Speciale MacroBeats Records: intervista a Kiave

by • 13/04/2010 • IntervisteComments (0)449

All'incirca un anno fa è nata la MacroBeats Records, piccola etichetta fondata da Macro Marco. Il primo album targato MacroBeats, E poi, all'improvviso, impazzire di Ghemon, è unanimemente considerato il miglior disco hip hop italiano del 2009. Successivamente, MacroBeats ha prodotto anche altri due (ottimi) dischi: quelli di Turi e Kiave. Vi proponiamo con piacere due interviste ai suoi protagonisti.

Kiave non ha certo bisogno di presentazioni: tra gli mc della "middle generation" (né vecchia scuola né nuova, per intenderci) è uno dei più conosciuti ed apprezzati. La sua abilità di freestyler spesso rischia di offuscare quella di liricista, che nel suo nuovo album, Il tempo necessario, ha dimostrato e ribadito in ognuna delle diciotto tracce. Ascoltare per credere. E, perché no, leggere.

Blumi: Già nella copertina del disco, specifichi a grandi lettere chi sono tutti gli ospiti del disco. Un po' come se si trattasse di un album collettivo…

Kiave: Si, lo faccio in ogni disco. Dato che non sono un produttore ci tengo a specificare bene chi ha curato la parte musicale, che comunque fa il 50 % (e in alcuni casi anche di più) di ogni singola traccia. È importante per me ringraziare chi ha collaborato al progetto, dato che non sono mai persone sconosciute con cui lavoro a distanza, ma sono amici artisti che sicuramente hanno contribuito anche coi loro consigli e le loro opinioni sul disco o sul progetto in generale. È una delle cose che ho imparato dalle vecchie copertine della Blue Note,  dove ogni musicista aveva il suo nome in copertina.

B: Dignità, che parla della degenerazione di una scena rap in cui tutti si ritengono artisti con la A maiuscola, è un brano molto vero, ma anche molto scomodo: se in Italia tutti quelli che ascoltano hip hop e comprano i dischi sono anche rapper, sarebbe stato meglio non inimicarseli…

K: Non penso di essermeli inimicati. Se qualcuno si sente offeso, beh, magari può distrarre il suo super ego per dieci minuti e chiedersi perché si sente toccato dalle mie parole. Se poi continua a sentirsi offeso, comunque, meglio perderlo un ascoltatore del genere, no? Poi, sinceramente, non penso che tutti quelli che comprano dischi siano anche rapper, anzi, ormai esiste in Italia un pubblico di ascoltatori che segue gli artisti e che ascolta gli album per il gusto di percepirne la musica e il messaggio.


B: Cosa significa il titolo Il tempo necessario?

K: Ha varie sfaccettature. Per farla breve, la title track del disco è stata proprio la prima che ho tagliato. Non ne capisco ancora bene il motivo, forse un me stesso arrivato dal futuro mi ha imposto di farlo! (ride) Le frasi portanti del pezzo, comunque erano due: “nessuna forzatura/ la mela cade sola dall'albero se è matura”, e “la forza di chi aspetta/ blocca la lancetta/ la goccia col tempo scalfisce la roccia, e la roccia si spezza”. Penso che quello che manca a molti artisti, ma anche a molte persone comuni, sia la forza di aspettare, di essere pronti, di studiare, lavorare e maturare per arrivare ad una meta. Siamo nell'era dei tronisti, mi ritrovo a dirlo spesso ormai: un deficiente palestrato firma autografi, di conseguenza si sente già arrivato, e le persone ora vogliono questo: arrivare. Ma arrivare dove? Col tempo ho capito che la vera evoluzione non sta nel raggiungere una meta, ma nell'impegno e nella costanza che si mettono nel percorso che ti porta ad essa.

B: Visto che il tuo è un album ricchissimo (18 tracce e una varietà infinita di argomenti), qual è il brano a cui sei più legato e che ti è piaciuto di più affrontare?

K: Se lo dico ad alta voce, poi gli altri pezzi si ingelosiscono e smettono di ispirarmi per le mie cose future… (ride) Scherzi a parte, sono legato a tutte le tracce. In alcune mi sono aperto di più e non è stato facile riesumare alcuni scheletri dall'armadio, ma questo disco dovevo farlo, e così lungo, per dimostrare a me stesso che un percorso musicale omogeneo può affrontare vari argomenti senza però perdere di vista il fulcro del progetto, cioè la mia coerenza, sia a livello di sonorità che a livello individuale.

B: A differenza di molti tuoi colleghi tu sei partito come solista, strada facendo sei entrato a far parte di un gruppo (Migliori Colori) e poi sei tornato a lavorare da solo, ma all'interno di una crew molto compatta. Come mai questo percorso?

K: Diciamo che non me lo sono cercato, è andata semplicemente così. Arrivi ad un punto in cui ti rendi conto che i tuoi testi, i tuoi pezzi, hanno bisogno di essere completamente tuoi, ricercano una continua autoanalisi. Così ti ritrovi a percorrere la strada da solista, che comunque ti potenzia nel momento in cui ti ricongiungi con i tuoi compagni di viaggio. Ora la crew Migliori Colori si è ampliata, è stata assorbita da qualcosa di più grande, cioè Blue Nox. Anche se il mio disco è uscito come Kiave, dietro ci sono tutti loro, ed è davvero un onore per me poter condividere qualcosa e crescere musicalmente con persone del loro valore,  sia artistico che umano.

B: A proposito di Blue Nox, che si candida a diventare la crew romana per eccellenza, come sta andando la vostra avventura?

K: Beh, in realtà solo Hyst è romano, noialtri siamo quasi tutti del sud! Comunque sta andando benissimo, abbiamo molti progetti in ballo e molte cose nuove da proporre. A breve godrete del sito con un restyling completo, poi uscirà un prodotto in free download di Mecna, che lascerà tutti a bocca aperta, dopodiché c'è in programma il disco di Negrè che ha tirato fuori qualcosa di forte e nuovo. Macro, invece, sta già lavorando al prossimo capitolo di The Macro Orchestra.  Insomma, c'è molto in cantiere, basta andare sul sito per restare aggiornati sulle novità.


B: Nel 2006 hai partecipato al 2 the Beat e sei arrivato perfino in finale. Secondo te, i contest di freestyle sono stati una moda passeggera oppure è una pratica ancora molto presente?

K: Purtroppo ultimamente si sono un po' snaturati. Quando noi abbiamo fatto il 2 the Beat non sapevamo che impatto avrebbe avuto sulla nostra carriera da rapper: eravamo lì e davamo il massimo perché cosi eravamo abituati a fare. Volevamo vincere perché la competizione creativa è qualcosa con cui l'hip hop ti svezza man mano che cresci. Poi, con gli anni, ci siamo resi conto che era qualcosa di forte: migliaia di visualizzazioni su YouTube, gente che mai avrebbe seguito la tua carriera ti conosce per via delle sfide, anche il tuo vicino di casa metallaro si infotta guardando quei video… Tutto questo ha portato al fatto che i ragazzi di oggi, consapevoli del potenziale che i contest hanno, li affrontano solo col desiderio di popolarità, con la sopracitata voglia di arrivare. Si confonde la causa con l'effetto, e di conseguenza il livello dei contest di oggi non è sempre incoraggiante, anzi: si è persa di vista la tecnica, l'intrattenimento… Perfino lo stile, che dovrebbe essere l'aspetto principale. Si sta sgretolando tutto, si rincorre solo il blow alla rima di effetto.

B: Hai anche partecip
ato a un progetto di improvvisazione che vede poeti dell'ottava rima (disciplina poetica molto antica, basata sull'improvvisazione, usa una particolare forma metrica chiamata appunto “ottava rima”, ndr) e rapper sfidarsi su argomenti decisi dal pubblico. Da dove ti è venuta l'idea e in cosa consiste esattamente questa iniziativa?

K: L'idea non è mia, ma di una persona molto in gamba che insegna all'università e che ha unito questi due mondi grazie alla sua apertura mentale. Il progetto è davvero davvero divertente perché i poeti dell'ottava rima, nonostante questa disciplina sia molto antica, sono abituati a sfidarsi e a punzecchiarsi anche più di noi, quindi vengono fuori sempre delle serate interessanti sia dal punto di vista dell'intrattenimento che da quello culturale. Se vi capita di scoprire che siamo nella vostra città, venite a vederci, non ve ne pentirete.


B: Progetti futuri?

K: Al momento, suonare dal vivo il più possibile. Mi potrete vedere in varie formazioni. Io da solo; io e Macro; io, Macro e Ghemon; Blue Nox al completo; o ancora, col nuovo progetto che curiamo io, Clementino ed Ensi, ovvero The Italian Freestylers. Continuo ad amare i live perché ultimamente la gente è sempre presa bene durante i concerti. Forse il messaggio che portiamo avanti da anni, cioè quello di vivere il rap come qualcosa di positivo, che annienta le tensioni di una settimana di studio o lavoro, sta cominciando a farsi strada. Ci vuole il tempo che ci vuole, come in tutto.

 

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