The Torture Papers

by • 06/04/2006 • RecensioniComments (0)479

Introducing…

1998. Un gruppo dal nome altisonante, Army Of The Pharaohs, pubblica il singolo “The Five Perfect Exertions b/w War Ensemble” tramite la allora sconosciuta ed ora defunta Superegular Recordings. L’underground (e gli utenti di Napster), disgustati dalle paillette delle tute di Puffy e Mase, ne decretano il successo per due motivi: il primo è ovviamente l’altissima qualità dei pezzi, il secondo perché era da tempo che non si vedeva un allineamento di simili MCs: Jedi Mind Tricks, 7L & Esoteric, Virtuoso, Chief Kamachi e Bahamadia.

2000. Sull’ormai leggendario secondo LP dei Jedi Mind Tricks viene pubblicato un ennesimo remix di “Five Perfect Exertions”, oltre all’inclusione di War Ensemble come ghost track. Nel frattempo, corrrono voci sempre più insistenti sulla pubblicazione di un EP da parte del collettivo.

2001-2005. Dell’EP nemmeno l’ombra. In compenso, nel corso degli anni escono dal gruppo diversi componenti (Virtuoso, Jus Allah, Bahamadia e, per ultimo, Stoupe) per far posto ad altri (Apathy, Celph Titled, Outerspace, King Syze, Reef Tha Lost Cauze, Des Devious e Faez One); nel mentre, ciascuno dei suoi membri porta avanti i rispettivi progetti solisti.

Gennaio 2006. Il sottoscritto legge dell’imminente uscita dell’album, intitolato The Torture Papers, e comincia a temere il peggio: sarà l’ennesimo polpettone epico-battle-fintofacentebrutto? Viste le tendenze di alcuni dei componenti del gruppo (Vinnie Paz e Celph Titled su tutti) il rischio c’è.

…

Vabbè, ma ‘sto album alla fin fine com’è? Merita o è puzzone?, perché è questa l’unica cosa che importa.

Incominciamo col dire che mi rifiuto categoricamente di prendere sul serio le fesserie di Vinnie Paz; che i testi pseudogangsta di Celph Titled raggiungono dei livelli di involontaria comicità da tempi non sospetti; che gli Outerspace possono passare come rapper-jolly data la loro piattezza in termini di contenuti e di personalità; e, infine, che King Syze è un bombolone a cui deve piacere molto, dico molto, Big Punisher. A questo punto incrociamo le dita per lui e speriamo che limiti l’emulazione al solo rap. Insomma, considerate dunque queste Verità non posso nascondere che mi sono effettivamente approciato all’ascolto del disco con tutta una serie di pregiudiziali riguardanti il suo valore (tanto per cambiare).

Per certi versi di conferme ne ho avute fin troppe, mentre in altri casi posso dire di essere stato sorpreso. I beat, innazitutto: malgrado/grazie all’assenza di Stoupe, il progetto è stato portato a termine perlopiù da perfetti sconosciuti (Shuko, DC The Midi Alien e via così), molti dei quali europei, ed il risultato si sente fin dalla prima traccia. The Torture Papers si apre infatti con un’asciugata assassina di SEI minuti dove TUTTI gli MCs hanno la loro opportunità di dire la loro. Un campione con trombe, violini, cori gregoriani ecc. (tratto probabilmente da chissà quale colonna sonora), una batteria classica in 4/4 e un centinaio di barre da battaglia è decisamente troppo per i miei gusti, anche se in mezzo a quest’orgia di rime qualcuno si fa notare: Reef, per dire, una volta capito chi è lo si apprezza volentieri; Eso ha subìto una metamorfosi ed è tornato ad una metrica serratissima a metà tra Kool G Rap e Percee P, che se presa in piccole dosi spezza bene il tutto; Apathy e King Syze si lasciano ascoltare. Aggressività a parte, Vincenzino Pazienza continua invece a dire fesserie con metriche sempre più triviali, ma se paragonato allo sciattume degli altri svetta. Ecco, grossomodo questo è il tenore delle apparizioni attraverso l’intero CD. Così potete cominciare a farvi un’idea.

Ma se Battle Cry tinge di pessimismo le previsioni, già alla terza traccia arriva Henry The 8th e rimescola le carte in tavola: il beat, costruito su un bellissimo quanto semplice loop di musica barocca (archi ed oboe) ed un giro basso veramente potente, trasforma il pezzo in un headnodder da 3’39’’. Per giunta, Vinnie apre e chiude la strofa come da tempo non faceva (“For whom the bells toll/ Vinnie Paz I call hell home…”), Kamachi e Reef proseguono più che degnamente e, mirabile dictu, Planetary registra alcune delle migliori barre del disco –e della sua carriera, se è per questo.

Di diverso stampo è invece Into The Arms Of Angels: sia musicalmente (è l’unica traccia lenta presente sul disco) che contenutisticamente, tant’è vero che qui Faez One, Crypt e Vinnie si lanciano in un’audace impresa d’introspezione… Vinnie Paz? Introspezione? Ebbene sì, dopo tre album e svariate apparizioni, Vincenzino mette da parte la sua patologica omofobia per la bellezza di una strofa intera! Purtroppo però, effetto vinnie-sorpresa e base gradevole a parte, Crypt non brilla per ars poetica e Faez, dal canto suo, può vantarsi di avere uno dei flow più letargici del mondo dell’hip hop. Avanti la prossima.

Anzi, no, non è necessario. Uno dei problemi di questo disco è infatti l’eccessiva somiglianza tra le tracce, per cui non è difficile tracciare un identikit di Torture Papers nel suo complesso. I beat gravitano tutti nell’area hardcore-cupo (eccetto la sopracitata Into The Arms ed il singolo Tear It Down, che invece è una sucata di proporzioni imbarazzanti al Premier di cinque anni fa e che pertanto mi rifiuto di commentare), e si contraddistinguono dunque da due tipologie di campioni: quello platealmente epicheggiante (Battle Cry, Henry The 8th, Pull The Pins Out, Listen Up, All Shall Perish, Feast Of The Wolves) e quello più o meno tipico delle produzioni east della seconda metà degli anni ’90 (Gorillas, The Torture Papers, Narrow Grave, King Among Kings, Wrath Of The Gods). Intendiamoci, una minima di varietà c’è –è solo che l’impressione è quella di ascoltare una unica, lunghissima traccia con qualche bridge sparso qua e la. Et encore: sfido chiunque a differenziare i “contenuti” di un pezzo dall’altro: siamo sempre lì, rime da battaglia su rime da battaglia senza particolari significati, niente. A molti altri recensori una simile incredibile “omogeneità” (eufemismo) ha addirittura condotto una teorizzazione di concept album. Interessante punto di vista, ma il “concept” dov’è?

Forse nel fatto che saltuariamente c’è qualcheduno che grida “it’s that ’94 shit… that hardcore shit”? Al di là del fatto che di somiglianze col ’94 non ne vedo NESSUNA (almeno, non se ripenso agli Organized Konfusion, alla D.I.T.C., a Jeru e via dicendo), rimango dell’idea che, proclami a parte, questo sia un disco in realtà intrappolato nella mentalità da estremista dell’underground, il quale prende quello che viene fatto dai vari D4L o Franchise Boyz, se lo immagina invertito specularmente, e fa un disco. Peccato però che nemmeno un nostalgico come il qui presente riesca a vederci grossi motivi d’interesse, anche considerando la presenza di pezzi come Henry The 8th, King Among Kings, Wrath Of The Gods (queste ultime due sono le uniche a suonare davvero crude, tipo le produzioni di Ahmed –quello di Flip Shit dei Ghetto Dwellas, per intenderci, alla quale King… somiglia assai. Sarà un caso?). La volonta c’è, ma manca completamente una traccia di particolarità, di identità. I dischi di quell’epoca sono tutt’altra cosa, e dubito che sia possibile raggiungere anche solo una vaga somiglianza.

Riassumendo: malgrado le buone intenzioni, una serie di MC più che decenti ed i beat tutto sommato sopra alla norma, l’insieme mi sembra mortalmente noioso. Non ci vedo nulla di interessante né sotto l’aspetto musicale, né, soprattutto, sotto quello delle liriche. Non è né un tuffo nelle atmosfere del passato, né una possibile visione del futuro del rap hardcore. Il disco non è brutto, tutto sommato, e sta all’underground odierno come i White Stripes stanno al pop; certo che se dovessi tener in considerazione il potenziale inespresso… meglio non pensarci. Scaricate, ascoltate e decidete con calma se valga la pena di un a
cquisto. Io, a distanza di un mese, ancora non ho preso una decisione.

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI