sax. Pollice su, quindi. Punto secondo: anche Zion è parecchio migliorato: non solo si dimostra più sciolto al microfono (tecnicamente parlando), ma risulta più concreto ed incisivo nell’approciarsi di volta in volta alle più svariate tematiche senza perdersi in viaggioni astrusi come in passato gli era capitato di fare.

Entrando nello specifico, di pezzi validi ce ne sono parecchi. I più incisivi sono certamente Bird’s Eye View (sì, riprende la tematica di Used To Love H.E.R., ciò nondimeno lo fa bene), One Chance e la già citata Stranger In My Home. A queste si aggiungono episodi un po’ meno significativi quali, per dire, Next To U: è una canzone d’amore con un bel pattern di batteria, questo sì, purtroppo la melodia –a metà tra la chillout ed il soft porno- fa un po’ troppo "mi – chiavo – sta – miserabile – zoccoletta – fashion – ascoltando – IbizaChicaCaféLoungeVol.19". Non dico che sia da buttar via, ma con me ha perso molta credibilità. Altre tracce tutto sommato meno incisive sono Doin’ My Thang (che sembra presa dagli archivi dei primi Tribe Called Quest), Temperature (che per una strofa fa tornare Talib Kweli agli antichi splendori), Poems 4 Post Modern Decay (hey, c’è su Aesop Rock, il titolo pretenzioso ed altisonante è d’obbligo!) e What U Hear (con un beat cucito a misura per Del, che graziadddiosantissimo limita l’uso della sua fastidiosissima cadenza). Gli unici pezzi davvero deludenti sono Amerika (hey, macheccazzo sono quelle chitarre elettriche!?), Soo Tall (credo che Amp volesse dare un suono minimalelectrovintage al tutto. Via, poteva evitare) e Heads Up (tipico pezzo dove non si capisce bene dove gli autori volessero andare a parare).

Insomma, su un totale di 18 tracce, delle quali solo tre sono bruttine, la musica raggiunge dei livelli di qualità che vanno dal medio-alto al sublime. Di sicuro è un album che, pur rientrando appunto nel genere fricchettone, raggruppa in sé diverse sonorità (la “assurda” Oh Lawd Blues ne è l’esempio più lampante, ad ascoltarla pensavo di vedere nel featuring i Bad Seeds) risultando così godibilissimo dalla A alla Z. Maturo nella scrittura e ottimamente costruito musicalmente, True & Livin’ è sicuramente un album da avere e che, assieme a Blazing Arrow (Blackalicious), Power In Numbers (J5) e Layover (Encore), è uno degli episodi più felici delle produzioni fricchettone californiane.

P.S. Il massimo dei voti può sembrare esagerato. Allora chiariamoci: non è Illmatic. Non è The Chronic. Non è tutti quei bei album da cinque microfonini. Altri tempi. Però è un album che trasuda hip hop nella sua forma più genuina senza suonare “forzato” (esempio: i miliardi di throwbacks tipo Little Brother lo sono). Questo dovrebbe bastare. In più, malgrado vi siano dei pezzi discutibili, lo si riesce ad ascoltare dall’inizio alla fine anche più volte di fila. E scusate se è poco. Last but not least, ci aggiungo la mia simpatia personale: è uno di quei album sui quali la gente dorme già adesso, figuriamoci tra due-tre anni.

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