Speciale Elita: intervista a Jesse Boykins III + Esperanza

by • 09/04/2013 • IntervisteComments (0)735

Continua il nostro reportage sugli artisti del panorama urban presenti quest’anno all’Elita Design Week Festival di Milano.  Stavolta è il turno di Jesse Boykins III, che i più attenti alle nuove tendenze della musica R’n’B’, neo-soul ed elettronica conoscono senz’altro già: nell’ultimo anno, infatti, è stato uno dei nomi più innovativi e seguiti del panorama, al pari di colleghi come Frank Ocean, The Weeknd e Miguel. La sua musica sfugge a tutte le classificazioni e le categorie, tranne a una: quella dei migliori. Suonerà al Tunnel questo giovedì 11 aprile, per l’occasione eccezionalmente insieme agli Esperanza. Per chi non conoscesse neanche loro, si tratta di una formazione italianissima costituita da Matteo Lavagna, Sergio Maggioni e Carlo Alberto Dall’Amico, in parte trapiantata a Berlino dove ha sede anche la sua etichetta, la celeberrima Gomma Records. Molto noti e apprezzati a livello internazionale (soprattutto da chi ama l’elettronica più suggestiva e articolata, quella che non necessariamente si balla, ma che si ascolta avidamente fino all’ultima nota), hanno conosciuto Jesse durante la scorsa edizione del Sonar di Barcellona. L’amicizia che è nata in quell’occasione sfocia oggi in una collaborazione speciale, grazie a Red Bull Music Academy e a Elita: un live set esclusivo, mai eseguito prima e probabilmente privo di repliche anche in futuro. E conoscendo i protagonisti, ci sarà da restare a bocca aperta. Abbiamo incontrato Jesse e gli Esperanza alle Officine Meccaniche di Milano, forse il migliore studio di registrazione milanese, dove i nostri eroi si sono chiusi da qualche giorno per perfezionare lo show. Ecco il resoconto della nostra chiacchierata.

Blumi: Ti consideri un cantante R’n’B?

Jesse Boykins III: Credo di essere un artista, punto. Niente limiti o categorie. Sono influenzato dall’R’n’B, ma anche da un sacco di altre cose: soul, reggae, elettronica, folk, jazz, blues, musica africana… Cerco di mescolare tutti questi generi per arrivare ad esprimere meglio che posso un certo tipo di mood nelle mie canzoni. E di sicuro non definirei quel mood semplicemente R’n’B.

B: La tua carriera è iniziata quando eri solo un bambino. Hai mai pensato di fare qualcos’altro nella vita, a parte il musicista?

J.B.: Da qualche tempo ho iniziato anche a fare il filmmaker. Realizzo io tutti i miei video, è un aspetto creativo che mi piace tantissimo. Inoltre, recentemente ho girato anche un documentario sulle donne: negli ultimi due anni e mezzo, approfittando dei miei tour, ne ho intervistate oltre 300 in tutto il mondo, dai 18 ai 65 anni, facendo sempre le stesse domande. Sarà il mio primo lavoro da regista e uscirà insieme al mio prossimo album: si intitoleranno entrambi The love apparatus.

B: A proposito dei tuoi album, fino ad oggi hai sfornato una notevole quantità di dischi, EP, mixtape e progetti collaterali. Qual è quello che ti rappresenta di più e che consiglieresti di ascoltare a chi ancora non ti conosce?

J.B.: Quello che ancora non avete ascoltato! (ride) Al momento lo stiamo finalmente mixando, ma ci ho lavorato sopra per gli ultimi quattro anni. Ognuno dei miei lavori rappresenta uno step della mia carriera, un momento in cui la pensavo in un determinato modo, ma nel frattempo sono cambiato e non la penso più così. Musicalmente mi piacciono ancora, e quando li suono dal vivo mi piace tornare indietro a quei momenti, ma ormai il mio sound è cambiato. In questo nuovo album mi prendo molti più rischi, sia liricamente che a livello di sonorità. Ho cercato di rimanere il più fedele possibile al mio subconscio: parlo di armonia e uso un sacco di metafore immaginative e poetiche.

B: Il tuo maestro di canto è stato una piccola leggenda della nuova black music: Bilal…

J.B.: L’ho incontrato quando avevo sedici anni, era andato nella stessa scuola che frequentavo io: mi capitava spesso di sentirlo suonare in qualche club della zona. All’epoca avevo un’insegnante di canto donna, che mi faceva studiare soprattutto standard jazz. Il problema era che, come tutti i ragazzini di quell’età, avevo da poco cambiato la voce e avevo bisogno di ricominciare a lavorare sulla mia estensione, perché non riuscivo più ad arrivare a molte note. Lei, non avendo mai avuto problemi del genere, non mi capiva, e la cosa mi creava parecchi problemi di fiducia: era frustrante, dopo tanti anni di scuola di canto non ero più capace di cantare causa pubertà! (ride) A quei tempi Bilal era in pausa, dopo aver terminato finalmente il tour di 1st born second, così cominciai a chiedergli ossessivamente se poteva farmi lezione lui, perché avevo bisogno di un vero e proprio voice trainer. Ed è esattamente quello che ha fatto. La nostra prima lezione doveva durare un’ora, e invece è durata quattro: non ho cantato assolutamente nulla, mi ha fatto fare solo esercizi di respirazione, flessioni e punching-ball! Oppure mi faceva soffiare tutto il tempo contro il palmo della sua mano, così tanto che alla fine ero strafatto di ossigeno, per farmi capire quanto ne dovevo effettivamente incamerare per poter cantare al meglio. Era tutto molto spirituale, ricordo che continuava a ripetermi una frase: “Quando inspiri, inspiri la stanza. Quando espiri, diventi la stanza”. Nel senso che quando inspiri, respiri il mondo, e quando espiri diventi Dio. Ho dovuto crescere e maturare parecchio prima di capire appieno quello che cercava di dirmi. Il suo metodo ha funzionato, comunque: ha completamente ribaltato il mio modo di cantare, è come se me lo avesse re-insegnato da zero.

B: Sembra una scena di Karate Kid!

J.B.: Esatto! Sono stato il suo primo allievo, tra l’altro, quindi le cose che mi ha insegnato le aveva imparate direttamente lui, sulla sua pelle, e le trasmetteva a me. Mi ha anche insegnato ad ascoltare la musica in maniera diversa: mi faceva sentire Miles Davis e poi mi faceva domande tipo “Dimmi cosa ti piace nella linea di basso”, oppure “Raccontami con parole tue l’arrangiamento”. Mi costringeva a concentrarmi su dettagli a cui altrimenti, a sedici anni, non avrei mai e poi mai fatto caso. Ho dovuto fare un sacco di ricerche per stargli dietro, e finalmente ho capito il perché quell’impercettibile triangolo che comincia a suonare dopo tre minuti cambia completamente il mood di tutto il pezzo. Prima di allora ero molto più convenzionale, come artista: lì sì che ero davvero un semplice cantante R’n’B! (ride) Ma da allora mi sono evoluto tantissimo.

B: A proposito: in quest’ultimo periodo il cosiddetto contemporary R’n’B sta diventando un vero e proprio fenomeno: la critica tende ad unire in un’unica categoria artisti come te, Frank Ocean, The Weeknd o Miguel. Pensi che siano paragoni equi?

J.B.: Ci sono delle profonde differenze tra di noi. Ovviamente capisco il perché vogliano metterci tutti nella stessa categoria, ma purtroppo penso che il vero motivo sia il fatto che siamo tutti neri. (ride) Nessuno di noi scrive musica esclusivamente rivolta alla comunità black, anzi, vogliamo parlare a tutto il mondo, ma il semplice fatto di essere neri fa sì che ci appiccichino addosso l’etichetta R’n’B. Ovviamente siamo influenzati anche dalla musica soul, ma sicuramente c’è un’enorme spaccatura tra noi e gente come Trey Songz, Omarion o Chris Brown… Non conosco personalmente Frank Ocean, ma mi sento spesso con The Weeknd e Miguel, e su questo la pensiamo tutti allo stesso modo. Stiamo cercando di forzare i confini del recinto rhythm and blues, e fare musica nella maniera più pura e creativa possibile. Prendi Frank Ocean: il semplice fatto di aver confessato che è gay, e di averlo poi ribadito nelle sue canzoni, è uno degli atti più onesti e personali che si possano compiere.

B: Tornando per un attimo a Bilal: anche il suo ultimo disco, A love surreal, è molto particolare, eppure molti lo classificano come R’n’B’. Cosa ne pensi?

J.B.: Io posso capirlo più di molte altre persone, perché ero con lui quando uno dei suoi precedenti album, Love for sale, è stato diffuso illegalmente via Internet prima dell’uscita ufficiale. Tra l’altro la sua etichetta (la Interscope, che sperava in un album molto più tradizionale e simile al primo, ndr) ha colto la palla al balzo e ha deciso di non pubblicarlo mai più. La gente non capisce quanta energia e passione metti nel confezionamento di un disco: passi mesi, a volte anni, a scegliere gli arrangiamenti, le voci, le parole, il mix, il master, e poi arriva qualcuno che del tutto illecitamente te lo ruba e lo svela al mondo. È un po’ come se avessero rubato e diffuso quegli anni di vita che hai trascorso a lavorarci. Ai tempi era molto depresso per quello che era successo, e ha sentito l’esigenza di prendersi una lunga pausa dalla musica. Quando si è liberato dal suo vecchio contratto, ha finalmente ricominciato: ma non come un cantante R’n’B, perché anche per lui quella definizione è troppo limitante. Lui è talmente sensazionale che qualsiasi etichetta gli starebbe stretta. Le sue sonorità di oggi sono una sorta di ribellione: è il suo modo di dire “Fanculo, non mettetemi in quella categoria, non è quello che sono e non riesco quasi a credere di avere provato a esserlo per compiacervi”. Vedere quello che è successo a lui è uno dei motivi per cui per ora voglio rimanere un artista indipendente.

B: Passando al motivo per cui siamo qui, come hai conosciuto gli Esperanza, e soprattutto come è nato questo progetto?

J.B.: Ci siamo incontrati al Sonar di Barcellona, l’anno scorso. Loro suonavano il giorno prima di me; non li avevo mai sentiti prima, e quando li ho visti sul palco sono rimasto davvero colpito. Avevo già sentito quel tipo di sound, eppure riproposto da loro sembrava completamente diverso. Ricordo che per tutto il tempo ero lì ad aspettare che qualcuno iniziasse a cantare, perché la loro musica mi sembrava perfetta per un cantante, ma non succedeva mai. Dopo il concerto abbiamo iniziato a chiacchierare e ho scoperto che sono italiani, cosa che non avevo capito. Ci siamo incontrati un paio d’altre volte quell’anno, in altri festival europei in cui suonavamo entrambi, e abbiamo iniziato a parlare di provare a farlo insieme, prima o poi: grazie alla collaborazione di Red Bull e all’invito di Elita, ora possiamo finalmente concretizzare il progetto.

B: Questo è un progetto puramente live, e lo avete concepito e provato in una settimana di tempo…

J.B.: In due giorni, per la precisione! (ride) È molto impegnativo, ma io capisco la loro musica e loro capiscono la mia, perciò il feeling e l’energia sono fantastici. Certo, bisogna essere molto concentrati, soprattutto sul tipo di emozione che vuoi trasmettere al pubblico e su come farla arrivare al meglio. Aiuta anche il fatto che loro stessero provando già da qualche giorno, quando sono arrivato qui a Milano… La maggior parte della scaletta, comunque, sarà costituita da mie canzoni, che loro hanno rielaborato, remixato e choppato in tutti i modi possibili.

B: La loro musica, tra l’altro, è molto intricata e oltretutto è strumentale. Com’è stato inserirti in una realtà così diversa dalla tua?

J.B.: Abbiamo avuto questa esatta discussione ieri sera! (ridono tutti, ndr) È da quando li ho incontrati che continuo a ripetergli che dovrebbero cantare, scrivere canzoni vere e proprie, e loro invece si rifiutano. Ieri sera, però, a sorpresa hanno tirato fuori della roba registrata tempo fa, in cui cantavano, e me l’hanno fatta ascoltare. Era il tipo di pezzo con cui la gente riesce a entrare in connessione facilmente, che tutti finiscono per cantare insieme a te… E allora ho ricominciato a martellarli per convincerli a registrare cose del genere, ma loro sembrano non capire il mio discorso! (ride) I brani che mi hanno fatto sentire erano i primissimi che avevano pubblicato, e mi hanno spiegato che dopo averci pensato un po’ su erano passati alla musica strumentale. Al che gli ho chiesto se al pubblico piacevano quelle canzoni, e la risposta era sì. Vedi, secondo me la chiave di tutto è proprio questa: la cosa importante nella musica non è l’artista, sono le persone che alla fine la ascolteranno. Devi farlo per loro: se a loro piace, è giusto che tu vada avanti per quella strada.

B: Progetti futuri?

J.B.: Sto finendo il progetto di The love apparatus (album e documentario): gran parte del disco è co-prodotto da Machinedrum (produttore elettronico che ha già lavorato con artisti black trasversali come Azealia Banks e Theophilus London, ndr), con cui collaboro dal 2009. Oltre a questo, ho intenzione di suonare dal vivo il più possibile, sia in America che in Europa. Insomma, di base voglio solo fare musica. La musica mi rende felice. (ride)

 

Poco dopo, finito di smontare gli strumenti, ci raggiungono anche gli Esperanza.

 

Blumi: Cosa avete visto in Jesse Boykins III per decidere di collaborare con lui?

Sergio Maggioni: Diciamo che abbiamo sempre cercato di dare una forma-canzone alla nostra musica, anche se è strumentale. Forse non abbiamo mai avuto le palle di farlo seriamente, però! (ride) Insomma, abbiamo colto la palla al balzo quando ci si è presentata la possibilità di provare a farlo con Jesse, che è la voce per eccellenza.

Matteo Lavagna: Quando lo abbiamo visto suonare al Sonar, e ci siamo resi conto di quanto fosse convincente e credibile nonostante non si avvalesse di un’intera band ma di un semplice dj, abbiamo capito che suonare dal vivo con lui sarebbe stata un’esperienza magnifica. Volevamo essere noi la sua band!

S.M.: I nostri rapporti, tra l’altro, continuano anche in studio, perché ha realizzato le voci per un nostro nuovo pezzo. Chissà che non diventi una vera e propria collaborazione discografica.

B: I vostri live sono sempre molto complessi e articolati. Dal vostro punto di vista, come ve la state cavando a inventarne da zero uno così particolare in pochi giorni?

M.L.: So che sembriamo incredibilmente tranquilli, ma in realtà siamo solo mortalmente stanchi! (ride) Anche perché la musica arriva per ultima: prima c’è tutto un lavoro di computer di cui si sta occupando Carlo. Questi pochi giorni in sala prove sono l’ultimo stadio di un lungo processo di decostruzione e ricostruzione.

S.M.: Esatto, il problema è più che altro la preparazione. In realtà l’esecuzione live è molto più semplice di come possa sembrare: come in tutte le band in cui c’è un cantante, gli altri musicisti seguono lui. A livello armonico siamo molto compatibili, e credo che quando suoniamo insieme si crei una vera magia.

M.L.: Comunque stiamo imparando a semplificarci la vita. Quando abbiamo iniziato a suonare insieme, in ogni live c’erano milioni di incognite e variabili: eravamo tutti in cuffia per tenere sotto controllo gli strumenti, i due computer, i Moog, gli mpc… Non sapevamo mai esattamente cosa ne sarebbe venuto fuori. In futuro, invece, stiamo meditando di inserire nei nostri dischi pezzi diversi, meno intricati: registreremo solo il tipo di brano che riusciremo a suonare con semplicità anche dal vivo. Se no ci tocca andare dallo psicologo dopo ogni tour!

S.M.: Comunque non fraintendeteci, ci divertiamo moltissimo a suonare dal vivo! (ride)

B: Cosa pensate, invece, dell’esortazione di Jesse a fare musica cantata anziché strumentale?

M.L.: Ne abbiamo parlato per tutta la notte! Abbiamo già realizzato diversi pezzi cantati, quelli che gli abbiamo fatto sentire ieri sera, ma onestamente non ci sentiamo tanto pronti a farne altri perché poi dovremmo andare in giro a cantarli durante i live… Lui, giustamente, ci fa notare che ci sono tante altre persone che lo fanno molto peggio di noi e magari riescono a comunicare di più. Ed effettivamente lo scopo di fare musica è proprio comunicare qualcosa, quindi ci proveremo e ci riproveremo, pronti a imparare dai nostri errori.

B: Siete d’accordo sulla questone della categorizzazione musicale di cui parlavamo prima anche con Jesse?

M.L.: Siamo d’accordo sul fatto che lui non è un artista R’n’B, è molto più di questo. Così come noi non siamo degli artisti elettronici in sé e per sé: anzi, il nostro nuovo album avrà una dimensione molto più suonata.

Carlo Alberto Dall’Amico: L’idea è di fare un album vecchia maniera, con un produttore artistico, una location diversa rispetto a casa nostra – magari simile a quella in cui ci troviamo adesso – e degli strumenti a disposizione.

S.M.: Ormai si fa sempre meno, ma noi siamo dell’idea che sia una tappa fondamentale ed agognata nella carriera di ogni musicista. Vorremmo affidarci a qualcun altro di cui ci fidiamo, in maniera professionale e in grande stile, e non fare musica in cameretta con Facebook aperto davanti a te e il cellulare che squilla ogni due minuti.

M.L.: Esatto. La musica si merita di essere trattata nella maniera migliore possibile.

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