Thori & Rocce: l’intervista

by • 19/06/2011 • IntervisteComments (0)576

Raramente capita che un album generi un’aspettativa così febbrile. D’altra parte, è normale che sia così: Thori & Rocce vede riuniti su un unico progetto le due punte di diamante del beatmaking in Italia, Donjoe e Shablo, e raccoglie sotto la stessa insegna oltre 40 artisti tra i più talentuosi attualmente in circolazione. Finalmente il disco è uscito, e le aspettative non sono certo state deluse: Thori & Rocce si candida a diventare uno standard per le produzioni italiane che verranno. Un sound così fresco e internazionale mancava da parecchio, forse da sempre, e ora che è arrivato difficilmente riusciremo a farne a meno: benvenuti nel futuro, dove vocaboli come mainstream o underground non significano niente, conta soltanto la qualità. Abbiamo incontrato Donjoe e Shablo negli uffici della Universal, prima ancora che l’album uscisse. Un paio di giorni dopo, Thori & Rocce sarebbe sbarcato al primo posto della classifica di iTunes, davanti a pesi massimi come Vasco e Jovanotti.

Blumi: Partiamo dal passato: voi siete i due terzi di The Italian Job (il terzo componente è Shocca, ma il supergruppo non è mai davvero partito, ndr). Che fine ha fatto quel progetto?

Shablo: Con Shocca, ovviamente, non c’è stata nessuna faida o rottura: siamo ancora amici e continuiamo a collaborare volentieri. Magari un domani ce la faremo a lavorare a un album tutti insieme, chissà. Per il momento abbiamo preferito concentrarci su questo progetto, che è nato in maniera molto naturale: dopo varie collaborazioni tra me e Donjoe, essendo liberi da altri impegni, abbiamo deciso di unire le forze e registrare un disco congiunto. In quel momento Shocca era preso da altri progetti, così abbiamo pensato di fare qualcosa noi.

Donjoe: Esatto. Io e Shablo non abbiamo mai perso i contatti, anche professionalmente parlando, mentre con Shocca in questo momento è un po’ più difficile incontrarsi.

B: Quindi non si può considerare questo disco come una prosecuzione naturale di The Italian Job, giusto?

S: No, questo è un progetto a parte. Fare una cosa a due è stato più semplice, anche perché Shocca ha uno stile produttivo suo, riconoscibilissimo, mentre io e Donjoe siamo molto più simili, come beatmaker. Lui lavora in maniera molto rigorosa con il suo campionatore, noi invece tendiamo più a suonare, a smanettare, a provare… Fare musica insieme è un processo molto spontaneo, per noi.

B: Come mai pubblicare l’album di Gue e il vostro lo stesso giorno, tra l’altro?

D: Sia io che Gue eravamo in pausa discografica dai Club Dogo e ci siamo ritrovati a lavorare contemporaneamente ai nostri progetti paralleli. Anziché differenziare l’uscita di pochi giorni, abbiamo pensato che tanto valeva unire le forze e la promozione. Anche perché sono due album molto diversi, anche se molti degli artisti che ci lavorano sono gli stessi: non penso che rischino di sovrapporsi nella testa della gente o di essere in contrasto. In fondo siamo la stessa famiglia, quindi non è un problema.

B: Thori e Rocce avrà un futuro?

S: Come team produttivo stiamo già lavorando ad altri progetti: ad esempio stiamo facendo qualcosa per il nuovo album di J Ax. A livello di squadra, quindi, andremo avanti. Riguardo invece a un potenziale capitolo 2 dell’album Thori & Rocce, al momento pensiamo soprattutto a promuovere questo! (ride)

D: Anche perché secondo noi questo disco rappresenta un punto di sintesi del rap di oggi in Italia, a livello di stile e di evoluzione. Magari tra qualche anno ci sarà bisogno di fare di nuovo il punto, ma non credo che succederà a brevissimo. Forse il prossimo non sarà neppure un disco rap, chissà. Abbiamo in testa moltissime idee, non sappiamo ancora dove ci porteranno. Non vogliamo porci dei limiti.

B: L’aspettativa nei confronti del vostro album è altissima: come vivete questa sensazione generale?

D: Come in tutte le cose importanti, ci siamo sentiti un po’ sotto esame, ma niente di drammatico. Eravamo preparati al fatto che ci sarebbero arrivate sia critiche che complimenti; la cosa non ci tocca troppo, però. In linea di massima ci sembra che la gente abbia preso bene il primo singolo (quando l’intervista è stata registrata, era uscito solo il video de Le leggende non muoiono mai, ndr): indipendentemente dal fatto che piaccia o meno, è sicuramente un pezzo che segnerà questo momento storico dell’hip hop italiano e resterà nell’immaginario di tutti.

S: Più che il peso della responsabilità, abbiamo percepito tanto l’attesa della gente, ed è stata una sensazione molto piacevole. Allo stesso tempo, però, penso che un produttore debba distaccarsi un po’ da queste aspettative, perché è impossibile lavorare bene con addosso la pressione di dover per forza sfornare il disco dell’anno o il capolavoro di una vita. Un beatmaker deve avere la mente libera, concentrarsi, amare quello che fa, altrimenti non si va da nessuna parte. Il disco deve soddisfare noi per primi, e personalmente siamo molto soddisfatti del risultato. I brani sono tutti molto originali, come la posse track che ha aperto il disco, che secondo noi è qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima. Ovviamente ci sono già i primi commenti positivi o negativi, magari di gente che non apprezza troppo J Ax o Fabri Fibra… Dal nostro punto di vista, però, le persone che abbiamo raccolto a rappare in quel brano hanno fatto la storia dell’hip hop e hanno raggiunto traguardi mai toccati prima. L’idea di riunirli tutti in un unico pezzo ci piaceva molto. Il titolo, poi, ha un doppio significato: le leggende che non muoiono mai sono loro, ma è anche la mitologia della musica che vivrà per sempre.

B: A proposito di titoli, mi spiegate il senso del nome Thori & Rocce?

D: Nello slang di Perugia e in quello di Milano, le parole Toro e Roccia significano la stessa cosa: indicano un amico, un tizio che spacca, uno che non molla mai. Per cui ci sembrava una sintesi perfetta.

S: Ci abbiamo pensato tantissimo, al titolo: questo ci è venuto in mente un po’ per caso, ma alla fine abbiamo deciso di sceglierlo, anche perché rappresentava bene la gente coinvolta nel progetto… (ride)

B: Cambiando argomento, i team di produttori non sono numerosissimi nell’hip hop, mentre sono una consuetudine in altri generi musicali…

S: In realtà, a livello internazionale ultimamente ce ne sono molti anche nell’hip hop. Lavorare con un altro produttore è molto stimolante, i risultati sono sempre freschi e nuovi: per noi non è stato uno sforzo, ci completavamo a vicenda.

D: Esatto: non c’era un modo di lavorare standard, non è che lui si occupava dei campioni e io delle batterie. Ci siamo influenzati a vicenda: io fornivo un certo groove, lui un’altra vibrazione, e il risultato finale è quello che sentite nel disco. Il processo di collaborazione in studio è stato molto naturale.

B: Quindi non avete lavora
to a distanza tramite Skype, come fanno molti…

D: Assolutamente no. Abbiamo cercato di fare tutto insieme, in Best Sound (Donjoe ha uno studio lì, ndr). Avevamo già delle idee, ma spesso le abbiamo stravolte trovandoci insieme a Milano. Ogni aspetto è stato seguito da entrambi: come tutti i produttori, siamo quasi maniacali nel nostro modo di fare musica. Per quanto mi riguarda, ad esempio, la masterizzazione è una cosa fondamentale: la seguo sempre, in ogni fase.

S: D’altra parte, nell’hip hop il suono è un aspetto importantissimo. Definisce la bravura di un produttore.

B: Parlando dei suoni, cosa c’è dentro al disco, concretamente?

D: Ci sono campioni, parti inedite, strumenti veri, synth: un po’ di tutto, insomma. In Le leggende non muoiono mai, ad esempio, ci sono le chitarre suonate dal nostro amico Guido Style (ha già lavorato a lungo con J Ax, ndr), che sono composizioni originali. Spesso partivamo dall’idea di un campione, ma poi rivoluzionavamo tutto. Anche perché la Best Sound è un crocevia di musicisti: ci è capitato spesso di beccare qualcuno che passava di lì per caso e di tirarlo in mezzo per registrare qualcosa.

S: Esatto: nel singolo, ad esempio, l’unica parte campionata è il breakbeat. Anche Roberto Baldi, con cui collaboriamo da tempo, si è occupato di molti insert strumentali. Comunque, i musicisti veri e propri che abbiamo coinvolto non sono molti: l’aspetto compositivo è stato gestito soprattutto da me e Joe.

B: Gli artisti hip hop coinvolti, invece, sono tantissimi: come mai? Ma soprattutto, non avete mai avuto paura di una sorta di effetto perpetuo posse cut?

D: I nomi sui crediti dovrebbero essere 42 o 43, ormai non ricordiamo neanche più quanti sono esattamente! (ride) Riguardo all’effetto posse cut, singolo a parte, i rapper su ogni traccia non sono poi così tanti; ce ne sono perfino alcuni, come ad esempio Marracash, Fabri Fibra o J Ax, che hanno realizzato un brano solista.

S: In effetti, la nostra idea iniziale prevedeva molti meno artisti. Facendo così, però, ci saremmo ritrovati con un disco da 7/8 tracce al massimo, ed era un peccato realizzare un progetto così asciutto. Ovviamente raccogliendo così tanti mc il rischio è che il disco non risulti abbastanza omogeneo, ma abbiamo voluto tentare. Anche perché noi ci siamo occupati soprattutto dell’aspetto musicale: quello del rap, invece, è stato costruito direttamente da chi cantava. Non abbiamo imposto temi, ma piuttosto dato suggerimenti.

D: Riguardo ai rapper, poi, abbiamo cercato di creare combinazioni inedite, di mettere insieme gente che non si era mai incontrata su nessun album.

B: Appunto: molti rapper italiani hanno simpatie e antipatie piuttosto note. Avete avuto qualche problema ad abbinarli?

D: Anzi: lo abbiamo fatto proprio per sfatare questo mito. Tutti gli mc hanno collaborato tra di loro senza problemi.

S: Al massimo, come è giusto e normale che succeda nell’hip hop, c’è stata un po’ di sana competizione e sfida, la voglia di fare meglio degli altri rapper presenti nel disco, ma niente odio, rivalità o rancore. Hanno accettato tutti di buon grado di cantare con gli artisti che avevamo scelto (le combinazioni all’interno dei vari brani, come diceva anche Joe, sono state tutte decise da noi). Ci è piaciuto molto anche dare spazio ai giovani, una cosa che la gente non si aspettava. Abbiamo tirato in mezzo nomi nuovi, non ancora molto conosciuti, che noi stessi non avevamo mai incontrato di persona: Johnny Marsiglia, ad esempio, è un ragazzo siciliano che abbiamo chiamato dopo aver sentito un suo pezzo che ci era piaciuto molto. Stessa cosa con Gemitaiz e soci. Siamo molto attenti alle novità che escono in Italia, che purtroppo non sono mai molte… (ride)

B: A proposito, secondo voi quale sarà il futuro delle sonorità hip hop, sia in Italia che all’estero? Alcuni suoni che oggi sono considerati tipicamente hip hop, fino a pochi anni fa non sarebbero mai stati classificati così…

S: Secondo me (e per fortuna) il futuro dell’hip hop sarà la fusione totale dei generi: non esiste più una suddivisione netta tra rap, R’n’B, reggae… Finalmente, poi, si guarda anche all’esterno: alcuni dei pezzi più belli usciti ultimamente prendono ispirazione dal rock o dall’elettronica, una cosa che fino a poco tempo fa non sarebbe mai stata concepibile. La musica è una sola, e rimanere entro i confini di un genere è davvero deleterio e limitante.

D: Tutto questo è stato un bene anche per molti artisti: rimanendo legati alla tipica produzione hip hop non sarebbero mai arrivati da nessuna parte. Penso a gente come B.o.B., che se non avesse inventato quel suo crossover tra hip hop e pop non si sarebbe mai fatto notare, né tantomeno sarebbe finito in classifica. Io ho sentito decine di suoi mixtape precedenti, e il suo stile era davvero indistinguibile da quello di tutti gli altri. Era uno tra tanti.

S: Infatti. Poi, ovviamente, c’è chi continuerà a ripetere che certi suoni sono commerciali e certi altri sono underground, ma è ora di capire che non ha senso distinguere tra musica mainstream e musica di nicchia: esiste solo la musica bella e la musica brutta, quella fatta bene e quella fatta male. È l’unica discriminante che conta davvero. Ho letto molti commenti di gente che diceva che Le leggende non muoiono mai è un pezzo commerciale e che noi siamo dei venduti; in realtà, quel brano di commerciale ha davvero pochissimo. Non è un pezzo radiofonico: l’atmosfera è cupa, i testi sono molto espliciti…  L’unica cosa che potrebbe renderlo pop è il ritornello cantato, ma non è che sia il tipico bridge in cui un tizio canticchia parlando d’amore; anzi, secondo me è piuttosto spinto e sperimentale.

D: Per noi è la tipica posse track anni ’90, con un bel breakbeat e una serie di rapper che spaccano il culo.

B: Ecco, parliamo di rapper che spaccano il culo. Domanda scomoda: qual è la vostra strofa preferita, tra tutte quelle presenti nell’album?

(scoppiano a ridere entrambi, ndr)

D: Ma no, dai, è impossibile rispondere!

S: È come chiedere “Qual è il tuo figlio preferito?”. E poi ormai, a furia di ascoltare e riascoltare tutto, abbiamo l’orecchio fuso. Non siamo in grado di giudicare.

D: Infatti. Io, appena pubblicato un disco, entro in una fase amore/odio nei confronti di tutto quello che ho fatto…

S: Magari ci risentiamo tra qualche mese e ti rispondiamo, okay?

B: Dai, fate uno sforzo per i vostri affezionati ascoltatori…

S: Diciamo che ci sono senz’altro strofe che sono riuscite meglio, magari perché il pezzo era più studiato. Ma non mi sento di dire che uno sia meglio di un altro.

D: Ogni pezzo è bello a suo modo. Ognuno ha dato il proprio contributo.&nbsp
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S: Ovviamente non si possono mettere sullo stesso piano il rapper sedicenne e il peso massimo dell’hip hop italiano: vanno giudicati ciascuno nel proprio contesto e per la propria esperienza. Comunque credo che tutto il disco sia molto piacevole da ascoltare, perché è una specie di jam session in cui è possibile apprezzare molti stili diversi. Personalmente, parlando di brani, amo molto Le leggende non muoiono mai, perché è nuovo, diverso dal solito. Altri comunicano più contenuti, come quello di Fabri Fibra, che è molto diverso dalle sue ultime canzoni. Il pezzo di Marracash, invece, è tipicamente nel suo stile e spacca. Anche Ax ha fatto un gran bel lavoro. Insomma, ci piacciono tutti!

B: Rimanendo sui singoli brani, ha colpito molto Perché posso, in cui i Co’Sang cantano in italiano anziché in napoletano…

D: Esatto: è il primo brano ufficiale che cantano in italiano. Il loro prossimo album sarà tutto in italiano. In molti ci hanno detto che con questa scelta hanno perso qualcosa a livello di stile e flow, ma secondo noi hanno fatto bene a provarci; quelli che non capivano neanche di cosa stavano parlando erano tanti, e vi assicuro che è un vero peccato.

S: Lasciano il napoletano perché vogliono aprirsi a un pubblico più ampio. A livello di scrittura i loro testi sono eccezionali, di una poesia incredibile, ma spesso vengono persi per via del dialetto, perciò hanno deciso di tentare questa strada. E comunque, se anche avessero davvero perso qualcosa, si tratta di un periodo di transizione: devono adattarsi a una nuova lingua, non è una cosa da poco.

B: Ultima domanda, anzi, un consiglio ai giovani produttori: qual è il segreto per fare un buon beat, secondo voi?

D: La personalità: crearsi un proprio gusto e stile, senza andare dietro a quello che si sente in giro.

S: Avere amore, passione e sensibilità per la musica. Ma non è una cosa che si può studiare: o ce l’hai o non ce l’hai. Ray Charles un bel giorno si è svegliato e si è accorto che sapeva naturalmente cantare e suonare. Idem per Beethoven. Nessuno gliel’aveva insegnato.

D: Non c’è un tutorial o un segreto per fare bene le cose: o le fai o non le fai. È come nel rap: se non vai a tempo, non andrai mai a tempo. Non puoi impararlo. Al massimo puoi imparare la tecnica.

S: Ciascuno ha il proprio talento. Io so fare musica, ma la matematica non l’ho mai capita e mai la capirò.

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