Tanya Stephens: l'intervista

by • 17/11/2006 • IntervisteComments (0)403

Raggiungiamo telefonicamente Tanya Stephens in Giamaica, dove raccoglie le energie prima di affrontare il tour mondiale che la attende quest'inverno. Il suo ultimo album, Rebelution, l'ha definitivamente consacrata regina del conscious reggae contemporaneo.

Blumi: Nella musica reggae non sono molte le donne ad essere riuscite ad emergere. È stato difficile guadagnarsi il rispetto dei tuoi colleghi maschi e del pubblico?

Tanya Stephens: In realtà credo sia così per tutta l’industria musicale, non solo per il reggae: le donne fanno molta più fatica a farsi valere, non hanno un trattamento equo. Devi lavorare molto più duramente, e comunque per raggiungere un riconoscimento minore di quello dei maschi.

B: Le canzoni che scrivi arrivano dalla tua vita e dalla tua esperienza?

T.S: Molte delle canzoni che scrivo sono riferite alla mia esperienza personale. Molte altre, invece, vengono dai racconti delle persone attorno a me, da cui poi prendo spunto.

B: Sempre a proposito delle tue canzoni, ti aspettavi un successo così grande per Such a Pity?

T.S: Mah, non sto troppo a pensare a quello che potrebbe essere il riscontro dei miei pezzi: tutto ciò che posso fare è scrivere una canzone al meglio delle mie possibilità, farla uscire e aspettare. Se la gente la apprezza, bene, se non la apprezza, pazienza. Cerco comunque di non farmi delle aspettative, per non rimanere eventualmente delusa.

B: Qual è la tua opinione sulla consuetudine di usare lo stesso riddim per molte canzoni diverse?

T.S: Non mi piace molto, in effetti. Distrae dalla vera essenza della canzone, rende la musica un po’ meno profonda di quello che dovrebbe. Personalmente ho deciso di evitarlo: difficilmente prenderò in mano un riddim già usato, in futuro.

B: Quindi sarai tu a produrre tutti i tuoi brani?

T.S: Non sono io personalmente a occuparmi delle produzioni: normalmente è il mio amico (leggi: fidanzato, ndr) Andy Henton che lo fa per me. Lui crea il riddim, poi insieme ci occupiamo di arricchire l’arrangiamento e scrivere i testi.


B:
Molte delle tue canzoni hanno un messaggio sociale e politico. Credi che oggi il pubblico apprezzi ancora questo tipo di tematica oppure, come sostengono in molti, la gente che ascolta reggae vuole solo ballare senza avere niente a cui pensare?

T.S: La gente ascolta molti tipi diversi di musica, è sensibile a molti tipi diversi di vibrazione: nel reggae c’è spazio per tutto e per tutti.

B: A questo proposito, credi che la gente che ascolta canzoni profonde sia anche la stessa che affolla le dancehall, o sono due tipologie di pubblico separate?

T.S: C’è gente a cui piace tutto e gente che resta affezionata a un certo tipo di ritmo e argomento. Nel reggae, come dicevo, c’è davvero un po’ di tutto. Parlando per me, preferisco fare riferimento a quel tipo di pubblico che apprezza la musica giamaicana a trecentosessanta gradi.

B: Come vedi il futuro del conscious reggae? Credi che presto o tardi arriverà un artista che lo riporterà allo splendore dei tempi di Garnett Silk, o pensi sia destinato a tramontare?

T.S: Se dicessi che il conscious reggae è destinato a morire sarei un’ipocrita, perché quello che faccio io è proprio conscious reggae, e posso assicurare a tutti che è più che vivo. Il conscious reggae ha regalato al mondo alcuni dei più begli album mai usciti in Giamaica, è storia, e sopravviverà finché ci sarà un artista a farlo e qualcuno ad ascoltarlo. Prendi ad esempio la party music: anche nel presente è destinata a un periodo di tempo limitato, perché cessa la sua funzione non appena la festa finisce. Il conscious reggae, invece, ti parla della vita, e finché ci sarà vita ci sarà conscious reggae.

B: Parlando del tuo nuovo album, Rebelution, qual’è la canzone che ti rappresenta di più e perché?

T.S: Non ce n’è una sola o una che preferisco in assoluto. Cerco di far sì che la mia musica sia più personale possibile, e allo stesso tempo non mi piace avere uno stile univoco, perciò non c’è un brano che sia rappresentativo di tutta la mia musica. Amo parlare di temi politici, sociali ed economici; amo anche il mio corpo di donna, e ciò che posso fare attraverso lui; amo l’amore; insomma, ogni singola canzone è la tessera di un mosaico, che va poi a comporre nella sua interezza la mia vita e la mia personalità. Non posso sceglierne una sola e dire “questa sono io”: non sarebbe corretto.

B: Il Dvd del tuo album era fantastico. In futuro, vorresti cantare nuovamente unplugged?

T.S: Se mi capiterà ancora di realizzare dei brani che starebbero bene anche con un accompagnamento acustico, perché no?

B: Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

T.S: Sto sempre lavorando a qualcosa di nuovo, non riuscirei a fermarmi neanche volendo, la vita va avanti e io devo starle dietro. Sto scrivendo nuovi pezzi; a parte questo, sarò in tour in Europa dall’inizio di febbraio.

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