Speciale Wyclef Jean: intervista + mixtape streaming

by • 21/11/2009 • IntervisteComments (0)596

C'è davvero bisogno di presentare Wyclef Jean, la mente e il cuore dei Fugees? Riteniamo di no. Ma qualcosa dobbiamo comunque specificarlo. Attualmente, la missione di Wyclef è quella di creare una discografia più umana, che si basi su una sorta di democrazia di pubblico e artisti e che bypassi totalmente il mercato. Non sappiamo se riuscirà nella sua impresa, ma possiamo garantire che ci sta provando con tutte le sue forze. L'aspetto curioso è che ha intenzione di usare gli stessi metodi che, per necessità, la scena hip hop italiana è costretta ad utilizzare da sempre: tutti metodi che si basano sul supporto, sull'affetto e sulla partecipazione del pubblico. Questa intervista, quindi, potrebbe rivelarsi particolarmente interessante per parecchie persone.

Basandosi proprio su questo principio di scambio e supporto, al termine dell'intervista Wyclef stesso ci ha chiesto di allegare all'articolo lo streaming del suo ultimo mixtape, Toussaint St. Jean.  Lo trovate in fondo a questa pagina. Buona lettura e buon ascolto.

Blumi: Hai lavorato nell'industria discografica per più di quindici anni, ma nell'ultimo periodo stai cercando di utilizzare una modalità diversa per realizzare e promuovere la tua musica. Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Wyclef Jean: Non possiamo rimanere sempre uguali a noi stessi: se la tecnologia progredisce, dobbiamo progredire anche noi. Non ha senso continuare a comportarsi come se fossimo nel 1989: e invece è esattamente questo che le major fanno. Quando le grandi compagnie discografiche erano all'apice del loro successo c'era una sorta di barriera tra il pubblico e l'artista, perché l'etichetta faceva da tramite tra i due. Se quindici anni fa tu avessi voluto realizzare quest'intervista, sarebbe stato praticamente impossibile, perché avresti dovuto chiamare la Sony, la quale a sua volta avrebbe rintracciato il mio addetto stampa, che poi avrebbe dovuto ottenere l'approvazione del mio manager. Per completare tutta la trafila probabilmente ci sarebbero volute tre settimane e a quel punto ti sarebbe passata la voglia di intervistarmi e non ti sarei neanche sembrato molto simpatico! (Vi confermiamo che Wyclef non crede nelle trafile burocratiche: la maggior parte dell'organizzazione di questa intervista è stata concordata in maniera semplicissima e diretta con lui in persona e la mediazione di assistenti e staff è stata davvero minima, ndr)

B: Qual è il metodo che proponi, quindi?

W.J.: Oggi esistono nuove tecnologie che ti mettono direttamente in contatto con il pubblico; e come Fugees abbiamo creduto fin da subito nella potenzialità della rete, tanto che siamo stati il primo gruppo ad essere presente online negli Stati Uniti. Ai tempi la gente era più interessata a etichette fisiche che producessero un  prodotto fisicamente tangibile, ma ora la situazione comincia ad evolversi e i tempi sono maturi per fondare un'etichetta online. La prima cosa a cui ho pensato è questa: che fanno i miei fan, come la pensano? Nella mia carriera ho venduto milioni di dischi in tutto il mondo, ma sono loro che me lo hanno permesso. Così ho iniziato a gestire tutti i miei account web di persona, a partire da Facebook e Twitter. Dopodiché, proprio come ho fatto ai tempi di Refugee Camp, ho fondato un nuovo movimento online, chiamato The Warriors, a cui tutti possono aderire: musicisti, addetti ai lavori, semplici fan. La filosofia è questa: se ti senti una persona che si mostra all'altezza della situazione, se qualcuno ti ha detto che non potevi farcela e alla fine ce l'hai fatta, se credi che riusciresti a superare ogni ostacolo, allora sei un guerriero. Quelli che non pensavano di poter camminare più e poi si sforzano e ce la fanno, sono guerrieri. I rifugiati in Africa sono guerrieri. Le persone che combattono contro i pregiudizi sono guerrieri. Nel proprio cuore, ciascuno sa se è un guerriero o no. Il movimento si sta diffondendo rapidamente e secondo me avrà molta presa sulla gente.

B: Nonostante tutto, però, sei ancora sotto contratto con la Columbia, una delle compagnie più grandi e influenti del music business. Non è un po' una contraddizione in termini?

W.J.: A dire la verità io ho non uno, ma tre contratti discografici. Il primo è con l'etichetta che ho fondato, la Carnival House Records, che è una struttura indipendente. Ho anche una seconda etichetta, la Sak Pasé Records, che si occupa di suoni dal mondo (pubblica compilation come Welcome to Haiti Creole 101, ndr). Entrambe sono in qualche modo nate sul web, come il movimento The Warriors, che diventerà anch'esso una online label. Il mio terzo contratto, invece, è proprio quello con la Columbia. La ragione per cui sono ancora sotto major è che voglio dare valore a quello che sto facendo. Non sto fondando etichette online perché sono un artista pazzo che non vende più dischi, che è stato scaricato dalla sua casa discografica e che sta cercando di giocarsi la sua ultima carta. Lo sto facendo perché ci credo, e lo sto facendo mentre sono ancora un artista di punta del music business, che guadagna e fa guadagnare milioni di dollari. I miei motivi sono gli stessi che muovevano Che Guevara: lui era un medico, faceva una vita comoda e confortevole, ma non voleva che il popolo marcisse in catene, così ha fatto i bagagli ed è partito per Cuba.

B: Hai dichiarato le case discografiche e le radio preferiscono puntare su artisti giovani perché hanno meno pretese e sono più apprezzati dai teenager, il vero mercato di riferimento per chi vende musica. Eppure molti giovani musicisti si lamentano proprio del contrario, affermando che è praticamente impossibile convincere il music business a investire su nomi nuovi…

W.J.: Chi seleziona la musica per le radio si pone una domanda molto semplice: Wyclef Jean, che ha iniziato a fare musica nella prima metà degli anni '90, fa ancora presa sui ragazzini? Legittimamente può pensare di no, eppure la mia Sweetest girl, che è uscita appena due anni fa, è stata una delle canzoni più scaricate di sempre. Per non parlare di Hips don't lie di Shakira, che era prodotta da me. Questo vuol dire che i deejay non possono controllare il mio destino e, soprattutto, non possono controllare il pubblico. Perciò dico a questi giovani artisti emergenti: non lasciate che gli altri vi impongano un futuro prestabilito. Non lasciatevi ricattare, non permettete che vi dicano “Se il tuo disco non vende tot, non lo farò passare in radio”. Non cambiate la vostra musica. Esistono due tipologie di persona, i seguaci e i leader: i leader sono quelli che diventano icone, quelli che durano, perciò siate dei leader. Noi Fugees non siamo mai scesi a compromessi, abbiamo seguito il nostro cuore e il nostro istinto e ha funzionato. E soprattutto, quando abbiamo iniziato a suonare non lo abbiamo fatto per diventare famosi o fare soldi, lo abbiamo fatto perché tramite la nostra musica volevamo cambiare la visione della gente. Fatevi questa domanda: sono qui perché voglio fama, soldi e donne? Oppure lo sto facendo perché voglio davvero lasciare un segno del mio passaggio? Credetemi, se appartenete alla seconda categoria, quando i soldi finalmente arriveranno li userete per cambiare le cose.

B: Il 10 novembre è uscito in tutto il mondo il tuo nuovo EP, Toussai
nt St. Jean
. Puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

W.J.: Si tratta del mio primo lavoro interamente hip hop dai tempi di The Carnival. È una sorta di mixtape, ma conterrà solo musica inedita; l'ho realizzato insieme a Dj Drama, che è un mio ottimo amico ed è anche il dj di T.I. Ho deciso che d'ora in avanti, quando farò rap, utilizzerò l'alias Toussaint St. Jean. Toussaint è il nome di un rivoluzionario vissuto molto tempo fa (François-Dominique Toussaint L'Ouverture, ndr): nell'800 guidò la rivolta degli schiavi neri di Haiti, la mia patria. Riuscì a sconfiggere l'esercito di Napoleone con un'abilissima strategia militare e fondò la prima repubblica nera. Ad Haiti molte persone mi dicono che sono un Toussaint dei tempi moderni, così ho deciso di adottare questo aka.

B: A proposito di questo, tu consideri Toussaint St. Jean il tuo primo disco rap in tanti anni, ma a me sembra che tu non ti sia mai allontanato davvero dall'hip hop. Sbaglio?

W.J.: Hai ragione, è così. Però negli ultimi anni ho realizzato dei dischi molto mainstream: penso a 911 con Mary J. Blige, Hips don't lie con Shakira, Maria Maria con Carlos Santana… Un sacco di gente finisce per dimenticare che sono un artista hip hop e pensa che io abbia smesso di rappare. C'è anche chi dice che sono diventato commerciale e che ormai mi limito a produrre hit da classifica per cantanti pop. Questo disco serve proprio a ricordare a tutti che le mie radici sono ben piantate nell'hip hop.

B: Nel febbraio 2010 dovrebbe uscire anche il tuo nuovo album…

W.J.: Esatto. Si chiamerà semplicemente wyclefjean, e il motivo è che le prime sette tracce sono totalmente prive di featuring, una cosa che non avevo mai fatto in precedenza. Negli altri brani, invece, avrò la collaborazione di Natasha Beningfield, dell'artista giamaicano Movado e di Lil'Wayne (con cui abbiamo realizzato una seconda parte di Sweetest girl, che si chiamerà Seventeen). Probabilmente ci sarà anche Jeezy. Per ora queste sono le uniche certezze, il resto lo deciderò più avanti.

B: Restando in tema delle tue origini hip hop, nel 2005 c'è stata una breve reunion dei Fugees. Siete partiti per un tour mondiale (passato anche per l'Italia con il concerto di Milano dell'8 dicembre 2005, ndr), avete pubblicato un singolo inedito e poi più niente. Cosa vi aveva spinto a riunirvi dopo tanti anni?

W.J.: Lo abbiamo fatto perché Dave Chapelle (celebre comico afroamericano, ndr) ci aveva proposto di partecipare al suo documentario, Dave Chapelle's Block Party, in cui organizzava e filmava una jam con alcuni tra i più importanti musicisti black di sempre. Erano anni che tutti tentavano di far tornare insieme i Fugees ma, non so neanch'io perché, Dave Chapelle è stato l'unico che è riuscito a convincerci! (ride) Dopo aver girato il documentario, abbiamo sentito l'esigenza di tornare in studio e metterci a registrare qualcosa di nuovo. Non pensavamo a realizzare un album o un progetto particolare: volevamo semplicemente fare della buona musica, senza alcun secondo fine commerciale o discografico. Il primo pezzo che abbiamo inciso è stato Take it easy, il singolo di cui parlavi prima.

B: Fino a qui, tutto bene. Cosa è andato storto, quindi?

W.J.: Man mano che registravamo e riascoltavamo quello che avevamo fatto, sentivamo che non c'era ancora l'energia giusta: non eravamo affatto convinti del risultato. Abbiamo sempre saputo che, se mai fossimo usciti con un nuovo lavoro dei Fugees, avremmo dovuto sfornare una bomba, perché le aspettative dei fan sono davvero alte. Siamo sempre stati d'accordo su questo: meglio chiudere per sempre l'esperienza dei Fugees e lasciare un'eredità forte con The score, piuttosto che uscire con un disco fiacco. Così, abbiamo deciso di lasciare temporaneamente perdere: quando il momento arriverà, siamo sicuri che sarà un successo.

B: Temporaneamente? Vuoi dire che c'è ancora la possibilità che voi tre vi riuniate?

W.J.: Sicuramente. In futuro ci sono ottime probabilità che decidiamo di riprovarci.

B: A proposito di Fugees, che cosa stanno facendo in questo periodo Lauryn Hill e Pras? E soprattutto, cosa ne pensi di tutte le voci su Lauryn pazza e fanatica religiosa?

W.J.: L'ultima volta che ho avuto notizie di Pras è stato grazie a Twitter: a quanto ne so, è in Somalia a girare un documentario sui pirati del posto (nel 2007 Pras aveva già girato un altro bellissimo documentario sugli homeless, Skid Row, ndr). Dopodiché non l'ho più sentito. Parlando di Lauryn, invece, non credo che “pazza” sia la parola giusta per definirla. Credo però che avrebbe davvero bisogno di prendere dei farmaci, perché evidentemente soffre di qualche forma di bipolarismo.

B: Anni fa hai fondato una charity, Yele, che ancora oggi è una delle pochissime strutture a occuparsi di Haiti. Secondo te, di cosa avrebbe bisogno Haiti adesso e che cosa può fare la gente per aiutare?

W.J.: Presto avrò bisogno dell'aiuto di tutti perché ho intenzione di lanciare un'iniziativa online in cui chiunque lo desideri potrà donare un dollaro per la costruzione del primo Yele Center. Si tratterà di una struttura dedicata a molti usi diversi: diventerà un centro sportivo e artistico per i bambini del posto, un internet cafè gratuito, un centro di riabilitazione, un rifugio per donne maltrattate e tanto altro. Per ora, chi vuole aiutarci può visitare il sito www.yele.org e scegliere uno dei programmi che stiamo sponsorizzando dedicati a scuola, arte, ambiente e servizi alla comunità. Inoltre, abbiamo appena inaugurato una partnership con la Timberland. Haiti ha gravissimi problemi a causa della deforestazione e c'è bisogno di più alberi: per ogni paio venduto di Timberland Boots, la Timberland devolverà due dollari per piantare nuovi alberi ad Haiti. L'iniziativa è valida anche da voi, basta cercare le scarpe che espongono il contrassegno Yele.

B: Moltissimi vip hanno abbracciato la causa di Yele. Finora, chi è stato il più generoso?

W.J.: Non riuscirei a indicarti una sola persona, sono stati tutti eccezionali con la nostra associazione. In particolare, potrei citarti Angelina Jolie, Brad Pitt e Matt Damon, che mi hanno più volte accompagnato sul posto per rendersi conto delle condizioni di vita della popolazione.

B: Un'ultima domanda, che è più che altro una curiosità personale: la canzone che ha ispirato il nome dell'associazione, Yele, è una delle mie preferite, ma visto che non capisco il creolo mi sfugge il significato. Di che cosa parla?

W.J.: In effetti dovrei mettere a disposizione le traduzioni dal creolo delle mie canzoni, prima o poi. Ci avevo già pensato, è una delle iniziative che spero di attivare su
l mio nuovo sito. Tornando al punto, la parola yele significa “grido di libertà”. In particolare, la canzone parla di un mio cugino che vendeva marijuana: quando la polizia lo ha arrestato, gli hanno chiesto il perché lo faceva, e lui ha risposto che sua madre aveva il cancro e quindi non aveva altro modo per pagare le fatture dell'ospedale. Il ritornello dice più o meno questo: “Se hai orecchie per sentire, cerca di ascoltare, e se hai una bocca, di' qualcosa, perché se non parli la nazione affonderà, così come affondano i rifugiati sui barconi che li portano verso l'America”.

 

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