Speciale Knowledge is Power: Selma, la strada per la libertà

by • 13/02/2015 • Copertina, Knowledge is Power, RubricheComments (0)912

selma

Per qualche misterioso motivo Malcom X è una vera e propria icona per i fan dell’hip hop, mentre Martin Luther King, che pure in America è venerato al punto da avere una festività dedicata a lui, non è mai riuscito a diventarlo. Il motivo, probabilmente, è più semplice di quanto pensiamo: Malcom X ha dato alle stampe un’autobiografia da cui è stato poi tratto il celeberrimo film di Spike Lee, mentre su MLK non esiste una filmografia molto entusiasmante. Almeno fino ad ora, perché ieri sera è uscito nelle sale italiane un film che finalmente vale la pena vedere, e che potrebbe in qualche modo cambiare le cose. Si intitola Selma – La strada per la libertà, ha già vinto un Golden Globe per la migliore canzone originale (Glory, di John Legend e Common, che avete visto anche ai Grammy Awards; John Legend ha curato tutta la colonna sonora, mentre Common recita nel film) ed è candidato a due Oscar, uno per la sopra citata canzone e l’altro per il miglior film. Tra i produttori figura anche Oprah Winfrey, che ha una piccola parte nella pellicola, ed è diretto da Ava Duvernay, prima regista afroamericana e donna ad avere ricevuto una nomination per il Golden Globe.

Queste le premesse, ma tornando alla Storia (con la S maiuscola): nel 1965 la segregazione razziale era già stata cancellata per legge, ma in alcune zone, come l’Alabama, di fatto nulla era cambiato. Questo soprattutto per un motivo: negli Stati Uniti per votare è necessario iscriversi a un apposito registro, e tutti i neri che cercavano di farlo venivano respinti con i pretesti più assurdi, oppure sottoposti a esami impossibili, o ancora costretti a pagare tasse costosissime o a presentare un bianco come garante. L’effetto era devastante, perché non solo in questo modo venivano eletti solo governanti pro-segregazione, ma addirittura nessun nero poteva mai fare parte di una giuria (è un compito che può essere assegnato solo a chi si è iscritto per votare), perciò tutti gli imputati di crimini razziali che arrivavano a processo venivano sistematicamente assolti. Una situazione orrenda, insomma: l’unico modo per cambiarla era ratificare una legge che punisse queste pratiche, ma il presidente Johnson non era interessato a emanarla, avendo altre priorità. Martin Luther King, che aveva appena vinto il Nobel per la pace a soli 36 anni, era consapevole che ovunque andasse i giornalisti lo seguivano a frotte, così decise di inscenare una protesta-simbolo nella cittadina di Selma in Alabama, uno degli agglomerati urbani con la più alta percentuale di neri non votanti di tutta l’America, che divenne il suo quartier generale. Al sistematico peggiorare delle violenze contro i manifestanti, King decise di alzare l’asticella della protesta e indisse una marcia pacifica e non violenta di cinque giorni, non autorizzata dal governo, che partì proprio da Selma e terminò a Montgomery, capitale dello stato, per chiedere il diritto di voto. La manifestazione fu un vero e proprio trionfo: venticinquemila persone, bianchi e neri, giunsero da ogni angolo del Paese per prendervi parte. Purtroppo, però, fu funestata da una scia di sangue: diverse vittime (tra cui un prete bianco di Boston pestato a morte da alcuni simpatizzanti del Ku Klux Klan) e soprattutto centinaia di feriti gravi, perché alla partenza le autorità schierarono decine di poliziotti a cavallo e in assetto antisommossa e ordinarono di caricare il corteo.

Selma racconta appunto la storia di questa marcia, ma la sua vera forza è mostrare il lato umano di Martin Luther King, non solo quello istituzionale e un po’ ingessato del pastore protestante: il rapporto con gli amici di sempre – era un uomo molto spiritoso e amava scherzare – ma anche le zone d’ombra, come le sue presunte relazioni extraconiugali, o le piccole debolezze, come la sua abitudine di chiamare Mahalia Jackson nel cuore della notte per farsi cantare una canzone quando non riusciva a dormire. Una visione consigliata davvero a tutti, insomma, perché per quanto il tema possa sembrare ormai lontano anni luce da noi, si rischia sempre di dimenticare quanti (pochi) anni siano passati da quando i neri non potevano votare a quando il primo presidente nero d’America è stato eletto.

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