Speciale Superfly: intervista a Silvia Volpato e David Nerattini

by • 21/09/2009 • IntervisteComments (0)887

Per quasi sette anni, prima in free press e poi in tutte le edicole, Superfly ci ha accompagnato alla scoperta di un universo musicale che non pensavamo neppure essere così variegato, diventando la rivista più amata dagli amanti della black music (e non solo). Qualche giorno fa, con dispiacere di tutti noi, è arrivato l'annuncio ufficiale di cessazione delle pubblicazioni. Hotmc.com ha incontrato Silvia Volpato e David Nerattini, rispettivamente direttore editoriale e caporedattore della testata, per parlare della storia del magazine, dei motivi di questa inattesa chiusura e dei progetti futuri targati Superfly.

Blumi: La sospensione delle pubblicazioni di Superfly era prevista oppure è stata una novità improvvisa?

Silvia Volpato: Diciamo che, dato il periodo, non si è trattato di un fulmine a ciel sereno: i motivi per cui abbiamo chiuso sono gli stessi per cui hanno chiuso Hip Hop Connection in Inghilterra e Vibe in America. Perfino il Reader's Digest ha dovuto cessare le pubblicazioni. I problemi sono i soliti: la recessione e il calo degli sponsor che stanno progressivamente togliendo introiti alla carta stampata. Sapevamo bene che la situazione stava diventando difficile: tecnicamente, stando alle proiezioni dei contratti pubblicitari, avremmo dovuto gettare la spugna già alla fine del 2008. Una struttura indipendente come la nostra, però, funziona in maniera diversa da un grande gruppo editoriale: essendo editori di noi stessi, abbiamo potuto scegliere di continuare a stampare la rivista fino all'ultimo, anche a rischio che la nostra chiusura apparisse un po' improvvisa e inaspettata.

David Nerattini: Tra l'altro, nei suoi sette anni di vita i lettori e gli abbonati di Superfly sono sempre e comunque aumentati, anche nell'ultimo periodo. Non abbiamo mai smesso di crescere, pur essendo una realtà piccola che non aveva possibilità di farsi pubblicità. È stato soprattutto grazie al passaparola che siamo riusciti a farci conoscere.


B: Come nasce l'idea di un magazine come Superfly?


D.N.:
L'idea iniziale nasce da un po' di frustrazione. Il nucleo che ha fondato Superfly si è formato lavorando per Aelle, che aveva chiuso in un momento in cui le cose potevano ancora funzionare. Abbiamo pensato che, arrivati a quel punto, in Italia ci fosse spazio per un'esperienza un po' diversa, che in qualche modo raccogliesse l'eredità di Aelle, ma che la proiettasse in un ambito più ampio. Si è pensato di creare un circuito allargato attorno all'hip hop, che in fondo non è mai stato un genere musicale chiuso, ma ha sempre attinto a molti altri stili e generi. Insomma, avevamo voglia di proporre la nostra idea di rivista musicale: sapevamo che ormai il periodo delle riviste cartacee volgeva al termine, ma essendo tutti provenienti da redazioni di quel tipo eravamo molto affezionati al mezzo. Puntavamo a differenziarci dalla massa: la maggior parte degli altri magazine musicali si limita a dedicare i propri spazi alle nuove uscite o al prodotto del momento, noi invece abbiamo sempre cercato di fare il contrario.

S.V.: Un'altra differenza fondamentale tra noi e altre realtà simili è che molti redattori non appartengono soltanto al mondo del giornalismo, ma anche a quello della musica: David stesso, oltre ad essere il caporedattore, è un musicista, e così molti altri nostri collaboratori. Ci piaceva l'idea di creare una rivista che analizzasse la musica anche dall'interno, anziché limitarsi a fare critica. E poi, ci interessava parlare di musica in senso più ampio: intervistare un artista per chiedergli del suo nuovo disco ci è sempre sembrato un po' limitante. La cosa che ci premeva raccontare, invece, è come nasce la musica, dove porta, che significato ha nella vita di chi la crea, perché diventa un messaggio universale così importante.

D.N.:
Al centro di ogni intervista, insomma, c'era la persona, non il suo lavoro. Negli articoli di critica musicale pura ciò che conta davvero è il giornalista e la sua opinione. Noi abbiamo scelto un approccio diverso: “scomparire” tra le righe, lasciando parlare l'artista.

B: A proposito del vostro gruppo redazionale, in Italia siete senz'altro i giornalisti più competenti in circolazione, quando si parla di musica black e dintorni. Cosa deve fare un comune mortale per sviluppare una cultura e una conoscenza pari alla vostra?

D.N.: Credo che questo sia il momento migliore per riuscire a crearsi una cultura musicale solida. Internet rende disponibili a tutti delle conoscenze praticamente infinite: se non fosse esistita la rete neppure noi saremmo riusciti a creare un giornale come Superfly, perché sarebbe stato difficilissimo avere un vero riscontro per tutto ciò che scriviamo. La nostra, comunque, è una conoscenza che si costruisce giorno per giorno, un pezzo alla volta. Prima delle interviste facciamo delle vere e proprie full immersion di ripasso, come se fosse un esame: per una settimana ci dedichiamo a tempo pieno a cercare materiale sull'artista, studiando tutto ciò che ha fatto e ha detto. Insomma, il nostro lavoro non è una questione di conoscenza; quella, ormai, è alla portata di tutti. Direi piuttosto che si tratta di una tecnica, di una questione di ordine mentale.

S.V.: A livello redazionale, comunque, cerchiamo di non mandare i nostri collaboratori allo sbaraglio. In generale le persone che lavorano per noi scrivono di ciò che amano da sempre, non di argomenti a loro ignoti. Solo in questo modo si riesce a creare un prodotto che è davvero interessante da leggere. Tecnicamente, oggi chiunque ha la possibilità di confezionare un'intervista ben fatta: come diceva David, le informazioni sono accessibili a tutti, basta saperle cercare. Ma un testo così non sarà mai interessante quanto un pezzo scritto da qualcuno che segue un certo personaggio o un filone musicale da vent'anni. Per esempio avere in redazione una persona come Andrea Benedetti, che ha contribuito a fondare la scena elettronica italiana ed è stato un punto di riferimento assoluto anche per dj hip hop importanti come Ice One o DJ Stile, è un valore aggiunto incalcolabile. Esistono decine di giornalisti in grado di scrivere di elettronica in maniera competente, ma esiste un solo Andrea Benedetti.

B: Cambiando argomento, spesso Superfly è stato accusato più o meno velatamente di avere un approccio troppo snob. Questa critica vi arriva solo dai lettori che ascoltano hip hop o, poniamo, anche da coloro che seguono l'elettronica o il jazz?

S.V.: Questa obiezione ci arriva solo dagli interni alla scena hip hop: nessun altro ha mai affermato niente del genere, che io sappia. Non capisco cosa si intenda in questo caso con il termine “snobismo”, comunque. Noi ci limitiamo a scrivere di quelle realtà che ci convincono davvero. Oltretutto, come dicevamo prima, non crediamo nella critica musicale in quanto giudizio; per quel che ci riguarda, la critica è uno strumento che permette al lettore di scoprire cosa piace a noi e cosa potrebbe piacere anche a lui.

D.N.: Esatto. Diamo suggerimenti, non facciamo valutazioni. Un giornale dovrebbe fornire degli spunti nuovi, non soltanto fotografare la realtà.

S.V.: Uno dei criteri che abbiamo sempre cercato di utilizzare nello sceglier
e gli argomenti è quello di parlare soprattutto di quello di cui non parlano gli altri, in modo da dare notizia di prodotti e artisti che altrimenti resterebbero misconosciuti nonostante la loro effettiva rilevanza. Certo, questa si può leggere come una scelta snob oppure come un modo per stimolare il lettore, anziché assecondare le sue aspettative.

B: Quindi è semplicemente una questione di interpretazione sbagliata delle vostre scelte…

D.N.: Beh, ci aggiungerei anche il fatto che siamo in Italia. Chiunque si azzardi a parlare fuori dal coro viene immediatamente accusato di essere uno snob o un moralista.

S.V.: È proprio un atteggiamento culturale. Io penso sia importante che ciascuno esprima la propria opinione, anche quando quell'opinione consiste nel bollarci come snob; solo così nasce un vero confronto.

B: Tornando alla vostra esperienza di questi ultimi anni, quali sono le interviste a cui siete più affezionati?

D.N.: Ce ne sono parecchie. La prima che mi viene in mente è quella a Eric Coleman (fotografo, dj e produttore originario di Los Angeles, membro del collettivo Mochilla, ndr). Tra l'altro, è avvenuta in circostanze davvero toccanti, perché proprio in quei giorni era venuta a mancare sua madre e lui era ancora molto commosso. Con il tempo, è diventato un carissimo amico per noi. Ricordo anche molto bene la chiacchierata con David Axelrod (compositore e produttore, storico A&R della Capitol, ndr), che ha mandato a monte decine di appuntamenti telefonici prima di farsi intervistare davvero.

S.V.: È quasi impossibile fare una scelta se non basandosi sui propri sentimenti personali. Anche io ricordo con grande affetto gli articoli legati al collettivo Mochilla. Abbiamo realizzato la copertina con B+ (fotografo, co-fondatore di Mochilla, ndr) proprio in concomitanza con la scomparsa di J Dilla, amico a cui lui era molto legato e a cui in quei giorni è stato molto vicino: essere a così stretto contatto con lui è stato un po' come vivere direttamente quell'esperienza. Altre volte, più che da personaggi noti, sono rimasta stupita da persone la cui vicenda esce dal coro. Posso fare l'esempio di Joe Conzo, una figura piuttosto atipica perché nella vita fa il pompiere, ma le sue foto amatoriali degli anni '80 sono state una scoperta eccezionale; lui inoltre è una di quelle figure importanti non tanto per il talento artistico, quanto per il modo in cui contribuisce a spingere gli eventi.

D.N.: Come dimenticare, poi, tutti gli ultrasessantenni che hanno popolato le nostre pagine? Spesso si sono rivelati i più divertenti in assoluto da intervistare. Parlo di gente come Les McCann (celeberrimo pianista della scuderia Atlantic, tra i suoi meriti c'è quello di aver scoperto Roberta Flack, ndr), Ron Carter (contrabbassista jazz, fu parte del Miles Davis Quintet, ndr), Idris Muhammad (uno dei più celebri batteristi jazz viventi, ndr) e molti altri. Poter scambiare quattro chiacchiere con artisti di questo calibro è stata una soddisfazione infinita.

B: E se invece doveste consigliarci i dischi imprescindibili usciti nei sette anni in cui siete andati in stampa?

D.N.: Domanda davvero difficile. Il primo nome che mi viene in mente è MF Doom, che quando Superfly ha aperto i battenti era un perfetto sconosciuto: ai tempi gli facemmo la prima intervista italiana. Take me to your leader (pubblicato sotto lo pseudonimo di King Geedorah, ndr) è decisamente un album che consiglierei. Idem per la discografia di Jneiro Jarel, che abbiamo “scoperto” in tempi non sospetti.

S.V.: Io dico subito J Dilla.

D.N.: Già. Jaylib lo abbiamo recensito nei primissimi numeri.

S.V.: Comunque è una questione molto personale: non credo che negli ultimi anni sia uscito un prodotto in grado di stravolgere i canoni della musica.

B: Il sito di Superfly, come voi stessi avete annunciato, resterà online. Questo vuol dire che, nonostante la chiusura “cartacea”, avete dei nuovi progetti in cantiere?

D.N.:
Data la sospensione delle pubblicazioni, cercheremo di passare definitivamente al web, che ha regole diverse, diversi pro e contro. Ci sono molte possibilità in più e l'impresa ci entusiasma. Lo spirito e il brand Superfly, comunque, resteranno gli stessi nonostante il cambiamento di formato.

S.V.: Pensiamo di essere operativi per l'inizio del 2010. Fin dall'inizio noi siamo stati scettici riguardo ai web magazine, il che è una delle ragioni per cui siamo sempre stati molto minimalisti sulla nostra pagina web: se avessimo realizzato da subito il sito che avevamo in mente, avremmo dovuto fare il doppio del lavoro perché per noi sono proprio due mezzi totalmente diversi e come tali andrebbero interpretati. Non avrebbe senso trasportare semplicemente sul web una rivista come la nostra, che prevede articoli molto più lunghi della media e quindi difficili da consumare sullo schermo, perciò cercheremo di sfruttare al massimo supporti video e audio. Idem per le copertine: quel tipo di immagine aveva un senso solo se stampata su carta, in rete perderebbe di valore perché sarebbe reperibile su molti altri siti. La ricerca che faremo sugli artisti, quindi, sarà differente da quella che abbiamo portato avanti in questi anni. Inoltre abbiamo in mente di realizzare il sito sia in inglese che in italiano, per arrivare a un pubblico ancora più ampio che ce lo chiede da tempo.

B: Il podcast di Superfly continuerà ad essere disponibile?

D.N.: Sì, anzi, raddoppia le sue uscite, che adesso non saranno più bimestrali ma mensili. Farà da raccordo tra la vecchia versione cartacea e il nuovo progetto web, insieme alle nostre pagine Myspace e Facebook. Nei prossimi mesi continueremo ad aggiornare costantemente tutti i nostri riferimenti web.

B: David, un'ultima curiosità: ho letto sul web la tua frase “Hip hop is not dead, it just smells funny” (letteralmente l'hip hop non è morto, puzza solo in maniera strana, ndr) …

D.N.: È una celebre battuta di Frank Zappa: lui si riferiva al jazz, io l'ho riadattata per l'hip hop. E ci credo sul serio: molti danno l'hip hop per morto, e in un certo senso il suo spirito originario è morto davvero, ma continua a dare segni di vita pur puzzando un po'. In giro si sentono ancora cose interessanti e sicuramente anche in futuro se ne sentiranno: non dobbiamo darlo necessariamente per spacciato, anche se in effetti è abbastanza agonizzante.

B: Se avete un messaggio da lanciare nell'etere, questo è il vostro momento.

S.V.: Vorremmo ringraziare tutti coloro che ci stanno scrivendo, che sono davvero tantissimi. È commovente, negli ultimi giorni ci sono arrivate delle e-mail bellissime. Grazie per averci sostenuto in questi anni e grazie per dimostrarci ancora il vostro affetto: nelle vostre lettere leggiamo un sincero dispiacere per la chiusura della rivista e questo ci fa capire che il nostro lavoro è stato apprezzato.

www.superflymag.com
www.myspace.com/superflymag

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