SPEAK YOUR MIND: Intervista in anteprima a Jack the Smoker

by • 25/09/2009 • IntervisteComments (0)864

Come preannunciato nei giorni scorsi, Hotmc inaugura la sezione Speak Your Mind!, ovvero una serie di contributi ad opera di collaboratori esterni alla redazione. Per cominciare in bellezza abbiamo chiesto a Darkeemo, ex redattore di Hotmc migrato da qualche tempo verso altri lidi, di intervistare uno degli mc più talentuosi emersi dopo il giro di boa del 2000: Jack the Smoker. Il suo nuovo album, dal titolo V.Ita, è attualmente in fase di stampa e sarà ufficialmente fuori entro un mese da oggi. Con questa chiacchierata in anteprima speriamo di fare cosa gradita a chi aspetta ormai da anni un suo disco solista.

Correva l'anno 2002, all'incirca. Si era tutti quanti più giovani, indubbiamente. Io non avevo ancora la patente, a Jack ancora non l'avevano ritirata. Era il periodo dello Showoff, quello storico in via Farini, quello dei Long Island di Ivan e dei freestyle infiniti, del “producer's corner” e delle mille amicizie che sono nate in quell'ambiente. Prima di Lucignolo, di 8 Mile e di tutto quello che successe in seguito, per intenderci. Un bel momento, non c'è che dire, uno di quei periodi che rievochi quando immancabilmente finisci nel vortice lisergico dei ricordi. Ho conosciuto Jack poco prima che uscisse L'Alba, un disco che, a suo modo, ha scritto una pagina importante del rap nostrano,  non soltanto in ambito milanese. Si era tutti quanti più giovani, indubbiamente, ed in qualche modo si voleva cambiare il mondo.

Corre l'anno 2009, almeno così pare. In sette anni sono cambiate un discreto numero di cose. Gli States hanno un presidente abbronzato, abbiamo rimpiazzato la lira con l'Euro, si può viaggiare per il mondo con i voli low cost. Le uniche cose a non essere cambiate sono il Presidente del Consiglio e l'Inter che ancora non ha vinto la Champions. Noi ci sediamo sulla riva del fiume ed aspettiamo il momento propizio. Un nuovo, rilevante cambiamento si profila tuttavia all'orizzonte: sta per uscire il primo disco ufficiale di Jack The Smoker. (Rullo di tamburi da parte dei suoi fan, grattata di coglioni scaramantica da parte del diretto interessato, immagino).

La peculiarità che contraddistingue Jack The Smoker è avere ottenuto un'ampia fama su scala nazionale senza avere pubblicato alcun lavoro proprio negli ultimi 7 anni. Certo, nel frattempo ci sono stati un disco in qualità di produttore (Il Suono per Resistere, realizzato insieme a Zampa, un piccolo capolavoro, ndr), le partecipazioni al 2the beat, decine di collaborazioni con artisti sparsi nella penisola. La domanda ricorrente, e che ha inseguito inesorabilmente in questi anni il sig. Romano, è stata tuttavia soltanto una: “Quando esce il tuo disco?”.  In effetti, in tempi di musica usa&getta in cui la (legittima?) ambizione di elemosinare briciole di gloria non si nega a nessuno, il silenzio di un artista che avrebbe le carte in regola per ottenere certi risultati fa ancora più rumore.

Quella che segue non è un'intervista nel senso canonico del termine; si tratta una conversazione di fronte ad un microfono più o meno casualmente acceso. Credo si colga la differenza.


Darkeemo: Nel 2003 hai fatto L'Alba, nel 2009 torni con un disco solista. In mezzo, Il Suono Per Resistere insieme a Zampa ed uno spropositato quantitativo di featuring. Come mai quest'attesa di sei anni?

Jack the Smoker: Ai tempi de L'Alba ero gasato come un cane e volevo fare mille robe, ero un post-adolescente idealista ai massimi livelli, credevo nella redenzione dell'umanità e nel mio riscatto personale (ride, ndr)…poi uscendo con l'album cominci a guardare il feedback delle altre persone e ti fai dei calcoli diversi quando ti appresti a scrivere cose nuove. Diciamo che per un po' di anni c'è stata una lunga storia di paranoia su come impostare un discorso completo come può essere quello rappresentato da un disco, e fondamentalmente in questi anni ho provato un sacco di opzioni diverse, che si vedevano nei miei featuring: in base a certi periodi “storici” dei miei featuring capisci che avevo in mente qualcosa di particolare che nel corso degli anni non è mai rimasto se stesso. C'è stato il periodo delle punchline, quello delle strofe criptiche…poi col tempo ho iniziato a raccogliere delle idee…fondamentalmente il problema è che non avevo bene chiaro quello che volessi fare. In realtà per fare questo nuovo disco mi è bastato registrare 3 o 4 pezzi che ho fatto sentire ad un amico, al quale sono piaciuti parecchio. Questo mi ha galvanizzato ed ho ricominciato a scrivere, anzi, ho continuato, perché in realtà non ho mai smesso di scrivere pezzi interi, che finivano però cestinati. Ho cominciato a registrare al volo approfittando anche del fatto di avere  in casa il microfono e le attrezzature necessarie, potendo realizzare in questo modo un lavoro molto “personale”; non volevo avere troppa gente intorno, non voglio più avere i tempi di nessun altro. La gestazione di quest'album va dallo scorso settembre al giugno di quest'anno, di fatto è stato realizzato piuttosto rapidamente. Ho scartato un sacco di pezzi, che magari un giorno tirerò fuori…

D: Non pensi che se però quest'album fosse uscito prima la tua carriera probabilmente sarebbe stata diversa, che avresti magari potuto avere qualcosa in più? Non hai timore ad esporti dopo sei anni con un album così diverso rispetto alle tendenze dominanti nell'hip hop italiano?

J: Sicuramente è così, ma io non sono per nulla una persona ambiziosa, mi metterebbe a disagio arrivare in certi canali che non sono casa mia. Quello che viene fatto adesso nel mercato nazionale non è quello che sono io…scrivere strofe corte con poche parole, inserire cento ritornelli, non sono cose che rientrano nel mio viaggio.  So che con queste considerazioni mi giocherò una fetta di pubblico che ormai si è abituata così, ne sono consapevole. Non voglio fare un discorso da integralista, ma dobbiamo ricordarci che il “boom” del rap in questo momento riguarda soprattutto persone che dell'hip hop in sé non sanno nulla; io non mi posso frustrare perché i ragazzini di 15 anni non apprezzano il mio linguaggio,  rientra nella logica delle cose, hanno altri valori ed un background differente rispetto al mio, ed io non ho intenzione di fare il ruffiano per tenermeli buoni.  Sinceramente ho sempre visto  come una benedizione il mio pubblico, che almeno fino ad un paio di anni fa era composto da persone a cui piaceva quello che faccio perché capiva che dietro alle mie cose c'era un certo approccio. Io non dico che per ascoltare l'hip hop sia necessario conoscere le origini etc, di questa roba non me ne frega nulla, semplicemente io parlo con un linguaggio diverso ed ho un background diverso. Anche perché devi considerare che io non ho mai avuto “fame”, la mia musica non può riflettere quel tipo di rabbia e di aggressività. Sono sempre stato una persona “speculativa”…ho passato la mia vita a pensare, sostanzialmente.

D: Perché dici “fino ad un paio di anni fa”? Cos'è cambiato nel frattempo?

J: Da quando si è espanso molto il mercato le cose sono cambiate. Boom di Mondo Marcio, recuperi le sue cose vecchie e scopri Bass
i Maestro, Jack The Smoker…poi i featuring con Guè, con Marra…fondamentalmente ho fatto pezzi con tutti quelli che hanno svoltato, tranne che con Fibra…con il passaparola arrivi alla mia roba piuttosto agilmente.

D: E pensi che questo discorso ti abbia penalizzato o ne hai tratto vantaggio?

J: Da un lato mi ha favorito, perché mi ha garantito visibilità anche quando non stavo producendo roba nuova; dall'altro almeno in parte mi ha penalizzato, perché i featuring danno comunque un'immagine di me in relazione ad un argomento altrui. Io posso parlarti anche di calcio, se vuoi, ma a me del calcio non frega un cazzo, quindi avrò un altro approccio.
Nel disco invece affronto argomenti più personali, quindi probabilmente sarà più adatto al pubblico che ai tempi aveva apprezzato L'Alba, gente magari un po' più grande. Ma non perché io faccia “rap adulto”, intendiamoci, anche perché neppure esiste come definizione; semplicemente i miei canali sono differenti rispetto a quelli attuali.

D: Negli ultimi anni, nel frattempo, il contesto è cambiato più o meno radicalmente. Quello che secondo me è il vero cambiamento introdotto da internet è il cambiamento nelle modalità di fruizione della musica…

J: …la fruizione diventa meno longeva, certo…

D: Hai centrato il punto. Oggi hai la possibilità di scaricare venti dischi al giorno, e nella maggior parte dei casi ascolti musica mentre fai un sacco di altre robe, scrivi una mail, chatti su messenger etc. Se la roba dopo 30 secondi non ti prende, tendi subito ad eliminarla o a scartarla. E' un cane che si morde la coda, in pratica. Non temi che questo possa danneggiare un artista come te che invece punta molto sul potere della parola?

J: Tu lo sai, da un certo punto di vista mi sento piuttosto “estremo”, nel senso, ci tengo molto al concetto che circonda la musica, ci tengo a realizzare i miei lavori ufficiali come qualcosa che non tratti l'ascoltatore come se fosse uno stupido. Preferisco magari avere un “hype” minore, ma io voglio realizzare un prodotto che raggiunga una lunga fruizione…già nel 2006 con “Il Suono per Resistere” abbiamo tentato di fare la stessa cosa. Altrimenti i dischi sono fondamentalmente tutti uguali, centosei ritornelli, strofe da otto barre…

D: Ma i dischi di adesso, se ci pensi, sono realmente tutti uguali!

J: Appunto, tutti ritornelli, strofette, slogan, puttanate. Secondo me questo è trattare da stupidi l'ascoltatore. Io ho la fortuna di avere una certa autorità, seppure minima e ristretta all'ambito underground, però secondo me un disco come il mio può stimolare il pubblico. Penso che il pubblico di base de L'Alba, se non altro, con questa roba non si prenderà male.

D: Devi pensare che nel frattempo quelli che hanno ascoltato L'Alba nel 2003 sono cresciuti a loro volta…hai sì la componente di pubblico composta dai 15/16enni che magari si sono avvicinati all'hip hop da poco, quelli che ancora ti vengono a dire….

J: …”Hai spaccato con il Danno!”

D: …ecco, appunto. Allo stesso tempo però ci sono le persone che ti seguono da anni e che sicuramente apprezzeranno le tematiche del disco. Più che altro si vede che ci pensi molto all'ascoltatore mentre scrivi.

J: Guarda, io preferisco scrivere un testo di una pagina e mezzo piuttosto che limitarmi alle tre rime ad effetto…è il mio modo di concepire le canzoni. Quando faccio i featuring è un'altra cosa. Mi sembra che l'ascoltatore abbia un ruolo centrale nel tuo percorso creativo e nell'iter di lavorazione di quest'album, nel senso, tu quando scrivi pensi a chi poi andrà ad ascoltarti.Io lavoro più come individuo che come musicista quando faccio le mie robe,  indi per cui non mi immedesimo in nessun ruolo. Quando mi chiamano per un featuring zarro, allora faccio lo zarro. Però quando lavoro sulle mie cose non mi va di prendermi per il culo, di affrontare degli argomenti che magari ora sono “caldi” e che magari fra due anni mi vergognerò di avere trattato perché non rappresentano quello che sono…non mi darebbe longevità, capisci? Tendo ad avere tutto più “dilazionato” piuttosto che “hic et nunc”. Ragiono in questi termini perché provengo da un'altra mentalità, negli anni universitari mi sono molto allontanato dall'ambiente hip hop pur rimanendone tuttavia a stretto contatto. Vivo fondamentalmente di informazione e di ricerca, personale e sociale, di conseguenza sviluppare una sorta di scetticismo di fondo nei confronti degli aspetti che compongono la società italiana è stato quasi naturale. Il rap secondo me rappresenta bene quel modello di fruizione mediatica introdotto da Mediaset.  Il rap in Italia è diventato come un tg di Mediaset, in sostanza, perchè se ascolti i pezzi di metà della gente vogliono colpire proprio utilizzando quegli argomenti…e quella non è la realtà delle cose. Le persone ormai sono talmente assuefatte da questo modello che non si rendono conto di essere davvero distanti dalla realtà. La società italiana negli ultimi 10 anni è cambiata così tanto che i parametri di riferimento ed i valori sono diventati altri – lungi da me il concetto di “valore”, io vivo nel relativismo assoluto.

D: Permettimi la citazione. Baudrillard diceva che l'iperreale, nella società dei mezzi di comunicazione di massa, diviene paradossalmente più reale della stessa realtà. Mi sembra che sia la situazione in cui stiamo vivendo tuttora.

J: Certo, è così, ed il discorso della criminalità è emblematico, se ci pensi. Leggendo le statistiche noti come l'Italia sia uno dei Paesi con minore criminalità “di strada” nell'Unione Europea.  Se però leggi la cronaca nera, incredibilmente aumenta durante gli anni del governo Prodi ed in seguito alla sua caduta quasi svanisce magicamente…stesso discorso per l'attenzione nei confronti del Superenalotto…è tutta una finzione della realtà. Io preferisco essere meno “personaggio”, meno individualista nella scrittura dei miei testi, e trasformare questo individualismo nella spinta verso un'autonomia di pensiero.

D: Una delle critiche al postmoderno ed al relativismo in generale, però, è che il rifiuto di ogni posizione derivi dalla paura di prendere una qualsivoglia posizione. Il relativismo rifiuta l'ideologia, rifiuta la classificazione tradizionale della realtà, però spesso manca lo step successivo, l'elaborazione di una propria alternativa. Qual è la mia alternativa?

J: Guarda, io non so dirti quale sia la società perfetta, però potrei dirti quali sono le cose che cambierei all'istante, soprattutto in un contesto come quello nostrano. L'Italia è un'anomalia, dal punto di vista culturale, ed io non credo che il male sia Berlusconi, piuttosto penso che sia identificabile con una sua creatura, Mediaset. Oggi i giornali non li compra quasi più nessuno, per cui la costruzione dei valori di una società è affidata alla televisione; dagli anni '80 si è investito sull'individualismo, sulla riuscita sociale, sul
modello reaganiano, nei '90 e nei duemila non c'è stato nulla di socialmente memorabile, nulla che sia riuscito a creare un movimento. Si sono riciclati prima gli anni '70, poi gli stessi '80…e l'hip hop rispecchia tutto questo, ad esempio oggi si fanno le basi utilizzando sample di pezzi dance degli anni Novanta. In America l'hip hop è diventato il serbatoio dell'industria, e questo ha riflessi anche sul nostro modo di concepirlo in Italia…da noi la gente vuole sentire nei pezzi quelle cose che durante la sua vita non avrà mai.

D: Ti faccio allora la domanda esistenziale: qual è oggi il senso di fare musica?

J: Detto banalmente, il senso della musica lo si può trovare nell'avere un pubblico “all'esterno”. L'hip hop ha il grande pregio di essere accessibile anche al popolo più stronzo ed ignorante, e ciò gli conferisce delle potenzialità sociali infinite. L'industria  ne sta facendo incetta, visto che si tratta di una delle poche cose che riescano a creare interesse nei ragazzini, e oggi l'hip hop è al servizio di cliché che nella realtà, secondo me, non esistono.  L'idea di inseguire la ribalta dei riflettori a tutti i costi è deleteria, perché quando ti rendi conto che nella vita non sei un cazzo di nessuno ciò ti spinge alla frustrazione.

D: Torniamo per un momento all'album. L'impressione che ho avuto è che si possa considerare come una versione “2.0”, una sorta di “reload” de L'Alba. E' una paranoia mia?

J: Io penso che quando una persona scrive la propria biografia parta da una base che con il tempo si sviluppa. Le cose che mi interessano sono sempre le stesse: l'individuo nell'interfaccia sociale, colto nelle sue diverse sfumature – dalla solitudine più estrema allo sbattimento, ad un'analisi della società. Cambia ovviamente l'approccio al tutto, perché crescendo ho perso le velleità adolescenziali relative alla possibilità di cambiare il mondo ed al potere dell'individuo; in questo disco spingo molto su un modello dell'individuo “nichilista”, anche in chiave ironica, per mettere in discussione tutte le certezze. Quest'album riflette La Crème perché io sono sempre quello; chiaramente non sono identico a me stesso, perché in questi 7/8 anni ho vissuto una scuola di esperienze che mi hanno riempito di altri sentimenti. Prima venivo da una cazzo di provincia dove eravamo in 5 a fare rap, ed il rap era l'unica cosa capace di farmi sentire grandioso, poi con il progressivo inserimento nella società perdi tutte quelle illusioni adolescenziali.

D: Parlami dell'album, dei produttori, featuring…

A livello di produzioni ho cercato di coinvolgere quelli che, a mio modo di vedere, sono i migliori: ho lavorato con Don Joe, con Shocca – ed è stata un'esperienza molto divertente, perché Shocca è una delle persone che fanno più ridere al mondo -, ho tirato in mezzo per due beat mio fratello, che vorrei diventasse il mio produttore “fisso” (Big Edo, fratello minore di Jack, classe 1989, ndr), c'è Mace…fondamentalmente i più bravi, ecco. Nei prossimi lavori cercherò di coinvolgere però soltanto 2 o 3 produttori, affinché il tutto suoni ancora più compatto ed i produttori siano allo stesso tempo più motivati, perché quando ti producono solo uno o due beat non si sentono parte integrante del lavoro, non entrano nella concezione del disco e non hanno neppure modo di capire cosa tu stia facendo. Il mio album nasce di momenti, c'è poco di programmato per quanto riguarda le scelte strategiche, sono tutte robe che nascono all'istante…per dirti, il pezzo sulla base di Shocca inizialmente era su un mio beat che però non mi convinceva a pieno, così ho tirato in mezzo lui. Molto estemporaneo, ecco. Per quanto riguarda i featuring, all'inizio non ne volevo; poi però mi sono reso conto che sarebbe stata un'esagerazione dal punto di vista della fruizione della mia voce. Ci sono Bassi, il mio mentore; Kuno e Zampa, miei soci; Guercio, uno degli mc's cheritengo migliori. Ho preso tutte le categorie di feat che mi interessavano. Forse nei prossimi lavori dovrei farne di più, però trattandosi del  mio primo lavoro dopo tanti anni di silenzio avevo davvero voglia di scrivere, di dire tante robe.

D: Hai definito Bassi come “il mio mentore”; una delle critiche al primo Jack The Smoker, come ricorderai, era proprio quella di essere una sorta di copia di Bassi…

B: Ho risentito recentemente L'Alba ed in effetti alcuni sleghi sono proprio “bassiani”, non posso negarlo; in tutta serenità penso che però l'influenza negli ultimi anni sia stata reciproca, e credo che lui te lo possa confermare. L'ho definito “mentore” con ironia, diciamo che piuttosto è il mio “padrino spirituale”; a lui indubbiamente devo molto, non tanto a livello di creatività quanto piuttosto per la fiducia che mi ha dato. Lavorare con Bassi ormai è  come lavorare con un socio, penso che a parte i CdB nessuno abbia fatto così tanta roba insieme a lui, e fra di noi si è stabilita una certa sintonia creativa.

D: Come primo (e finora unico) singolo hai scelto Bad Trip, che ha avuto dei riscontri contrastanti. Ci sono state persone che magari non hanno colto del tutto il pezzo, o che lo hanno visto come una sorta di “tradimento”. Come mai hai scelto questo pezzo, ti aspettavi queste reazioni?

J: Non avendo inserito nell'album dei pezzi che fossero dei veri e propri singoli, volevo proporre un pezzo che ricreasse una minima d'attenzione dopo tutto questo tempo. La legge del marketing mi insegna che una certa dose di controversia può essere un buon modo  per attrarre l'audience…Io non credo che si tratti di un pezzo “commerciale”, come qualcuno l'ha definito; però a molta gente è bastato sentire i bpm più alti ed il synth al posto del campione per etichettarmi come “commerciale” (che poi,a voler fare le pulci a questo ragionamento, il pezzo non è neanche in vendita); poi se vai ad analizzare la sonorità del beat, ti rendi conto che ha tutt’altro che un suond “attuale”, sia per la ritmica che per il tipo di synth utilizzato. Comunque in ogni caso si tratta di un episodio singolo dentro un album, credo che i talebani dell’hip hop potranno tollerare il resto del disco!

D: Possiamo quindi dire una cosa di questo tipo: preso atto che, ad oggi, l'ascoltatore tende ad essere poco attento e superficiale, quest'album non vuole assecondarne le abitudini ma si propone di invertire questa tendenza, “rivoluzionare” la mentalità che ad oggi sta diventando dominante presso il pubblico.

J: Sì, è corretto. Guarda, L'Alba in parte ha raggiunto quest'obiettivo; ha risvegliato l'attenzione della gente, ed è piaciuto non perché fosse l'unico disco disponibile in quel momento, ma perché aveva una tematica di riscatto individuale, un tentativo di esprimere qualcosa in più. Io non credo di essere né un rivoluzionario, né un trend-setter; ho la fortuna di avere un pubblico che ha voglia di ascoltare la mia roba e la sta aspettando, quindi probabilmente dopo un'attesa così lunga non sentirà
il disco una volta sola, ma gli dedicherà qualche ascolto in più. Sono sicuro che quest'album non avrà un impatto devastante; dare credibilità ad un certo tipo di musica credo che però possa indurre altre persone che lo fanno ad insistere sulla stessa linea.  Secondo me pian piano è possibile ricostruire qualcosa, altrimenti fra due anni nessuno si cagherà più il rap.

D: Quindi, in sostanza, quali sono le aspettative per questo album?

J: In primo luogo l'aspettativa è quella di vederlo fuori, così da non dovermi più tirare queste cazzo di paranoie…Vorrei suonare tantissimo, il più possibile, magari guadagnando qualcosa in più ed aumentando il mio pubblico. L'aspettativa principale per quanto riguarda l'album è di ristabilire un contatto diretto con il pubblico, senza dovere passare dal “tramite” del featuring. Penso di potere avere la possibilità di proseguire ancora per qualche anno con questa roba, finché non sarò costretto a percorrere la strada che tutti fanno…spero di garantirmi un po' di longevità grazie a questo disco, ecco. 

NB: Chi volesse contribuire alla sezione Speak Your Mind! può inviare una mail con la sua proposta all'indirizzo [email protected] Il regolamento lo trovate qui

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI