Toni Zeno: l’intervista

by • 15/06/2021 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Toni Zeno: l’intervista909

Nelle appendici della storia NBA ci fu un tale di nome Tony Zeno che, dopo una breve esperienza con gli Indiana Pacers, lasciò gli States per proseguire la sua carriera nel campionato italiano di pallacanestro per tutto il corso degli anni ’80. Tra l’atleta di New Orleans, un americano di nascita sbarcato nella realtà italiana, e il Toni Zeno con cui abbiamo chiacchierato oggi non c’è solo una somiglianza nel nome: l’ispirazione e il collegamento nasce ancora una volta dal continuo scambio tra l’America e il resto del mondo in una cultura sempre più ampia. È così che un ragazzo di un paesino nel messinese, posto culturalmente lontano oceani dalla società americana, ne fa la sua questione personale. “Se rappo anche Messina pare il Maryland” ribadisce in Azimut. Per questo la tecnica e le sue capacità devono rispettare qualcosa: chi ha ascoltato Azimut appunto, unica release del suo 2020, ne continuerà a parlare come uno dei pezzi più clamorosi della scorsa stagione. Anche se sarà arrivato solo a pochi cultori, questi ultimi avranno apprezzato una maturità nel metter giù i versi fuori dal comune. Il tutto si amplifica ancora di più se il rap lo si lascia nella sua forma più classica, accompagnato solo da ruvidi sample: in questo l’enigmatica figura del Torsolo lo ha aiutato molto a inquadrare uno stile difficilmente perfezionabile nella sua elementarità. Dopo Azimut è proprio con lui che parte per il suo primo progetto sotto il nome Toni Zeno, un ep da 4 tracce uscito poche settimane fa dal titolo inequivocabile: Codice A Barre. Toni Zeno ama la Sicilia e la racconta anche nella sua parte viziosa non lasciando nulla fuori dalla narrazione. In quest’intervista sempre con un umile sorriso nella voce, ha parlato del suo movimento, Rinaniura, che nasconde tutto l’amore per una terra in cui crede particolarmente e che non ha intenzione di lasciare: come si collegano Al.Divino, testi sacri e l’Etna lo scoprirete tra poco. Abbiamo ripercorso anche buona parte della sua breve carriera dai vari featuring di spessore nell’ambiente fino alle sue generalità personali. Toni Zeno ha qualcosa di speciale e se non lo si capisse già da queste righe basterebbe ascoltare i suoi pezzi: è lui uno dei nomi di punta da seguire nella nuova scena underground italiana che lentamente, passo dopo passo, si sta rivelando la novità più interessante dell’intero rap italiano.

Luca Gissi: Avevo pensato di partire proprio con il singolo dello scorso anno Azimut. In generale volevo chiederti da dove fosse nato il concept musicale e soprattutto perché è rimasta l’unica uscita del tuo 2020;

Toni Zeno: Guarda Azimut è nata in un totale principio di casualità. L’anno scorso ho scritto e preparato un sacco di roba però onestamente non ho mai visto la visione concreta del poter fare le cose in un certo modo fino a quando non ho incontrato il Torsolo ecco. Azimut come dicevo nasce proprio dal fatto che uscendo pazzo per la roba del Torsolo specie quella con Al.Divino, in quel periodo c’era quella roba nuova veramente fulminante per me, ho sentito un paio di beat e mi sono promesso di scriverci qualcosa sopra perché mi piacevano un sacco. Ci ho scritto, l’ho contattato e gli ho detto “Senti ho questa cosa, seconda me è forte, fammi sapere cosa ne pensi” ma senza alcun tipo di aspettativa. Lui mi ha risposto dopo un paio di giorni e mi ha detto che quella roba gli piaceva un sacco ed era il caso di farla uscire perché spaccava ecco. È stata l’unica uscita dell’anno scorso poi in realtà perché la fase di Covid ha cambiato un po’ i miei piani esistenziali e dunque di conseguenza anche quelli artistici: anche avendo preparato un sacco di roba con diversi produttori, io magari sono uno che si vuole prendere un po’ più di tempo per affinare e sentire, voglio sempre che comunque la roba sia come piace a me sotto questo punto di vista. Quindi come si dice da me “Gira voto e furria” ho preferito attendere un pochino e dare quest’anno un po’ più di roba un po’ più omogenea con più uscite anche ma che siano ben articolate.

L. G.: Perché in un certo senso se vogliamo anche il singolo di quest’anno Kali Yuga è un po’ il proseguo spirituale di Azimut…

T. Z.: Guarda se vuoi sapere la verità è stata scritta una cosa come dieci giorni dopo nonostante siano uscite a quasi un anno di differenza.

L. G.: Per questo sono praticamente consequenziali sembrano appunto che vadano di pari passo. E proprio per questo penso che da quel singolo nasca tutto Codice A Barre, tuo ultimo progetto, in cui comunque a differenza magari di altri lavori in cui il rap è sbilanciato rispetto alla figura del producer troviamo il Torsolo che proprio riesce a esprimerci tra vari skit e sample particolari. Proprio per questo rapporto con Il Torsolo volevo chiederti da dove nascesse questa unione;

T. Z.: Da questo punto di vista ci tengo a sottolineare il fatto che Il Torsolo è il vero centro del progetto, senza la sua musica io non riuscirei a esprimermi in un certo modo che poi è quello che magari piace a chi mi ascolta: comunque proprio la sua roba è il motivo che mi ispira a fare quello che faccio. Poi ovviamente non è il solo con cui collaboro da questo punto di vista ma con lui c’è un l’iper connessione spirituale. Ci siamo conosciuti onestamente in un modo da non raccontare ai nipoti perché sono quelle classiche conoscenze telematiche però con grande giovamento proprio a livello umano. C’è grandissima complicità, ci capiamo e ci intendiamo nonostante la differenza d’età. I ragazzi comunque ci sono da una vita in questa cosa, nonostante magari se ne parli molto poco ma stanno cominciando un attimino a prendersi lo spazio che meritano.

L. G.: Entrando nello specifico dei testi, una cosa che ho notato e che tu riprendi spesso un certo immaginario spirituale. In una barra dicevi “Prendo spunto dalla Bibbia perché questa roba è sacra” poi in generale citi spesso questo mondo tra Levitico, Lazzaro, Elia, Genesi. Ti volevo chiedere se queste fossero coincidenze o comunque particolari interessi tuoi personali.

T. Z.: Personalmente anche se non si direbbe e va contro la figura del rapper nel 2020 pieno di clichè e roba varia, io sono molto credente, ma non credente dal punto di vista strettamente cattolico, più che altro la figura di Cristo per me è abbagliante da questo punto di vista. Comunque credo proprio nel flusso energetico di questa roba quindi so che cosa ti dà in cambio. Quest’immaginario tra l’altro penso che sia una cosa in cui mi muovo in maniera molto confortevole perché ho sempre amato i testi sacri di qualsiasi natura. Mischio poi a una cosa prettamente personale e diciamo che non mi invento niente perché è quello che vedo mischiato ai miei stimoli.

L. G.: Sempre poi anche rimanendo sui testi, un’altra componente è la tua specie di capacità fotografica nel vedere il dettaglio di singoli particolari che siano della tua città, del tuo quartiere e situazioni annesse e raccontare proprio quei particolari che magari non avrebbero voce al di fuori di versi così dettagliati;

T. Z.: Ti ringrazio intanto perché mi stai facendo un ipercomplimento. Ho iniziato a fare rap perché mi dava quella roba che tutto il resto non ti poteva dare, la rabbia e la trasmissione di voler cambiare qualcosa per te e per gli altri e comunque con un immaginario ben chiaro. I rapper di cui mi sono innamorato hanno sempre utilizzato immaginari che sono chiare, ogni barra è un quadro che tu hai in testa indipendentemente da quanto sia cruda l’immagine. Quella è la via. Non c’è miglior modo di rendere le cose, non mi piacciono i rapper da biblioteca, tutta quella roba piena di riferimenti super-mega-iper-culturali per far vedere che sei andato all’università. Il rap ha un’altra logica. Quindi sì questo è il motivo per cui mi piace una fase di scrittura più legata alle immagini che alla quantità di parole o quanto sono variegate.

L. G.: Parlando invece della tua carriera, più che altro mi aveva incuriosito come sotto il nome Zeno TDM avessi pubblicato alcuni anni fa già un disco, Limbo. Perciò volevo capire il passaggio a questo leggero cambiamento di nome e soprattutto anche a livello di estetica generale;

T. Z.: Sì guarda ti dico che Limbo è una raccolta di pezzi scritti da quando avevo dai tredici ai diciott’anni. Praticamente il progetto è interamente curato nei beat e nel resto da me. Lo avevo buttato fuori proprio per un senso di orgoglio per il me diciottenne e per me all’epoca era una roba bellissima al tempo. Nonostante oggi non la riascolterei neanche per sbaglio ogni volta che minaccio di cancellarla i miei soci mi dicono “Minchia no se togli Limbo con te non ci parlo più” e cose così. Quindi ormai è diventata anche una cosa che non voglio togliere proprio per farti capire come ci sia stato un cambiamento a livello di concezione di questa cosa. Si sente che ero decisamente più ragazzino nei detti, nella voce e negli approcci. Ora non è che c’ho quarant’anni però penso che all’epoca avevo la visione di quello che volevo fare ma non riuscivo a farlo appieno. Ora sono al 70% di questa realizzazione; c’è un cambio effettivo di stile.

L. G.: Invece passando a un qualcosa di molto più recente come la collaborazione dello scorso anno in Guido Bertolaso su Pray 4 Italy, ti volevo chiedere un po’ cosa fosse per te se un traguardo, una soddisfazione o cos’altro;

T. Z.: All’epoca quando ho ricevuto il messaggio di Blo/B ho detto tipo “No che cazzo cioè stiamo scherzando” perché sono cresciuto proprio con tutto il movimento da Gioielli a Blo ad Adriacosta. Quella comunque è stata come una chiamata in nazionale perché era il riconoscimento del fatto che non stavo correndo a vuoto. Poi mi hanno messo con Silla e Blo, cioè che cazzo gli dovevo dire se non “Grazie ragazzi”. Ho fatto una strofa di due minuti per quant’ero carico e ho detto adesso scrivo tipo a manetta e ho detto a Gioielli se vuoi la tagliamo.

L. G.: No, ma che tagliamo che è una bomba!

T.Z.: Infatti poi lui mi ha fatto “Ma che cazzo tagliamo” (ride ndr) ed è rimasta così.

L. G.: Poi un’altra situazione che mi aveva un attimo incuriosito è un tuo singolo su un beat di Alchemist che troviamo sul canale di Paka The Plug che per chi non lo conoscesse è un enciclopedia infinita di tutta la scena underground globale degli ultimi anni. Il tuo inoltre sarà uno dei pochissimi titoli italiani che troviamo nel suo canale. Com’è andata in quell’occasione?

T. Z.: Guarda io avevo da sempre come amicizia Facebook il canale di Paka da quando è nato perché per me è un divulgatore scientifico di questa roba. Io sono prima fan e poi rapper da questo punto di vista. La cosa è stata molto semplice gli ho fatto sentire il pezzo che ovviamente era registrato a cazzo di cane con il microfono del Mac e tutto quanto in quel modo. Lui in realtà l’ha sentito e gli è piaciuto e mi ha detto guarda io te lo ripubblico tranquillamente. Anzi è stato veramente iper disponibile e ha messo lui il caricamento, ha fatto tutto lui. Lo fa per l’amore di questa roba non gliene frega un cazzo della lingua, gli strasuonava e l’ha messa sul suo canale.

L. G.: Poi più che altro un discorso in generale sulla Sicilia, sul fatto che probabilmente tra le regioni del Sud sia insieme alla Campania l’area più calda sotto questo punto di vista in questo stile qui, come dimostra anche l’ultimo featuring su Ragazzi Per Sempre con Eliaphoks. Appunto mi chiedevo se per te la Sicilia può imporsi come la più importante area del Sud in questo stile rispetto comunque al predominio del Centro-nord che comunque resta.

T. Z.: Guarda io penso che questa cosa sia abbastanza evidente in quello che faccio e cioè proprio il supporto alla mia terra e a tutto quello che ci circonda. Credo fortemente nel posto da cui vengo nonostante le fotografie che faccio ogni tanto, la gente mi dice che prendo sempre il peggio però è un modo di far vedere le cose: per carità vengo da un posto anche bellissimo sia chiaro. Ci sono molte più cose belle che schifezze solo che le schifezze si vedono forte. La Sicilia ha un sacco di punte di diamante di questa roba. Elia intanto esattamente come per il discorso che valeva con Gionni e Blo è uno degli artisti con cui sono cresciuto da ragazzino, nell’underground avevo proprio quel flash, quel viaggio, ero nel suo stesso mood. Poterci collaborare per me è stata una realizzazione personale. Poi Palermo City ha nomi di grandissima eccellenza da Killa Soul, Bras, Madbuddy, Stokka, Barile. Poi senza neanche doverlo dire faccio parte di un collettivo di altri 6 membri. Non che sia il loro scout, ma sono tutti ragazzi su cui io personalmente credo tantissimo, sono amici da una vita e di cui sono proprio fierissimo nel vedere quello che fanno perché fanno roba che nessun altro fa nello stesso stile e con gli stessi modi. Quindi mi piace il motivo per cui lo facciamo i ragazzi hanno tutti stili diversi c’è chi è più votato alle barre, alla melodia, ai beat. Insomma è questione di orecchio da questo punto di vista devi solo scegliere quello che ti piace di più. In Sicilia c’è veramente una grande grande scuola anche su Catania. Mi vengono tutti in mente in questo e sono veramente un sacco.

L. G.: Mi hai anticipato sulla domanda che volevo farti sul tuo collettivo, Rinaniura, e appunto volevo sapere un po’ proprio come nasce e anche con questa questa composizione così variegata;

T. Z.: Il collettivo in realtà è nato che eravamo praticamente un trio di base, tipo Aldo, Giovanni e Giacomo (ride ndr). Io ho cominciato a fare rap proprio con un socio di Rinaniura più grande di me, un maestro e una guida spirituale in questa cosa per tantissimi anni e tuttora c’è grande amore dal punto di vista personale. Lui praticamente aveva una barra di un pezzo proprio scritto di una vita fa che ora non si trova neanche più su YouTube dove diceva in siciliano “Mi insegnaste”, utilizzando la seconda persona plurale ecco, “voi come si pensa perché da me il vento porta solamente terra nera”. Qui praticamente quando l’Etna esplode, che è un evento molto consueto, si deposita appunto questa terra nera che è un fastidio per tutti su quello che poi è il mare, sui tetti, su tutto. Danneggia un po’ tutto da questo punto di vista però è anche il più grande fertilizzante per il nostro terreno, è anche quello che poi consente al meglio di crescere e quindi la metafora è evidente. Siamo partiti che eravamo io, Mattia aka Emarai e Vanssterra aka Giovanni un socio con cui ho fatto un sacco di roba che spero possa uscire tutta prestissimo; dodici mesi sono diventati troppo pochi veramente. Poi a mano a mano abbiamo aggiunto tutti gli altri che sono comunque amici o ex compagni di scuola, tutta gente già vicina al nostro mondo, che orbitava e di cui eravamo certi a livello di talento. È una squadra da questo punto di vista omogenea dove non c’è prevaricazione. Siamo molto tranquilli, ad ognuno piace la roba dell’altro.

L. G.: Su un discorso in generale a livello proprio di influenze ti chiedo ultimamente che cosa stai ascoltando e cosa ti ispira maggiormente;

T. Z.: Ma guarda io onestamente ho sempre ascoltato più roba da fuori, la maggior parte della mia ispirazione è quella. Al momento sono molto molto sotto neanche a dirlo con Mach-Hommy che è uscito da poco. Poi sto ascoltando i vari progetti di Al.divino che sono usciti fuori, per me è uno spirito guida da questo punto di vista. Qualche progetto vecchio di Daniel Son perché mi piace forte. Poi ora sto riprendendo un sacco di roba della Top Dawg, Kendrick, Schoolboy e quello stile lì.

L. G.: Alla fine domanda di rito: quanto altro dobbiamo aspettare magari per un altro progetto più strutturato come Codice A Barre?

T. Z.: Guarda Codice A Barre da questo punto di vista è un’appetiser, l’ho detta questa cosa ma magari non è passata proprio chiarissima, è passata un po’ più in sordina. Codice a Barrre è nato solamente perché col Torsolo avevamo troppi pezzi. Ci siamo detti magari buttiamo qualcosa prima e poi se ne parla, quindi non posso dire altro. Poi Aleaka ha già spoilerato qualcosa quindi la roba c’è, spero davvero a livello umano di riuscire a organizzarmi al meglio per fa uscire il tutto il prima possibile senza dare troppa roba in troppo poco tempo.

 

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