The Unusual

by • 14/04/2006 • RecensioniComments (0)410

Takin’ it back to ’88… non esattamente, ma lo spirito è quello.

Se state cercando qualcosa di nuovo o cosid. “fresco”, vi dico fin da subito che potete interrompere la lettura della recensione e dedicarvi ad altro, senza perdere tempo prezioso. Qualora doveste invece essere dei nostalgici senza speranza, o semplicemente vi accontentate del “good ol’ boom bap”, andrò a spiegarvi immediatamente perché questo disco è –da quest’ottica- uno dei prodotti più credibili ed interessanti usciti negli ultimi mesi.

1. El Da Sensei era una metà degli Artifacts, la cui carriera certamente non si può dire esser stata stellare. Escluso, naturalmente, il plauso dei cultori dell’underground dell’epoca. Nulla è cambiato da allora.

2. E’ certamente più credibile chi fa un disco sul genere throwback essendo sulla scena underground fin dai tempi ai quali si rifà, che non chi al tempo si esaltava coi Kriss Kross.

3. Chi sul proprio disco ospita K-Def e O.C., fa scratchare (ancora!) pezzi della strofa di Deck su C.R.E.A.M. e, infine, appare in foto con le Jordan VI è decisamente uno che ci crede davvero.

4. Se, a distanza di 10 anni, il tuo ultimo album ha pressappoco gli stessi difetti del tuo ultimo lavoro degli anni ’90 (e mi riferisco a That’s Them!), allora si può tranquillamente dire che il termine “conservatore” assume nuovi significati.

Ora, malgrado questa introduzione apparentemente critica nei confronti di El, non posso negare di aver trovato in questi quattro punti (più gli altri che verranno) un feticistico piacere. Non scordiamoci infatti che abbiamo comunque a che fare con un veterano, un MC esperto che si può definire in molti modi ma certamente non fiacco. Sottolineo peraltro come certi suoi coetanei (artisticamente parlando), al momento di pubblicare un album “al passo coi tempi”, hanno prodotto risultati discutibili: Large Professor ed il suo solista ufficiale, il Pete Rock di Soul Survivor II, Prince Po e, uno su tutti, Jeru e gli aborti dell'era post Premier.

Saggiamente, El ha deciso di percorrere una strada che conosce molto bene ed è, appunto, quella del ol’ boom bap unito a liriche che vogliono dimostrare la propria capacità al microfono e poco più. Un esempio? Natural Feel Good, che di certo non stonerebbe se ascoltata tra le vecchie Break It Down e Skwad Training. Differenze di mixaggio a parte, Illmind riproduce in maniera perfetta l’atmosfera dell’hip hop dello scorso decennio, mentre il Nostro dimostra che l’esperienza è la migliore maestra: una tecnica molto precisa e pulita (scordatevi gli adlib tracotanti di questi ultimi anni), unita ad un controllo di respirazione e voce fuori dal comune sono quello che differenziano gente come lui dall’invasione di rapper che si sforzano, anche genuinamente, di riprodurre il sapore di quell’epoca.

Lo stesso dicasi per Lights, Camera, Action (ci voleva davvero un originoo anzianotto per riesumare l’uso dell’urlo “Go! Go! Go!” in un ritornello: ricordate Off The Books? E’ lui!), What’s My Name, Hold On o Blow Shit Up -come possiamo vedere, anche i titoli dei pezzi non esplorano nuovi territori. Au contraire, qualche apertura al Nuovo, sempre inteso in termini molto relativi, lo si può trovare nel singolo Crowd Pleasa e relativo campione -tratto da una versione cantata di Exodus di Ernest Gold, già sentito altrove ma comunque piacevole; Live In The Flesh ha invece vaghe reminescenze delle produzioni presenti sull’ultimo dei De La Soul o dello stile di Jake One (che, invece, produce Gunblast); oppure, ancora, Nuttin’ To Lose, decisamente meno tipica nella scelta delle batterie, del campione, e nel taglio di quest’ultimo.

Insomma, per farla breve, si raggiungono dei livelli di throwbackismo (passatemi il neologismo) assoluto e, finalmente, davvero convincente. Tanto convincente che, come dicevo, anche i difetti sono più o meno gli stessi di That’s Them: tanto per cominciare, digerire 50 minuti di battle rap e sboronaggine assortita, per quanto nettamente superiori alla media, è abbastanza impegnativo; aggiungiamoci poi l’inclusione di qualche traccia skippabile o quantomeno piuttosto insignificante (That’s How It Goes soprattutto è una fetecchia) e, infine, un minimo di monotonia sia nei beat che nello stile di El che, per carità, straccia come e quando vuole una decina di MC aventi la sua stessa impostazione ma non basta da solo a reggere un disco intero (e dico solo 10 perché tendo a considerare gli affiliati alla Justus League come un insieme stilisticamente non meglio definito). Ecco, già avere un partner al microfono aiuta parecchio, ma visto che Tame One pare essere ancora infognato con la Eastern Conference, ci tocca abbandonarci ad una serena rassegnazione.

In conclusione, io sono comunque soddisfatto del tutto, con i suoi pregi ed i suoi difetti. Del resto, posso affermare senza vergognarmene di soffrire di una eccessiva partecipazione emotiva legata al risentire determinate sonorità, ragion per cui il mio parere è molto di parte. A momenti mi vien voglia di passare il disco su cassetta, vedete un po’ voi… Degenerazioni della sindrome di Peter Pan a parte (credo sia questo), The Unusual resta un onesto prodotto che ovviamente verrà apprezzato dai nostalgici ma che, credo, lascerà a bocca asciutta non solo chi si è votato anima e corpo ai suoni contemporanei, bensì anche chi è nel viaggione del throwback fuffa (senza offesa, davvero). Sia come sia, è comunque una parentesi ben riuscita nel panorama del rap contemporaneo.

P.S. Benchè lo ritenga superiore al disco degli Army Of The Pharaohs, gli affibbio lo stesso solo 3 omini. Essendo quattro la perfezione, 3 e1/2 mi sembrerebbe eccessivo.

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