Sud Sound System: intervista a Marina

by • 04/09/2006 • IntervisteComments (0)954

Blumi: Il pubblico ti conosce soprattutto per ciò che hai fatto con i Sud Sound System, ma di te come singola artista e persona si sa ancora poco: presentati per chi non ti conosce già…

Marina: Ho iniziato a scoprire il reggae e l’hip hop a quattordici anni, ascoltando i primi pezzi in radio. Il sound mi ha colpito subito per la sua originalità e freschezza, così mi ci sono appassionata davvero. Fin da ragazzina mi è sempre piaciuto molto scrivere: quasi per gioco ho cominciato a coniugare il mio amore per la musica con quella per la scrittura e ho cominciato a lavorare sui miei primi testi. Nella mia stanzetta accumulavo sempre più materiale, e quando mi sono accorta che era diventata una vera e propria mania mi sono messa alla ricerca di persone appassionate quanto me: nel ’99 ho avuto la fortuna di incontrare PapaLeu e RankinLele, con cui lavoro tuttora, e abbiamo fondato una crew, cominciando a farci conoscere a livello locale. Nel 2000 abbiamo incontrato anche i Sud Sound System, che per me erano un vero e proprio modello di riferimento, e abbiamo avviato una collaborazione anche con loro, partecipando a varie loro produzioni e al loro tour. Grazie a loro siamo entrati in contatto con moltissime realtà interessanti, raccogliendo anche un discreto seguito di pubblico. L’anno scorso, poi, mi hanno proposto di lavorare ad un album tutto mio, che naturalmente è stato realizzato col contributo di RankinLele e PapaLeu e che è in uscita proprio in questo periodo: Comu Passione, questo è il titolo, è il mio debutto ufficiale.

B: A proposito di quest’album, cosa dobbiamo aspettarci?

M:
È un disco molto variegato. I pezzi risalgono a periodi diversi, alcuni addirittura a due anni fa, quindi riflettono momenti e stati d’animo molto differenti tra di loro. Quelli che ho scritto mentre ero in tour con i Sud Sound System sono ovviamente più leggeri e divertiti, ma ce ne sono altri molto più riflessivi: molti testi parlano di come affrontare le avversità della vita, di guerra, della difficoltà di vivere al sud. Un altro brano a cui sono molto legata è quello che ho realizzato con Ily G, Furmatu fimmena, che è una specie di inno di rivalsa per le donne, troppo spesso considerate delle bamboline incapaci di realizzare della musica di spessore o delle liriche infuocate…

B: Restando in tema, che il rap sia un ambiente maschile (e maschilista) è cosa nota. Come funziona nella scena reggae? Le donne riescono a farsi strada senza difficoltà o sono oggetto dei soliti pregiudizi?

M: Le ragazze che fanno reggae sono ancora troppo poche per poterlo dire con certezza, ma per fortuna anche da noi le femmine si stanno facendo coraggio e aumentano sempre di più. Sicuramente una donna deve essere molto più determinata, per riuscire a ritagliarsi la stessa visibilità di un cantante uomo: se riesce ad arrivarci, però, è una soddisfazione ancora maggiore.

B:
Nei tuoi brani alterni il rap a parti cantate: c’è una differenza tra le due dimensioni?

M: Amo allo stesso modo il canto e il rap, così come amo alternare l’italiano al salentino. Utilizzare modalità diverse di fare musica mi permette di esprimermi al meglio in ogni ambito e di arrivare a un pubblico più vario, ma diventa anche un espediente tecnico. Ad esempio, per il rap scelgo più spesso liriche in italiano, perché mi sembra che si accostino meglio alla metrica; il salentino, invece, mi serve per le punnare più veloci o per le melodie più strane e articolate, o magari per le improvvisazioni. In realtà non posso dire di seguire delle vere e proprie regole in quello che faccio. L’unica costante è l’istinto: mentre scrivo un pezzo, devo “sentirlo”.

B: Sei stata per un anno in tour con i Sud Sound System: cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

M: Il live ti forma più di ogni altra cosa. Ho imparato cosa vuol dire tenere il palco, sostenere un concerto da sola, senza cori o troppi strumenti ad accompagnarmi, vincendo la mia timidezza iniziale. La mia precedente esperienza con le dancehall era molto diversa: si trattava di un contesto molto più ristretto, dove c’era più possibilità di improvvisare, di lasciare qualcosa al caso. In un concerto è tutto più complicato, ci sono molti più fattori in gioco. Girare con dei professionisti come i Sud Sound System è una vera e propria scuola: grazie a loro ho cominciato a orientarmi tra strumenti, spie, microfoni e altri aggeggi tecnici di cui prima non mi curavo proprio. Anche la vita da tour mi piace moltissimo: tutto ciò che succede prima, durante e dopo il live è imprevedibile.

B:
Hai la possibilità di lavorare a stretto contatto con una delle poche realtà italiane indipendenti che funzionano davvero. Che idea ti sei fatta di come funzionano le cose per la musica italiana di nicchia? Credi che riuscirà mai a uscire dall’underground?

M: Onestamente spero che si riesca a rimanere indipendenti, in questa condizione vedo più vantaggi che svantaggi. Troppo spesso le major ti spingono a cambiare in funzione della visibilità, cucendoti addosso un’immagine che non ti appartiene. Certo, arrivare ad un pubblico più esteso e generico sarebbe molto bello, ma tutto dipende da come ci riesci. Non può essere un obbiettivo da raggiungere sacrificando la tua personalità, artisticamente e umanamente parlando.

B: Speranze e progetti?

M: Cercheremo di portare in giro il più possibile il tour promozionale di Comu Passione, cosa che sto già parzialmente facendo aprendo i concerti dei Sud Sound System. Nel frattempo io e i miei due soci stiamo già lavorando a pezzi nuovi: al mondo c’è davvero troppo da raccontare per restare fermi.

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