Speciale Mi Ami: intervista ai Loop Therapy

by • 04/06/2014 • Copertina, IntervisteComments (0)1012

loop

Questo weekend, come sapete, c’è il Mi Ami, organizzato dai nostri amici di Rockit, che per il decimo anno di fila rallegra il grigio inizio d’estate milanese con una vagonata di ottima musica italiana. La giornata più ambita dagli amanti del rap è sabato 7 giugno (tra gli eventi della serata, la prima data del tour di Ghemon e i dj set di Fritz da Cat e dj Gruff, ad esempio): e proprio sabato suoneranno anche i Loop Therapy, un nome che magari non vi dice ancora granché, ma che speriamo impariate a conoscere e ad apprezzare quanto li apprezziamo noi. Si tratta infatti di un trio di jazzisti, Cesare Pizzetti (contrabbasso), Fabio Visocchi (tastiere, rhodes, pianoforte e quant’altro), e Matteo Mammoliti (batteria): insieme hanno realizzato un meraviglioso disco di tributo alla musica hip hop, Opera prima, con la partecipazione di Turi, Bassi Maestro e Colle Der Fomento. E’ un progetto davvero degno della massima attenzione, che dal vivo rende anche più di quanto lo faccia su disco, perciò vi invitiamo a non perderveli. Oltretutto – notizia dell’ultim’ora – abbiamo il piacere di annunciarvi che i Loop Therapy accompagneranno  Ghemon in giro per l’Italia in qualità di band ufficiale per il tour di ORCHIdee, perciò sentirete ancora parlare molto di loro. Abbiamo incontrato Cesare e Fabio a Milano, città dove entrambi vivono e lavorano, per parlare di jazz, hip hop e di tutto quello che sta in mezzo a questi due estremi.

Blumi: Come nasce il progetto Loop Therapy?

Cesare Pizzetti: Io e Fabio ci conosciamo da moltissimi anni: insegno in una scuola di musica ed ero il suo insegnante di teoria e solfeggio. In quegli anni era acerbo e giovanissimo, ma il suo talento era già molto evidente, perciò ho cominciato a tirarlo in mezzo ogni volta che potevo. E un bel giorno ho deciso di tirarlo in mezzo anche in un progetto che mi girava in testa da tempo, ovvero realizzare un tributo alla musica hip hop.

Fabio Visocchi: Una musica che ho sempre ascoltato, anche lavorando con Cesare. Pensa che quando andiamo in giro a suonare abbiamo da sempre un rito scaramantico: in macchina ascoltiamo solo hip hop.

B: Ma com’è che due jazzisti si innamorano dell’hip hop, un genere di solito snobbato dai musicisti “veri”?

C.P.: Per me l’hip hop è uno degli ultimi tasselli della musica afroamericana. È importante ascoltarlo perché ti fa capire tante cose su quel tipo di cultura musicale, e ti permette di esplorarla a ritroso partendo da un campione, ad esempio. Il collegamento con jazz e funk, dal mio punto di vista, è sotto gli occhi di tutti. Chi ama il jazz e il funk non può che amare anche l’hip hop. È vero che molti musicisti lo avversano – magari perché pensano che un dj e un rapper non suonino davvero – ma secondo me è un limite loro, che dovrebbero cercare di correggere.

F.V.: Per quanto riguarda me, invece, quando ero ragazzino nella mia compagnia tutti ascoltavano hip hop, quindi era impossibile non sentirlo e non appassionarsi, anche per chi come me ascoltava prevalentemente altro. È una questione generazionale: anche quando ero metallaro, i dischi di Bassi Maestro li ascoltavo volentieri! Anche perché, come diceva Cesare, la ricerca musicale su cui si fonda l’hip hop è uno degli aspetti più interessanti.

B: Parliamo per un attimo della vostra, di ricerca musicale…

C.P.: La nostra formazione è jazz, ma poi ciascuno ha il suo percorso. Io, ad esempio, ho cominciato suonando il basso elettrico, ma grazie all’hip hop e alla musica nera ho scoperto il contrabbasso. Per imparare a suonarlo ho intrapreso un percorso più classico (conservatorio e via dicendo) e ora eccomi qui. Insomma, prima ancora di considerarmi un musicista mi considero un grande appassionato di musica, senza preclusioni. Tengo le orecchie aperte.

B: Il vostro album di debutto come Loop Therapy, Opera prima, è in parte strumentale e in parte rappato. Perché questo mix tra due diverse tecniche?

C.P.: Avendo enorme rispetto per le figure di mc e dj, e avendo la consapevolezza di non esserlo, abbiamo deciso di fare ciò che sappiamo fare meglio, ovvero suonare e scrivere musica, con un approccio hip hop. Ovviamente, però, essendo un omaggio alla cultura hip hop, non potevamo esimerci dall’inserire il rap all’interno del disco: e ci siamo rivolti (oggettivamente, secondo noi) agli mc migliori che c’erano in circolazione, senza nulla togliere agli altri. I loro album sono tra i migliori della musica italiana, a prescindere dallo stile e dal genere: sono artisti giganteschi. Non li conoscevamo personalmente e con molta umiltà li abbiamo contattati, senza sapere che cosa avrebbero potuto pensare di un progetto come il nostro.

B: Infatti: oltre a Colle Der Fomento, Bassi e Turi (ovvero i rapper effettivamente presenti nel disco) avete chiesto a qualcun altro, o avreste voluto farlo?

C.P.: Abbiamo chiesto anche ad alcuni altri, ma visto che alla fine non sono presenti nel disco, perché svelare chi sono? (ride)

B: Tra l’altro sembra essere un buon momento per il connubio jazz/hip hop in Italia: oltre al vostro progetto ci sono anche i Med’uza, e recentemente anche Ensi ha fatto un live accompagnato da un trio di jazzisti. Come mai, secondo voi, proprio adesso c’è tutta questa voglia di sperimentare?

F.V.: Chiacchierando con gli artisti che hanno collaborato con noi, mi sono fatta l’idea che c’è voglia di fare qualcosa di un po’ diverso. Se suoni prevalentemente un genere, dopo un po’ ti viene la voglia di fare qualcosa di alternativo: capita anche a noi. E il legame tra il jazz e l’hip hop è anche abbastanza logico e immediato, se pensi alla questione dei campioni e all’attitudine: ci sono molti aspetti in comune.

B: Facendo il discorso inverso, in questo periodo ci sono anche tanti producer hip hop che si sentono un po’ carenti in termini di formazione musicale e si rimettono a studiare la teoria di base, nella speranza di fare beat musicalmente più costruiti. Avete dei consigli da dare a chi si approccia per la prima volta alla materia?

F.V.: Le cose fondamentali sono sempre le stesse: l’armonia e l’aspetto ritmico. Un beatmaker, per definizione, ha sicuramente già parecchio orecchio per il ritmo, perciò direi di provare a concentrarsi di più sull’armonia. Può essere interessante e dà una marcia in più, ed è anche un meccanismo abbastanza immediato da capire.

C.P.: Io consigli non ne so dare, però in generale credo che per riuscire nella musica (e più in generale nella vita) l’elemento fondamentale sia la curiosità, e quella si può appagare anche solo semplicemente ascoltando centinaia di dischi. L’importante è avere una mentalità aperta, e difatti i beatmaker migliori sono quelli che hanno esplorato in lungo e in largo l’universo musicale e si sono fatti una cultura sterminata a suon di ascolti. È la fame di musica che fa la differenza. E la fame di musica deve arrivare prima dell’aspirazione di diventare un beatmaker, un dj o un musicista.

B: A proposito, curiosità: quali sono i vostri dischi hip hop di riferimento (a parte Jazzmatazz che è dichiaratamente uno dei principali)?

F.V.: Domanda difficile, sono tantissimi. Sicuramente uno dei più importanti è I messaggeri della dopa, di Neffa. Abbiamo divorato anche tonnellate di dischi di Kaos e Gruff…

C.P.: Esatto, la vecchia scuola è senz’altro un grande punto di riferimento per noi: nonostante fossero tutti contemporanei, ciascuno aveva un proprio stile, talmente definito e singolare che non ne trovavi un altro uguale. Neffa, ad esempio, che nel flow e nel fraseggio è già un jazzista completo, ha sempre detto “faccio questa roba per la mia ballotta”, ed è un concetto che mi ha sempre affascinato: in quel periodo creavano musica tra di loro e per loro, ma non necessariamente per piacere a tutti. Questo è l’unico sistema valido per creare dischi che non siano tutti uguali, credo. E poi, spostandoci all’estero, ovviamente abbiamo ben stampati in testa tutti i giganti: Tupac, Biggie, Nas, Wu-Tang Clan, J Dilla… Hanno fatto la Storia.

F.V.: Se si parla di robe più recenti, invece, io sono molto intrippato con Flying Lotus, Kid Koala Bonobo… Musicisti un po’ più estremi.

B: Parliamo dei dischi non hip hop, invece.

F.V.: Io sono fissato con Fela Kuti, Curtis Mayfield, Isaac Hayes, Sly Stone, Ahmad Jamal, Herbie Hancock e tutti i pianisti capiscuola del filone afroamericano. Roba che peraltro è stata ripresa da molti artisti contemporanei, che stanno facendo ricerca in questa direzione.

C.P.: Visto che abbiamo già detto quasi tutto, aggiungo anche i cantautori italiani: gente come Dalla, Concato, Battiato, Jannacci, sono dei giganti che hanno portato scrittura e arrangiamento ai massimi livelli. Il loro spessore musicale è immenso. È qualcosa che al giorno d’oggi si è perso, purtroppo: uno solo di loro vale come quindici cantautori di oggi. Insomma, non abbiamo preclusioni di stile, ci piacciono soprattutto quegli artisti che tentando di fare il loro sono riusciti a creare qualcosa che prima non c’era.

B: Anche vedendola dall’interno, la musica è davvero peggiorata così tanto negli ultimi anni?

C.P.: Si è appiattita moltissimo. I dischi non sono più fatti per durare, e si segue la moda del momento come se fosse l’unica cosa importante. Mettici anche che il mercato di riferimento sono i ragazzini, ed è facile stupirli con dischi semplici ed orecchiabili…

B: Forse dipende anche dal fatto che fare musica, nella percezione di chi vuole provarci, negli ultimi anni sembra essere diventato più “facile” e veloce, qualcosa che non richiede un particolare talento o studio…

F.V.: Esatto. Noi ci abbiamo messo tre anni a partorire Opera prima, con l’idea di fare qualcosa che piacesse a noi ma che soprattutto avesse dietro un certo tipo di ricerca. Metterci a studiare un genere musicale che non era propriamente il nostro per noi è stato un piacere, anche se ovviamente ci è costato tempo e fatica. Oggi i tempi per produrre un progetto sono molto più ristretti, anche perché c’è la paura di perdere il famoso treno che passa una sola volta nella vita; oltretutto la gente che fa musica è sempre di più, quindi la concorrenza è tanta e il mercato è saturo. Ma c’è differenza tra il ragazzino di 15 anni che fa dubstep comprando dei loop preconfezionati e il producer che fa elettronica di ricerca; questo non viene capito da tutti.

C.P.: Se sei un appassionato di astrofisica nucleare, non ti viene in mente di provare a fare l’astrofisico senza aver studiato la materia. Chi vuole fare il musicista, invece, spesso pensa di non aver bisogno di studiare. Niente di più sbagliato, anche perché se è davvero questo che ti appassiona, studiare diventa un piacere e quasi un bisogno interiore. E ti aiuta a capire tante cose: molto di quello che ho imparato al conservatorio oggi l’ho dimenticato– mi riuscirebbe difficile, ad esempio, risuonare un concerto che invece anni fa sapevo a memoria – ma mi è rimasto il metodo, la disciplina, e soprattutto la consapevolezza che esiste musica che non sarai mai in grado di suonare, se non la studi. In certi casi non basta essere talentuosi.

B: Last but not least: progetti futuri?

F.V.: Portare in giro dal vivo il progetto, innanzitutto. Oltre a questo, stiamo già lavorando a dei brani nuovi; stiamo già lavorando a nuove collaborazioni con altri rapper.

NB: se volete vedere i Loop Therapy al Mi Ami, l’appuntamento è al palco Sandro Pertini dalle ore 19.00.

 

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