Speciale sfighe natalizie: l’intervista (cancellata) a Pharoahe Monch

by • 22/12/2013 • Copertina, IntervisteComments (0)777

Questa è la storia di un’enorme sfiga, forse la peggiore che possa capitare ad un giornalista: il guasto di un registratore. Nella mia esperienza accade più o meno una volta all’anno, e di solito durante interviste molto importanti. Alla sottoscritta è già successo in passato, sia con gli Strokes sia con gli Alt-J; nel 2013 evidentemente era il turno di Pharoahe Monch. L’incontro con uno dei miei idoli di gioventù già si preannunciava ostico, perché una volta arrivata sul posto ho scoperto che Pharoahe non è simpatico ed espansivo come me lo immaginavo. Uno che si fa chiamare così a causa di un Monciccì non dev’essere uno che si prende particolarmente sul serio, pensavo. Pensavo male. L’appuntamento per registrare (okay, forse non è il verbo giusto) l’intervista inizialmente è alle 18.30, ma il nostro eroe vuole assolutamente essere portato in palestra prima di fare il soundcheck, così tutto ritarda a cascata. Anche perché dopo la palestra gli è venuto un certo appetito, e quindi decide di rimandare gli incontri con i giornalisti a dopo cena – vegetariana, tra l’altro: Pharoahe è un salutista convinto, come ben sa chi va a vederlo suonare nei centri sociali e riceve la richiesta di non fumare sotto il palco, visto che è asmatico. Sono ormai le 21.30 quando in teoria arriva il mio turno, ma il locale apre meno di mezz’ora dopo, così i venti minuti canonici che mi spetterebbero si condensano in dieci di risposte brevi e non particolarmente entusiaste. E una volta scaduto il mio tempo, il dramma: per qualche misterioso motivo il registratore si è inceppato e non ha salvato niente. Ma, come dicono gli antichi, se la vita ti dà limoni, tu ci fai la limonata, perciò la vostra inviata speciale ha trascorso la serata di ieri a trascrivere l’intervista a memoria. Purtroppo non restituirà l’opportunità di ascoltarla in radio, che sarebbe stata la sua destinazione principale, ma è già qualcosa. Questo è il resoconto fedele di quanto ricordo della mia chiacchierata con Monch: spero che la apprezzerete comunque. Un grazie a Steve Dub e Soulfood Promotion, a Otta e a tutto lo staff del Biko, a Irene Lamedica per il supporto morale (tra l’altro lei l’intervista l’ha registrata davvero, e vi suggerisco di ascoltarla all’interno del suo programma Urban Suite). Buona lettura e, se volete contribuire alla colletta per comprare un registratore nuovo ad Hotmc, cliccate un sacco di volte sui banner pubblicitari, grazie!

Blumi: Sei considerato uno degli mc migliori e più complessi di tutti i tempi. Come hai sviluppato la tua tecnica fino ad oggi?

Pharoahe Monch: In molti modi diversi. Da una parte c’è un costante provare e riprovare, un cercare di incastrare tutti i pezzi fino a che tutto quadra perfettamente, e dall’altra mi lascio ispirare da molte cose diverse, come il cinema o i libri. Per il mio prossimo album, ad esempio, sono stato molto influenzato dalle mie letture: di solito non sono un tipo che legge molto, ma ho scritto l’album in un periodo in cui lo stavo facendo parecchio, quindi molte suggestioni derivano da quello.

B: Ecco, a proposito: il tuo prossimo album, in uscita a gennaio, si intitola Post Traumatic Stress Disorder. Perché?

P.M.: Perché il precedente si chiamava W.A.R., e molti soldati di ritorno dalla guerra soffrono di disordine da stress post traumatico. Molto semplice.

B: Tu non sei uno di quei rapper che si sentono in obbligo di pubblicare un disco ogni due anni: dal ’99 ad oggi, ovvero da quando hai cominciato la tua carriera solista, ne hai fatti uscire solo tre, e questo sarà il quarto. Come mai?

P.M.: Molto dipende dal fatto che sono un artista indipendente e non sempre ho grandi risorse economiche per andare in studio o per pubblicare un disco. Inoltre spesso sono in tour: per registrare un album devo avere almeno 20 giorni per chiudermi in sala d’incisione e lavorarci intensamente, e non sempre ce la faccio. Nel caso specifico del prossimo album, comunque, posso dirti che a gennaio 2013 avevo già finito di registrarlo: è stato scritto un sacco di tempo fa, ma da una parte interveniva il fattore “artista indipendente” di cui sopra, e dall’altra volevo essere sicuro che tutti i featuring che desideravo avere fossero presenti nel disco. Per raccoglierli ci è voluto un bel po’: artisti come Black Thought o Talib Kweli sono molto impegnati.

B: Restando in argomento, tu sei stato un artista indipendente per la maggior parte della tua carriera: quella solista l’hai iniziata alla Rawkus, un’etichetta leggendaria per tutti i fan dell’hip hop. Com’era lavorare lì?

P.M.: Meraviglioso, c’era davvero tanta creatività. Essere nella stessa label di artisti leggendari come Mos Def, Hi-Tek o i Company Flow era un vero onore per me.

B: Tra l’altro il tuo disco di debutto con la Rawkus, Internal affairs, è stato ritirato dal mercato pochi mesi dopo l’uscita a causa di un problema di sample clearance (per il campione della colonna sonora di Godzilla presente in Simon Says, ndr). Nel 2009 avevi dichiarato che sarebbe uscita una ristampa speciale per festeggiare i 10 anni del disco, che includeva anche un documentario in cui si parlava della genesi del progetto e dello stop alla commercializzazione, ma non è mai arrivata nei negozi. Hai abbandonato l’idea?

P.M.: (Sorride un po’ amaramente, ndr) No, non l’ho abbandonata. Abbiate un po’ di pazienza e uscirà davvero. Stiamo finendo di raccogliere i filmati per il documentario e soprattutto stiamo aspettando gli ultimi nulla osta legali: presto vi daremo notizie.

B: Ultimo, ma non meno importante: qualche anno fa si era parlato anche di una reunion degli Organized Konfusion, sotto forma di un album di remix, di un vero e proprio album inedito o addirittura di una reunion a tre con il contributo di un nuovo membro, O.C. Anche in questo caso: c’è speranza?

P.M.: Io e Prince Po negli ultimi anni abbiamo comunque collaborato in alcune occasioni: ad esempio ho registrato un featuring per il disco di Prince Po che uscirà prossimamente, e in diversi altri dischi ci siamo ritrovati a condividere la stessa traccia. Siamo giunti alla conclusione, però, che sia meglio riunirci così, una volta ogni tanto, senza impegnarci in progetti più grossi, per cui magari ci mancherebbero il tempo e le energie.

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