The Beat of Urban Art

by • 30/11/2007 • RecensioniComments (0)379

“L’arte di BUA è rappresentativa dell'aspetto multietnico della cultura urbana di oggi. Egli afferra pienamente tutti gli elementi dell’ Hip Hop e il sentimento intrinseco della sua musica. BUA rappresenta il movimento Hip Hop: la cultura più diffusa della nostra epoca.”
Crazy Legs

Da piu di una decade, Justin Bua, con il suo Distorto Realismo Urbano ha lasciato il suo marchio di fabbrica su molte delle immagini rappresentative della black culture.
Originario dell’ Upper West di Manhattan/ NYC, nelle sue opere è evidente l’influenza della vita di strada che pulsa nella Big Apple, alla quale deve buona parte del suo percorso evolutivo come artista.
Infatti, oltre agli studi “accademici” in illustrazione al Center College of Design, in Pasadena (California), la maggiore fonte di ispirazione e luogo di studio dell’artista è proprio la strada, che lo ha visto protagonista sia come writer che come breaker (con le crews New York Express e The Dynamic Breakers).
La sua carriera inizia con collaborazioni con fabbriche produttrici di skateboards da cui poi si rende indipendente per lavorare come freelance a campagne pubblicitarie e alle copertine di molti dischi prodotti dalle grandi majors.
Nel 1999 crea l’animazione introduttiva del Lyricist Lounge Show per MTV e due anni dopo viene presentata Urbania, una serie animata prodotta per Comedy Central, interamente scritta, pensata e creata dall’artista newyorkese.
Per quanto riguarda il mondo dell’hip hop, è stata fondamentale la sua partecipazione al video degli Slum Village Tainted, con il quale gli artisti si sono aggiudicati un award per miglior video.Le sue figure distorte e i suoi personaggi cosi viscerali, personificazioni distorte della everyday people cantata dalla leggenda del soul Sly Stone, protagonisti di scene coinvolgenti pur nella loro quotidianità, hanno fatto il giro del mondo, dagli Stati Uniti (Seattle, San Francisco, New York, Denver, Atlanta, Los Angeles…) al Giappone (Tokyo) fino alla più vicina Londra.

La monografia di Justin Bua, in questo senso, rappresenta un “portale” alla sua immaginazione. L’underworld della metropoli ci accoglie nella sua follia e nei suoi luoghi più grotteschi in un percorso spazio-temporale nella vita dell’artista. Come un Virgilio metropolitano BUA ci conduce nell’inferno dei projects tra ballers e gamblers, in una Manhattan lontana dall’ideale, ormai saturo, della 5th Ave, dagli scenari da shopping addicted e dai white collars. Lo scenario è subito sopra l’Upper East, la Spanish Harlem che pur nella sua decadenza (soprattutto in epoca reaganiana..) non nega inputs positivi al ballo, alla musica e alla cultura della città.BUA dedica anche uno spazio speciale ai suoi eroi, figure prese a modello in giovane età per la loro capacità di sopravvivere ed il loro essere cool.
Hard Rocks è un altro, punto di vista,il rispetto a chi se l’è sempre saputa cavare.
Dutty Bop e NYC Wildlife, visioni ironiche di sé e della “fauna” che popola la giungla metropolitana, dal piccione sporco al ratto della subway fino al barboncino del Barrio con tanto di afro-puffs.
Seguono altre due sezioni, ironiche e disincantate: Cafè e Blunted Busted Faded… due vere e proprie alternative allo stress delle grandi città…
Tuttavia, le opere più conosciute dell’artista, sono probabilmente quelle che ritraggono gli artisti di strada, street musicians, che vivono riempiendo la città di vibrazioni positive, e dei poeti che spingono i loro versi da dentro per tenere svegli coloro che non ne sono ancora in possesso.
Un grande spazio è dato, ovviamente, all’hip hop, sia come movimento culturale emblematico di un’epoca e della città di New York, sia come “scuola di vita” dell’artista, che ha inoltre rappresentato la risposta dei giovani ad un periodo negativo nella storia americana (come già sottolineato da Henry Chalfant nella recente intervista per hotmc). Il movimento che emerge dalla strada per permettere a chi per strada ci vive di non soccombere sotto il peso della crisi storica e sociale degli anni ’80.
L’hip hop rappresenta, in quegli anni, la trasformazione di rabbia e frustrazione, in energia positiva.
Fine anni ’80: Justin Bua si trasferisce dalla controversa Money Makin’ Manhattan a Brooklyn, Flatbush per essere esatti..al confronto del quale El Barrio non era niente.

Per affrontare la schizofrenia locale BUA si affianca ad un alterego immaginario, il personaggio Tippy, nuovo schizofrenico compagno di viaggi lungo il percorso da casa alla fermata della metropolitana.

Altri coinquilini nel nuovo quartiere sono gli Stick up Kids, bambini cresciuti troppo in fretta ormai privi della seranità che dovrebbe contraddistinguerli, ma purtroppo situazione non così rara..Le ultime pagine tornano verso Manhattan: Little Italy e Chinatown, di cui l’artista dipinge forme, volti e icone, soffremandosi, nel caso della seconda, sul suo funky beat unico e affascinante, per quanto bizzarro.Alla carrellata di disegni segue la galleria delle tele vere e proprie (documentate anche da foto durante il making of…) in cui il punto di vista è la deformazione, marchio di fabbrica dell’artista e punto di partenza, ossessione, impulso primordiale da cui si evolvono i suoi studi e i suoi sviluppi stilistici.

Come per i drawings anche qui musicisti in primo piano, oltre a giocatori di poker e biliardo.
Tra tavoli verdi e fiches l’obiettivo si focalizza sui jazzisti, che come il blu e il rosa per Picasso, rappresentano un periodo nell’evoluzione di BUA, percorso dall’insonnia e dalle dipendenze. Secondo l’artista, Piano Man, trombettisti e chitarristi , quintetti e terzetti, sono figure ritmate che più di ogni altra cosa traducono il vero ritmo della strada, dei graffiti e del breakin’; l’anima della Streetlife trasmessa dal dinamismo dei personaggi e dalle linee sinuose che accompagnano il viewer nei jazz clubs della città che non dorme mai.
Dinamismo anche nella tela raffigurante il giocatore di basket, quasi uscito dalla Crooklyn di Spike Lee, topos della vita dei blocks e dei playgrounds.
Dalla musica allo sport, l’attenzione di BUA si sposta nel sottosuolo, nella metropolitana, in quanto “quintessenza del melting pot di NYC” e ricettacolo di fonti di ispirazione indimenticabili.
Ultima stazione Green Street, la strada verde come le banconote, dove tutto procede con i soldi e per i soldi, “strada forse sbagliata, ma per molti unica strada possibile”.
BUA ha riservato come conclusione un’opera che lo ha visto impegnato per molto tempo , soprattutto per il rispetto che la figura in questione ha sempre suscitato nell’artista:il DJ (in copertina). Alla stregua di eroe e leggenda metropolitana che riconduce il filo logico del discorso artistico alla vita nel neighbourhood: The Block è un paesaggio urbano che riscatta l’immagine della skyline di NY dalle cartoline in serie ritoccate malamente con il photoshop a cui i viaggi low cost ci hanno abituati..qui tutto è ritorno ad un concetto retrò e particolarmente romantico di Hip hop, come testimoniano l’MC e le pagine dedicate al B- Boying.
Dedicato a tutti coloro che vivono e sopravvivono nell’underground delle metropoli; dedicato alle città che non si arrendono ai tempi avversi e che sanno rinascere dalle prop
rie ceneri.

Un libro da avere per non dimenticare da che parte rivolgere lo sguardo.

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