Sono nato per questo

by • 31/03/2006 • RecensioniComments (0)386

Durante la notte degli Oscar gli americani sono soliti organizzare un evento parallelo, la notte dei Razzies, in cui ad essere premiati sono i film peggiori dell’anno; che oltretutto, grazie alla fama ottenuta tramite la passerella, spesso e volentieri diventano veri e propri cult per intere generazioni. Se esistesse un corrispettivo musicale, senza ombra di dubbio sarebbe questo album (nonché il suo coraggioso autore) a fare incetta di statuette in ogni categoria.

Tralasciamo le riflessioni prettamente psicologiche, quelle che indagano le motivazioni per cui un giovane italiano medio investe tempo e denaro in un’attività per cui non possiede chiaramente i requisiti necessari (specifichiamo che nella biografia dell’artista è indicata una militanza decennale nella scena rap, il che presuppone che non si tratti di un caso di ingenuità da esordiente). Concentrandoci sul versante artistico, il disco in sé è sviscerabile da più punti di vista; partendo da una semplice analisi stilistica, appare immediatamente chiaro che il flow di Dolbi sarebbe più adeguato agli anni ’80 che all’impietosa contemporaneità- e ci sono serie possibilità che anche negli anni ’80 gli ascoltatori si sarebbero rivelati impietosi. Oltre alle difficoltà tecniche di cui sopra, Dolbi sembra rivelare una spiccata antipatia anche per l’arte della metafora: per fare un esempio eclatante, in quella che dovrebbe essere un’appassionata ballad versi come \"Sei unica quando nuoti/ sei speciale quando porti il catamarano\" andrebbero evitati accuratamente. La scelta delle tematiche, che spaziano dal party soft-porno all’ego trippin’ passando per il sentimentale e l’esistenziale, non riesce a supplire in alcun modo alle enormi lacune dell’autore. Gli ospiti si potrebbero suddividere in due categorie: quelli noti, come Marya e Skone, che cercano di risollevare le sorti dell’album con scarsi risultati, e quelli sconosciuti, come le vocalist Niq e Linda, che poco si discostano dallo stile di Dolbi stesso (nel caso di Linda, poi, ci sarebbe da discutere sull’accezione del termine \"cantante\"). Neanche dal punto di vista grafico il lavoro è particolarmente riuscito. Unica nota mediamente positiva, i beat (opera di Dolbi stesso), che pur nella loro commercialità hanno qualche exploit gradevole e brillante e presentano un buon margine di miglioramento. Il consiglio all’artista, insomma, è quello di concentrarsi sul beatmaking, per cui dimostra una certa attitudine; il consiglio agli ascoltatori, invece, è di procurarsi comunque l’album, perché con il dovuto senso del nonsense (passatemi il gioco di parole) potrebbe diventare una pietra miliare nella vostra collezione di dischi.

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