Sud Sound System: intervista a Nandu

by • 04/09/2006 • IntervisteComments (0)591

Mario Sellitri e Icon incontrano Nandu, elemento storico dei Sud Sound System, per un'intervista che spazia a trecentosessanta gradi tra musica e politica, territorio e vita quotidiana, tecnica e passione.

Mario: Il vostro ultimo disco, SSS Live and Direct, è un bellissimo live. Come mai la scelta di registrarlo proprio a Milano?

Nandu: Abbiamo semplicemente colto l’occasione: avevamo l’esigenza di registrare tutto a marzo, ma in quel periodo dalle nostre parti non c’erano concerti, anche perché in Salento si suona più che altro all’aperto, non esistono strutture vere e proprie per l’inverno. Ci hanno proposto una serie di alternative e abbiamo scelto Milano perché ci permetteva, grazie ad accordi particolari, di contenere le spese e di registrare l’intero live al costo di un videoclip.

M: A questo proposito, quando uscite dal Salento secondo voi il cantare in dialetto diventa un ostacolo?

N: Assolutamente no. La musica è composta da parole, ma soprattutto da suoni: sono loro a trasmettere le sensazioni più importanti. Il linguaggio non è mai stato un ostacolo per nessun musicista valido. A parte l’esempio trito e ritrito dell’italiano che apprezza la band inglese senza capire quello che dice, ricordiamo che all’epoca del melodramma per ogni opera si stampavano addirittura i libretti, tanto i testi erano incomprensibili; eppure la lirica ha spopolato per secoli ed è sopravvissuta fino ai giorni nostri. I versi e il linguaggio di un brano sono essenziali, ma la cosa che conta davvero è la melodia, altrimenti parleremmo semplicemente di poemi e non di canzoni. È la melodia che ti permette di superare davvero le barriere linguistiche: la musica è una specie di esperanto che riesce a tradurre il particolare in universale.

M: Negli ultimi anni il Salento è diventato una località turistica di primo piano, anche trainato dalla fama di feste e dancehall. Cosa pensate del fenomeno? Forse è anche un po’ merito vostro…

N: Molto rumore per nulla. A chi giova veramente il turismo? Ancora non s’è capito: la situazione in Salento è sempre la stessa, la disoccupazione non è diminuita, chi vuole lavorare nel settore alberghiero è comunque costretto a spostarsi a Rimini o ancora più a nord. Anche organizzare le feste è sempre più complicato: i posti migliori sono stati recintati, molto spesso di notte l’accesso alle spiagge è proibito. Sembra un momento di isteria collettiva in cui tutti prendono coscienza dell’esistenza del Salento dopo anni di silenzio. Quello che è certo è che noi continueremo a portare avanti la nostra realtà senza cambiarla di una virgola, che il Salento continui a spopolare o che torni ad essere ignorato da tutti. Questa è casa nostra.

Icon: Parlando di territorio, recentemente in un’intervista televisiva avete raccontato di come la presenza della mafia in paese, all’inizio della vostra carriera, vi abbia costretto a spostarvi da strade e piazze a spiagge e campagne. Questo cambiamento di location ha influito in qualche modo sulla vostra musica?

N: Negli anni ’80 il Salento offriva poche alternative, a parte quella di emigrare altrove. La mafia era un’alternativa gettonata per chi rimaneva, e spostarsi in campagna è stato un modo per tornare alle origini, per contrapporsi a quel tipo di mentalità. Mentre in città ci si confrontava con l’abbruttimento urbano, fuori era tutto a misura d’uomo; la natura era una specie di isola felice dove la musica si faceva strada tra le cime degli ulivi o su una spiaggia d’inverno. Muoverci ci ha permesso di sfuggire all’imbarbarimento della città, di riscoprire il Salento dei nostri nonni, di evitare un’omologazione forzata che passa anche attraverso la mafia. La mafia in fondo è questo: abbandonare il modo di fare di chi ci ha preceduto, diventare spacconi, essere per apparire, possedere a tutti i costi. Erano gli anni di Craxi, un periodo un po’ particolare per tutti: per quanto riguarda noi, ri-appropriandoci del nostro territorio abbiamo respirato un’atmosfera del tutto diversa, che evidentemente ci ha fatto molto bene.

 

M: Il reggae è una musica che dà spazio a molte sfumature, dai temi impegnati ai testi incendiari passando per i sentimenti. Quali sono le tematiche che preferisci esplorare?

N: La musica deve riflettere ogni aspetto della vita, della tua giornata. Se oggi c’è un bel sole e ho voglia di parlarne, che c’è di male? Devo essere libero di esprimermi anche in questo senso, se quello è il sentimento che provo in quel preciso istante. Anche il messaggio sociale è legato all’esistenza quotidiana: se vedo che i miei amici non trovano lavoro, che io vengo licenziato perché ho un contratto di merda, che mio padre prende una pensione da fame, quando ne parlerò le mie argomentazioni avranno ancora più forza.

M: Recentemente Milano ha ospitato un live di Buju Banton, scatenando le consuete proteste per l’atteggiamento omofobo dell’artista; il concerto è stato addirittura picchettato. Pensi che sia giusto o eccessivo?

N: Personalmente sono davvero stanco di tutte queste storie. Ho molti amici gay, e il fatto che non se la sentano di andare ai concerti per l’atmosfera che viene associata all’ambiente reggae è triste, limitante. Forse noi artisti reggae europei abbiamo perso qualche occasione di confrontarci coi giamaicani: bisognava spiegare a queste persone, che vivono in un contesto sociale in cui la sodomia è vietata per legge (sia tra omosessuali che tra eterosessuali), che non è ammissibile imporre il proprio punto di vista a tutto il mondo. In fondo molti di noi vengono da un background in cui il dialogo ha un’importanza fondamentale: centri sociali, collettivi, assemblee, manifestazioni, dibattiti… Dovrebbe essere naturale parlarne con serenità. Io non sono rasta e quel tipo di credenze non mi appartiene: non mi sembra giusto estenderle a tutti.

M: In Italia il reggae sta diventando un genere piuttosto apprezzato, ma i gruppi che girano sono sempre gli stessi: sembra che non ci sia un vero ricambio generazionale…

N: Non dirlo a me. Anche quel poco che c’è non è molto originale: molti sound system sono la fotocopia l’uno dell’altro. Bisognerebbe mettersi in gioco di più, ma forse noi italiani abbiamo troppa ammirazione per i giamaicani per provare a confrontarci davvero con loro. Il reggae è una musica in cui è pienamente accettabile che ciascuno faccia a modo suo, mettendoci il proprio background e la propria tradizione: è ora di osare. L’Italia ha una cultura della narrazione che è ricchissima di spunti, basti ricordare il solo neorealismo, e questo va a braccetto con la capacità di fare musica di spessore. I presupposti per diventare grandi ci sono tutti: dovremmo solo trovare il coraggio di mettere da parte i luoghi comuni e ce
rcare di essere noi stessi.

I: A proposito di testi e messaggio, voi avete spesso trattato argomenti sociali e politici, ma sempre restando al di fuori dell’ambito dei partiti. Il non volervi schierare è dovuto a una scelta personale, oppure semplicemente non c’è nessuno che vi rappresenti fino in fondo?

N: Per quanto mi riguarda è vero che l’Italia è divisa in due, ma non tra fascisti e comunisti: la vera spaccatura è tra politici e non politici. Sia destra che sinistra hanno già mangiato tutto il mangiabile, si sono garantiti dei privilegi che li rendono immuni da qualsiasi cosa. I nostri deputati viaggiano in yacht privati, oppure si costruiscono le ville giù da noi, dove il territorio è meraviglioso, ma non si preoccupano della povertà e della disoccupazione di chi lo abita, delle generazioni future. Prendi il lavoro interinale: è solo un modo per sfruttarti ulteriormente dopo una scuola che non ti ha insegnato niente di davvero utile. Bisogna anche dire che ciascuno ha quello che si merita, e temo proprio che questa classe politica noi ce la meritiamo. La gente deve capire che tutto questo è la conseguenza di un senso civico che non abbiamo, e che l’unico modo per migliorare le cose è ricostruirlo dal basso: con la cultura, lo studio, l’analisi dei fatti. La vera politica è fatta di gesti concreti di persone che cercano di coesistere in armonia, giorno per giorno. Se davvero ci abbassiamo a pensare che il mondo possa cambiare solo grazie a Prodi o a Berlusconi, siamo degli imbecilli.

M: Tornando alla scena musicale internazionale, cosa ne pensi della recente contaminazione tra ritmi hip hop e reggae?

N: Io seguo il reggae dall’inizio, quando ancora si viaggiava sui 70/80 bpm al minuto, un ritmo che si avvicina alla media dei battiti per minuto del cuore umano. Continuo a rimanere affezionato alla lentezza, almeno quando ascolto: sul palco, invece, mi capita di diventare un indiavolato (ride). Parlando nello specifico di contaminazioni USA-Giamaica, si può dire che negli ultimi anni non solo la sua musica, ma tutta la Giamaica in generale sia stata comprata dagli americani. Non che i nuovi “proprietari” siano dei gran signori: la maggior parte dei cittadini statunitensi che hanno un business sull’isola sono albergatori che sfruttano la povertà del luogo, oppure narcotrafficanti che la utilizzano come un aeroporto di transito. Tutta la ricchezza prodotta sul posto finisce nelle mani di pochi capitalisti e la popolazione è sempre più in miseria. Nel ghetto di Kingston la situazione sta degenerando rapidamente: ci sono stati ottanta morti nella sola settimana che precedeva le elezioni politiche, per non parlare delle retate della polizia, che spara sui bambini che rubano nei negozi per fame. A noi europei tutto questo non arriva, anche perché la musica non denuncia più a sufficienza la situazione sociale del contesto, come invece succedeva ai tempi di Bob Marley. Il reggae di oggi parla di bruciare i battyboy, di usare le donne come bambole gonfiabili, di feste e party… Forse è un segno dei tempi, ma non mi piace.

I: Visto che il nostro è un sito che parla prevalentemente di hip hop, per concludere in bellezza cogliamo l’occasione di chiederti se conosci e apprezzi qualche artista in quest’ambito, e se vedi delle affinità con la scena reggae…

N: Anche qui sono rimasto affezionato ai classici: su tutti, amo molto KrsOne e Nas. Mi piacciono soprattutto le produzioni di qualche anno fa, perché oltre ad avere un messaggio molto forte hanno delle sonorità un po’ grezze, essenziali, in cui basso e batteria la fanno da padrone e bastano e avanzano per farti venire i brividi; mi ricordano un po’ il vecchio reggae. Io sono un nostalgico in tutto ciò che ascolto: tendo a privilegiare i vecchi dischi, quelli a cui sono affezionato. La musica deve farmi stare bene.

 

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