The Craft

by • 07/11/2005 • RecensioniComments (0)872

The Craft rappresenta il classico caso di disco underground spasmodicamente atteso e fatto oggetto di culto ancora prima della sua uscita.

Bisogna ammettere che le premesse c’erano tutte: col precedente Blazing Arrows i Blackalicious avevano archiviato un ottimo disco e gli album solisti di Gift Of Gab e il progetto Maroons (Chief Xcel e Lateef) avevano brillato per qualità, tecnica e freschezza gettando le basi per un potenziale capolavoro che, però ,alla resa dei conti, questo The Craft non riesce ad essere.

Di capolavoro si può giusto parlare per quanto riguarda l’elegantissimo digipack cartonato, di ottimo gusto sia per quanto riguarda la grafica della copertina che il booklet; il che è in linea con la loro ottima tradizione in merito.

Detto dell’eccellente fattura esteriore e per addentrarsi più nel merito del discorso musicale: direi che The Craft rappresenta il tentativo dei Blackalicious di superare se stessi in quella ricerca di un suono raffinato, strutturato ed elegante che è un po' il loro marchio di fabbrica; ma che viene qui ottenuto tramite un enorme (eccessivo sarebbe meglio) sforzo compositivo e di editing che finisce col far perdere immediatamente spontaneità al lavoro.

Così ,già a pelle e al primo ascolto, il disco suona come troppo cerebrale e analizzato a scapito della creatività più immediata degli altri lavori e l’eccessivo utilizzo di cantati e strumentazione live invece di aggiungere spessore alle singole tracce non fa , in molti casi, che annacquare quel che di buono era già presente in esse.

Ovviamente e provvidenzialmente The Craft non si guadagna solo considerazioni parzialmente negative: Gift Of Gab resta un mc meraviglioso con un flow in cui ci si perde, pezzi come Supreme People, The Fall and Rise of Elliot Brown, World Of Vibrations meritano un posto tra le cose migliori della loro discografia e aggiornano il loro vocabolario tecnico e stilistico in maniera significativa, altri, come Supreme People, ritrovano con classe la strada verso un sound che nel rap odierno, QPj a parte, trova spazio solo in alcune operazioni di throwback da pistola alla tempia.

Queste considerazioni però non bastano a sollevare l’ascoltatore dall’impressione di avere a che fare con un capolavoro mancato e persosi in un eccessiva ricerca strutturale, rimasta oltretutto in troppe tracce sterile di risultati appassionanti.

Citando un espressione particolarmente felice di un recensore americano in merito a questo disco: “Easy to like but tough to love”. Ed è proprio così.

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