St. Elsewhere

by • 25/04/2006 • RecensioniComments (0)410

Per quanto possa sembrare più complesso o artisticamente appagante realizzare/ascoltare un disco di elettrofolk minimale, bisogna ammettere che anche la capacità di fare musica, raggiungendo e soddisfando ampie fette di pubblico richiede una abilità non comune specie se lo si fa mantenendo comunque dignità artistica.

Le suddette sono alcune delle prerogative di quel genere “sui generis” e” trasversale” (talmente “sui generis” e “trasversale” da essere quasi impropria la definizione di genere) noto come pop.

Già; proprio il pop, termine spesso usato, specie negli ultimi dieci anni, a sproposito per indicare fenomeni musicali di scarso valore o costruiti a tavolino (le boyband nei 90) e che nella sua accezione nobilitante è una definizione unica e affascinante proprio perché in realtà non definisce poi nulla di un disco.

Parlare di pop infatti non recinta un opera all’interno di un genere preciso (basti pensare alle enormi differenze che esistono tra tutti coloro che bene o male ci sono passati in mezzo) ma pone enfasi su 1) un metodo e su 2) un rapporto.

Il metodo sta nella ricerca della freschezza/eterogeneità di un suono, che eviti di cadere con troppa rigidità nei clichés e nei manierismi dei generi singoli per riuscire a essere emotivamente accattivante; mentre il rapporto è quello che esso instaura con il pubblico che conduce alla diffusione di un prodotto e quindi al suo successo.

Ovviamente faccio tutto questo preambolo per mettere subito in chiaro come la vedo: dimenticatevi il soul, l’rnb, l’hip-hop etc.. etc.. che potevate aspettarvi dalla presenza di Cee-Lo: Gnarls Barkley è un disco assolutamente e deliziosamente pop e non solo perché ha piazzato un singolo in cima a tutte le classifiche ma perché è comunicativo, ricco e divertente dall’inizio alla fine, un album in cui ogni singolo riferimento di genere si stempera nel tutto di un sound variopinto e psichedelico.

Non è quindi un caso che una metà degli Gnarls Barkley col pop ci abbia flirtato fin dai suoi primi passi nel jetset musicale, sto parlando ovviamente di DangerMouse: basti pensare al frullato Jay-Z/Beatles (con conseguente polemica, molto pop, con la EMI) o a Ghetto Pop Life, fino a giungere al momento della definitiva consacrazione l’anno scorso come ghostproducer dell’ultimo album dei Gorillaz (probabilmente uno dei progetti musicali più intrinsecamente pop di tutti i tempi).

Il suo è da sempre un sound che scavalca il genere da cui nasce per lanciarsi nella sperimentazione del massimo edonismo musicale, il che gli è sempre stato perdonato per la grande creatività che ha dimostrato nei suoi taglia e cuci alla ricerca del “perfect beat”.

Cee-Lo probabilmente non è (ok, levate pure probabilmente) Marvin Gaye come qualcuno si è affrettato a dire sulla scia dell’entusiasmo suscitato da Crazy, ma è uno dei pochi personaggi della black-music attuale con una dose sufficiente di talento unita ad autoironia e istrionismo da poter reggere un progetto del genere (in cui è chiaro che la mente che davvero tira le fila al tutto non è la sua).

La Soul Machine fa la sua parte appieno e si guadagna la lode per la sua capacità di adattarsi a tutti i registri della black music dal blues al gospel dal rock al rap dal soul al reggae.

L’album si apre ,dopo la leggermente scontata e Outkastiana Go Gadget Gospel, con l’inarrestabile (e ormai famigerata) Crazy, straziante ballad gospel, in cui i singoli elementi del beat pur nella loro semplicità, ripetitività ed anonimato, una volta uniti diventano una miscela esplosivamente “catchy”; segue la title track che è una straordinaria nenia capace di dissolvere dub e soul in una soluzione assolutamente allucinogena e subito di seguito Gone Daddy Gone che coverizza i Violent Femmes in termini electro (e forse non a caso si cita un gruppo che ha fatto dell’eterogeneità delle proprie radici musicali una bandiera).

La bella anche se più tradizionalista Smiley Faces fa da preludio a Boogie Monster, per la quale si può addirittura ipotizzare una parentela con la scena più freak del rock n roll della Bay-Area (passata e presente, da Cpt. Beefheart a Patton) , a seguire la malinconica Just a thought, jam di controcanti tra corde pizzicate e percussioni impazzite, mentre Who Cares si rifà in parte al suono Motown e in parte alla elettronica anni 80.

Necromacing è un ipnotico e vagamente inquietante impasto di ritmi e suoni a un passo dall’essere industrial fusi insieme a litanie gospel, temi electro e chitarre in distorsione e infine Storm Coming chiude il lotto delle canzoni sopra la soglia dell’8 con una cavalcata dell’apocalisse che assomiglia molto a qualcosa che potremmo chiamare “techno-funk”.

Che dire infine di St Elsewhere se non che è uno di quei dischi, sempre più rari, che non si adagiano sul manierismo e di cui sarebbe giusto si parlasse ancora tra qualcosa come quindici/venti anni (e se tutte le canzoni fossero all’altezza di quelle citate, persino di più).

Forse quasi nessuna delle singole idee da cui parte Danger Mouse quando compone un beat è farina del suo sacco (intendo dire che è un buon alchimista con ingredienti quasi sempre altrui) ma finora in pochi avevano dimostrato abbastanza talento creativo, versatilità e -perché no?- audacia, da frullarle tutte insieme nello stesso disco trovando in Cee-Lo un interprete in grado di renderle accessibili al grande pubblico.

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