Speciale MacroBeats Records: intervista a Turi

by • 13/04/2010 • IntervisteComments (0)702

All'incirca un anno fa è nata la MacroBeats Records, piccola etichetta fondata da Macro Marco. Il primo album targato MacroBeats, E poi, all'improvviso, impazzire di Ghemon, è unanimemente considerato il miglior disco hip hop italiano del 2009. Successivamente, MacroBeats ha prodotto anche altri due (ottimi) dischi: quelli di Turi e Kiave. Vi proponiamo con piacere due interviste ai suoi protagonisti.

E' sempre un piacere intervistare Turi. Il suo buonsenso, e la sua maniera mai ostentata o boriosa di esprimerlo, lo rende uno dei personaggi più apprezzabili e "veri" del panorama hip hop italiano. Senza contare, naturalmente, che si tratta di uno dei nostri artisti preferiti. Non staremo ad elencarvi tutti i suoi meriti musicali, perché li conoscete già: vi suggeriamo semplicemente di leggere l'intervista che segue.

Blumi: L'ultima volta che io e te avevamo parlato (per un'intervista pubblicata su Basement, ndr), eravamo nella sede di una major. Ora torni a proporti al pubblico con un album prodotto da una piccola etichetta. Cos'è successo nel mezzo?

Turi: Innanzitutto, è successo che il tempo è passato: sono trascorsi quasi tre anni da quell'intervista. Riassumendo all'osso, lavorare con una major ha molti vantaggi e svantaggi: uno dei principali svantaggi è che devi starle molto dietro, e da questo punto di vista io sono davvero negato.  In più ho avuto anche problemi personali, perché mio padre si è ammalato e, di conseguenza, per quasi un anno mi sono fermato. Io avevo un contratto per due dischi, e il progetto Calabro 9 inizialmente doveva essere uno street album autoprodotto. Con la Universal avrei dovuto lavorare a un altro album ufficiale, ma la trafila sembrava molto lunga e non mi davano garanzie di poterlo pubblicare in tempi ragionevoli. Insomma, a quel punto, visto anche l'andazzo dell'hip hop in Italia, ho preferito lasciar perdere: sono stato io a sciogliere il contratto di mia spontanea volontà.

B: Una decisione meditata, insomma…

T: Assolutamente. Avevo già toccato con mano cosa significa aspettare: Colpa delle donne era già pronto da un anno, quando è uscito. E io sono uno che si stufa molto in fretta dei propri lavori. Oltretutto, ai tempi ero stato anche sfortunato: in quel periodo il mercato era saturo di rapper, su Mtv i video hip hop in rotazione erano talmente tanti che praticamente non ne prendevano più altri! Poi c'era un problema di numeri: i miei fan storici hanno accolto molto bene il disco, ma l'obbiettivo della casa discografica non era certo vendere 2000 copie. Da ultimo, c'erano anche difficoltà a livello pratico: a parte una persona (Paola Zukar, storica firma di Aelle Magazine, fino al 2009 si occupava di curare i progetti rap per la Universal, ndr), gli altri erano totalmente digiuni di hip hop ed era difficile dialogare, era come e parlassimo due lingue diverse. La scelta di aderire all'etichetta di Macro Marco, comunque, è venuta naturalmente: lo conosco da una vita, per me è come un fratello minore. Il nostro è un sodalizio artistico, più che economico: nella musica italiana, i soldi ormai arrivano solo dai live.

B: Non è un peccato, questo?

T: La cosa non mi dispiace, la dimensione live mi soddisfa sia artisticamente che economicamente. Vendere 30.000 copie o venderne 3.000 non mi cambia la vita. Certo, guadagnare ti permette degli agi maggiori nel lavorare alla tua musica, ma al momento non credo di averne bisogno: ho investito su uno studio a casa, quindi sono abbastanza autonomo. In più, è tutto il sistema che ruota attorno alla promozione dei dischi ad essere in crisi: a livello mediatico c'è davvero poco, e quel poco che c'è è in recessione, quindi ovviamente promuovere un artista hip hop è la minore preoccupazione. La situazione, comunque, non mi preoccupa molto: io sono in giro dalla metà degli anni '90, e ho avuto modo di assistere a parecchie “ondate”. C'è il periodo in cui i media sono interessati e il periodo in cui si disinteressano totalmente. L'unica costante è una manciata di artisti che continua a fare la propria roba indipendentemente dal momento storico, e in questa categoria rientro anch'io. Purtroppo, credo che la nuova generazione non sia di quest'idea: cercano tutti la svolta, e non hanno capito che la loro unica preoccupazione dovrebbe essere fare musica e basta.

B: Tornando nel merito del disco, già nel 2006, ai tempi dell'Hip Hop Motel, ti eri presentato sul palco con i primi esperimenti di dialetto misto a inglese. Cosa ti ha spinto a proseguire l'esperimento per un album intero?

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Inizialmente era una cosa partita per gioco: io e i miei amici, scherzando, cercavamo parole inglesi che fossero fonicamente simili al calabrese. Col passare del tempo ho cominciato a realizzare intere strofe, e una l'ho proposta anche all'Hip Hop Motel. Contro ogni mia previsione, alla gente è piaciuta, così ho deciso di proseguire il tentativo per un intero album. È stata una sorta di sfogo musicale, insomma: dopo un periodo molto stressante come quello della promozione di Colpa delle donne, ho voluto utilizzare questo espediente per tornare all'essenziale, ritrovare il giusto spirito di divertimento e disintossicarmi da tutto il resto. Diciamo, comunque, che si è trattato di un progetto a parte, rispetto alla mia discografia ufficiale. Lo considero più che altro uno street album, da qui anche la sua brevità: ho scelto di concentrarlo in nove tracce precise per richiamare al “Turi Calabro 9” che campeggia in copertina. Chiusa questa parentesi, ho ricominciato a scrivere brani in italiano.

B: Stai già lavorando a un nuovo album, quindi?

T: Sì. Più che altro sto producendo nuovi beat per il disco, per il momento. Quasi sicuramente uscirà ancora per la Macro Beat Records e dovrebbe essere pronto per la fine del 2010. Ma non si sa mai, perché come tutti sanno sono abbastanza lento e amo prendermi il mio tempo, quando si tratta di musica. L'obbiettivo è di chiuderlo entro un anno, un anno e mezzo…

B: A proposito di beat, quelli di Lealtà e rispetto suonano molto più old school e minimali in confronto a quelli degli album precedenti. È una scelta funzionale a questo nuovo stile?

T: No, direi di no. In generale, come per ogni mio disco, vado a periodi. Colpa delle donne, ad esempio, aveva un sound molto anni '80 perché in quel momento mi ero fissato con la discodance. Lealtà e rispetto, invece, in realtà non ha un vero e proprio filo conduttore dal punto di vista sonoro, perché è stato scritto in un arco di tempo troppo ampio: Radical shit, per dire, è nata due anni e mezzo fa e all'epoca ascoltavo tutt'altra roba, rispetto ad adesso. Quest'album lo vedo più come un insieme di stili, una lavagna bianca su cui ho scritto quello che mi pareva in ordine sparso. Ci sono pezzi quasi ragga, come Don't talk (il cui beat è prodotto da Macro Marco), ma anche pezzi più club, come New Connections con il mio amico americano Michael Fazzolari. Non c'è un criterio o un ordine: anche per questo dico che si è trattato di uno sfogo musicale, per me.
Probabilmente mi ha aiutato a tornare al grezzume, nel senso che ci ho lavorato con una grande libertà e spontaneità, senza stare a ragionarci troppo e a farmi inutili seghe mentali.

B: Prima citavi Michael Fazzolari e la tua collaborazione con l'America. Visto che il tuo è un album comprensibile anche al di là dell'oceano, hai già provato ad “esportarlo” come ha fatto il tuo conterraneo Kento (vedi precedente intervista al diretto interessato, ndr)?

T: Assolutamente sì: anzi, a dire il vero si è esportato da solo. Già i primi brani che ho caricato su Myspace hanno avuto un grande riscontro nelle comunità di emigranti italiani all'estero, in America ma anche in Germania e in Australia. So che in New Jersey, dove vive Michael, le copie dell'album stanno girando parecchio. Avendo parenti in tutto il mondo, oltretutto (le sorelle di mio padre vivono stabilmente negli Stati Uniti) approfitto della loro collaborazione per far arrivare altre copie sul posto. Non è un'operazione inerente all'hip hop, comunque, ma piuttosto a un senso di appartenenza culturale. Il miscuglio tra calabrese e inglese non è una cosa inventata: spesso e volentieri le persone emigrate in paesi anglofoni, non ricordando molto bene la propria lingua d'origine, mescolano molto. Parecchie parole le ho riprese pari pari proprio dal loro modo di parlare.

B: In un progetto “foneticamente” così ambizioso, secondo te stile e contenuti hanno pari dignità o è più importante lo stile?

T: Il significato ha una grande importanza, nonostante tutto. Magari è difficile coglierlo a un primo ascolto, ma sto preparando le traduzioni di tutti i testi e spero di colmare questa lacuna. Inizialmente l'idea era quella di concentrarmi sulla sonorità delle parole, ma poi ho capito che, impegnandomi un po' di più, avrei potuto trovare anche dei contenuti forti. I primissimi brani a cui ho lavorato (ad esempio quello presentato all'Hip Hop Motel) erano molto meno impegnati, senza un filo conduttore, mentre i pezzi scritti successivamente hanno un criterio. Capeesh, ad esempio, parla della credibilità individuale e della falsità di certi atteggiamenti e certe dichiarazioni. Another story, con Sha-One, parla di un emigrante e della sua tristezza. Credo che saranno soprattutto i ragazzi calabresi a capire fino in fondo il significato dei testi: esistono modi di dire ed espressioni totalmente intraducibili, perciò è dura comprenderli per chi non ha quel tipo di conoscenza linguistica.

B: A proposito di contenuti, in Radical Shit citi brevemente la raccolta della frutta a Rosarno. Visto che il brano è stato scritto molto prima che Rosarno salisse agli onori della cronaca, siamo di fronte a un raro caso di preveggenza oppure i calabresi già sapevano che quella sarebbe diventata una situazione esplosiva?

T: Dico “Ti mando a raccogliere olive a Rosarno” perché io ho abitato lì vicino e quella è la maggior area agricola della zona. Nelle mie intenzioni quella battuta significava semplicemente “ti mando a raccogliere olive là dove sono cresciuto io”. Non c'era una valenza politica e sociale in quella frase. Per quanto riguarda la cronaca recente, ovviamente  tutti quelli che abitano in quella zona, me compreso, sapevano che c'era uno sfruttamento massiccio di immigrati clandestini, ma non è un'esclusiva di Rosarno e dintorni: è una situazione che investe la Calabria come la Puglia e la Campania. Il caso è esploso perché i media si sono finalmente interessati della vicenda, ma hai idea di quante piccole e sconosciute Rosarno esistano, lontano dal clamore dei giornali e delle tv?

B: Passando dal serio al faceto, mi è capitato di rileggere un divertentissimo post che hai scritto nel 2001 sul tuo Myspace (il titolo è  Sì, faccio hip hop, ma… Considerazioni di uno che fa hip hop per mestiere e si trattava di una sorta di decalogo di cose da NON fare quando si ha a che fare con un professionista del rap. Trovate il testo integrale qui, ndr). A due anni di distanza, la situazione è migliorata? Hanno smesso di romperti le balle sulle questioni che prendevi in esame?

T: Neanche per il cazzo! (ridiamo entrambi, ndr) Le nuove generazioni sembrano non capire proprio certe cose. Ho scritto quel post perché mi arrivano di continuo richieste di featuring talmente sfacciate da risultare disarmanti. Ai miei tempi io non mi sarei mai permesso di andare da Kaos o da Neffa a dire “Okay, facciamo una collaborazione”, come se fosse un'affermazione e non una domanda. Che dire poi di quelli che ti chiamano e ti dicono “Noi vorremmo farti suonare, questo è il prezzo”? Io con l'hip hop ci lavoro, la professionalità mi impone un tariffario; se sei una persona carina ed educata posso anche venirti incontro, ma questo non è assolutamente il modo di porsi. Il free download e l'utilizzo selvaggio di Myspace hanno creato una situazione paradossale, in cui non esistono più regole e formalità. Una volta la gente mi spediva i demo e io ricontattavo quelli che mi avevano colpito: ora sarebbe impossibile. Ho sempre cercato di essere disponibile con le persone che mi cercano e hanno delle proposte per me, ma purtroppo nessuno sembra in grado di capire che la musica mi serve anche per pagare l'affitto, perciò vorrei un minimo di rispetto.

B: Mi sembra di capire che secondo te l'uso del free download sia un po' degenerato…

T: Esattamente. Io sono del tutto disorientato: se mi chiedi chi sono le nuove leve dell'hip hop italiano non so risponderti, perché mi arrivano talmente tanti input che è impossibile capire chi fa le cose sul serio e chi no. Non so come distinguere, sono cresciuto in un'altra maniera e quindi forse mi mancano gli strumenti. Internet ha aperto delle possibilità meravigliose, ma ha creato anche un'anarchia totale. Mi sembra di non avere più gli strumenti per valutare: forse qualcuno dovrebbe consigliarmi chi vale la pena ascoltare, perché non riesco a capire quali sono i prodotti di qualità.

B: Progetti futuri?

T: Sto producendo diversi beat per altri artisti, soprattutto legati a Macrobeats Records. Oltre a questo, come già dicevo prima sto cominciando a lavorare al disco nuovo. Per il resto sto suonando in giro, trovate il calendario delle date sul mio Myspace… Buona vita a tutti!

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