The Beauty And The Beat

by • 11/08/2005 • RecensioniComments (0)397

Il ragazzo interrotto con domicilio a Boston, la faccia da Bob Dylan e l’affezione per il rap ci riprova.

E se al primo tentativo (Primitive Plus del 2002) era parso ancora troppo appiattito sui canoni "indie hip-hop" delle varie Anticon e Def Jux, con questo Beauty And The Beat si sopravanza in originalità e personalità.

Il disco contiene tredici pezzi, per un minutaggio inferiore ai 40 minuti, durante i quali Edan sciorina concepts musicali schizofrenici a cavallo tra i suoni dei godfathers della black music e dell’hip-hop e quelli della “psichedelia” da sit-in hippies dei 60’s.

Come produttore Edan si fa apprezzare per l’utilizzo di samples e batterie assolutamente credibili nel loro suonare ruvidamente vintage; elementi che vengono poi assemblati tenendo come punti fermi del suo stile produttivo: un piglio decisamente progressive nella composizione, un gusto lo-fi nel far uscire il suono e il nomadismo tra le influenze che ho citato a inizio recensione.

Ottenuta l'ossatura del beat "il nostro" ci si dedica poi con un enorme lavoro di arrangiamento attraverso l’utilizzo di numerosi plug-in come echi, distorsioni e riverberi che disorientano l’ascoltatore con un flipper di trip acustici che giocano a ping-pong tra le casse.

Per quel che riguarda l’mciing c’è da dire che il rap di Edan Portnoy lontano dal tradire il nerdismo del personaggio è spezzettato e tagliente, battezzato da buone doti vocali e caratterizzato da metriche decisamente old-school.

E proprio con un tributo all’old-school il disco raggiunge uno dei suoi apici; parlo di Fumbling over the words that rhyme che fa l’ABC dei nomi più influenti della storia del genere su un boom-bap d’altri tempi allo stesso modo in cui ,in preda allo stesso citazionismo e in mezzo a una selva di chitarre hendrixiane, Edan si produce in una eulogia di alcuni giganti della storia del Rock N Roll (da cui il nome della traccia) quali Velvet Underground (“The Underground is made of Velvet / With buttersoft brothers, talk tough on wax but ain’t sell shit”) Jimi Hendrix (“My mental fabric, too thick for Lenny Kravitz / Who imitates Jimi Hendrix in every facet.”) King Crimson, Beatles, Judas Priest e molti altri.

Questi due pezzi sono forse i due estremi concettuali del disco, le coordinate dentro le quali si muovono gli orizzonti freak di Edan Portnoy; il quale, pur uscendo con una minuscola etichetta inglese, è stato capace di mettere in piedi uno dei carozzoni rap più psicotici, godibili e creativi di questo scorcio di 2005.

Concludendo: per apprezzare fino in fondo Beauty And The Beat c’è una sola precisazione da fare ed è lo stesso Edan a farla in una intervista per Art Of Rhyme:

“I think when people complain about the beats being too low-fi, I don't really agree. I just think it's an aesthetic difference of taste. I think people shouldn't listen to Pete Rock and then compare what they like about Pete Rock to what they are looking for when they listen to my shit.”

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