The Ownerz

by • 06/12/2003 • RecensioniComments (0)434

La copertina di certi album, e questo è uno di quei casi, dice molto di più sul loro contenuto di tante parole. Un nome in alto al centro,due figure poco sotto ed un titolo molto esplicativo alla loro destra. Se quel nome è Gangstarr, le due figure sono quelle di Guru e Premier, al sesto album, il titolo di Ownerz del rap-game è un autoriconoscimento del tutto legittimo quindi un altro classico è il minimo che ci si può attendere ancora prima di appoggiare la puntina sul vinile o di dare in pasto il CD al lettore. Cinque anni dopo Moment of truth, i Gangstarr tornano sulla scena per rimettersi in tasca il mazzo di chiavi di quella che è un po’ “casa loro” e la cosa, inutile dirlo, gli riesce appieno anche a stò giro.

Diciannove tracce (vabbeh per la precisione 17, se si escludono l’intro e lo skit Hiney) per un totale di quasi altrettante lezioni su come si possa riuscire a fare rap tanto maturo ed essenziale quanto elegante e raffinato, producendo pezzi dotati di un gusto incredibile, hip-hop dal sapore classico e insieme attuale frutto di un sound che lontanissimo dallo stufare si rinnova con un abile lavoro di lima ai fianchi della sua formula.

Ci sono produttori mediocri che inistono per tutta la carriera sui propri clichés, incapaci, anche quando ci provano, di uscirvi e poi ci sono i migliori, come Primo, che hanno la capacità e la malizia di operare piccole rivoluzioni Copernicane, tanto sottili quanto sostanziali, al proprio stile in modo da restare costantemente al top, del tutto fedeli a se stessi e alla propria tradizione ma con almeno un piede davanti a quello degli altri. Il colpo gobbo questa volta il nostro lo piazza essenzialmente lavorando, senza inseguire la chimera di innovazioni troppo radicali o pretenziose, sulle sequenze e i set di batteria, mandando in pensione per quasi tutto il disco l’utilizzo degli hi-hat per ottenere alla fine un suono ancora 100% Gangstarr ma allo stesso tempo più snello, fluido ed incisivo, in grado di assecondare al meglio il groove dei vari samples. Con questo disco Premier ribadisce che più che essere al passo coi tempi lui, per molti versi, è I TEMPI, almeno per chi ama, ascolta e produce un certo tipo di rap.

Qualche parola anche su Guru: il solito coltello avvolto nel velluto, con la sua voce calda, soffice e carica di soul come nessun altro MC scandisce parole piene di consapevolezza, prese di posizioni e rivendicazioni velenose il tutto condensato all’interno di metriche quadratissime e nonostante non sia certo un avanguardista (e di questi tempi viene da dire: ”per fortuna”) si dimostra comunque evoluto e sempre e comunque all’altezza dell’illustrissimo compagno di viaggio. Il virtuosismo metrico e il wordplay non sono mai stati il suo pane quotidiano e lo si sapeva ma quanto a stile, forza e intelleggibilità dei messaggi non prende lezioni da nessuno. Dopo tanti anni, tutto quello che esce dalla sua bocca è sorretto da una credibilità molto sopra alla media figlia di una attitudine che è sempre stata parente stretta del verbo “essere” in una scena in cui più di uno (specie tra i personaggi più in vista) sembra avere qualche “problemino” anche solo a “sembrare”.

Scendendo nei particolari del disco, che come ormai si sarà capito si pone su standard qualitativi elevatissimi per quasi tutti i suoi cinquantasette minuti, direi che si possono comunque isolare una manciata di pezzi meritevoli di una ulteriore citazione di merito, mi riferisco al primo singolo Skillz (di cui nel CD trovate anche il video), a Sabotage (tributo riuscitissimo alle atmosfere funk dei ’70), alla stilosissima Rite Where You Stand (con Jadakiss che piazza una delle migliori strofe del disco, se non la migliore), a Put Up Or Shut up; Same Team, No Game, Peace of Mine e a Capture (Milita Pt.3) con Big Shug e Freddie Foxxx (due di famiglia per i Gangstarr) perfetti su una delle due tracce più hardcore dell’album insieme a quella che si può tranquillamente candidare al titolo di “cartella dell’anno” ovvero Who Got Gunz con lo straordinario contributo di Fat Joe e dei sempre trascinanti M.O.P. (fiyaaaa!!!) perfetti per incendiare uno dei beat più grezzi mai prodotti da Premier. L’unico difetto di questo pezzo è che c’entra molto poco con il sound del resto dell’album,ma non è assolutamente una cosa poi così grave o inficiante. Queste sono, a parere di chi scrive, le canzoni che faranno ricordare questo album molto a lungo, quelle in cui l’alchimia tra campioni, batterie e l’ispirazione di Guru al microfono dà i suoi migliori frutti lasciando nelle orecchie dell’ascoltatore quella fragranza sonora che ha fatto di questi due signori due autentiche leggende.

Canzoni realmente brutte non ce ne sono, di non particolarmente riuscite mi saltano in mente solo My Life e Nice Girl; Wrong Place; nella prima l’interessante esperimento di fondere due stili tanto particolari come quelli di Snoop Dogg e Guru è compromesso da un beat un po’ troppo generico (per non dire fiacco) e da una interpretazione un po’ anemica del Cane, la seconda invece, sia per sonorità che qualità realizzativa, sembra centrare quasi nulla col resto del disco, anche qui Primo non mi è parso proprio ispiratissimo; insomma dentro un album di questo livello fa molto “scova l’intruso”. Avanzare ulteriori critiche negative sarebbe davvero cercare “il pelo in un uovo di dinosauro” per cui direi che l’unica cosa che mi resta da fare è di consigliarvi questo disco senza riserve anche perché non sono molti i prodotti americani usciti quest’anno meritevoli di essere presi in considerazione anche solo la metà di The Ownerz.

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