Solange: di capelli e antirazzismo turistico

by • 13/02/2017 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Solange: di capelli e antirazzismo turistico194

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L’ultimo disco di Solange ha riscosso un successo mondiale da parte del pubblico e della critica, ma è un successo meritato?

Un po’ di storia

Prima di diventare famosa come quella che ha aggredito Jay-Z in ascensore, Solange inizia a farsi notare per meriti musicali intorno al 2008 con Sol-Angel and the Hadley St. Dreams, suo secondo disco ufficiale che però non esce dai confini statunitensi. Il resto del mondo inizia ad accorgersi di lei nel 2012, con la pubblicazione di True, EP prodotto insieme a Dev Hynes (aka Blood Orange), e poi con l’uscita di Saint Heron, compilation che riunisce il meglio dell’Alt-R&B di quegli anni.
A Seat at the Table segna di fatto l’uscita di Solange dalla nicchia per approdare al grande pubblico. È infatti un album pop, checché ne dica lei stessa. È musicalmente curato e avvolgente, proprio come la pelliccia rosa che Solange indossa nel video di Cranes in the Sky. Non a caso, è coprodotto insieme a Raphael Saadiq, non proprio l’ultimo arrivato, e il suo tocco di sente. Ecco, se c’è una cosa che Solange ha sempre saputo fare è circondarsi delle persone giuste.

I capelli come simbolo di identità

A Seat at the Table è stato molto apprezzato sia per il suono che per il contenuto. Il disco nasce infatti da una ricerca personale di Solange, la quale è andata – dice – alla ricerca delle proprie radici con l’obiettivo di creare un prodotto personale e allo stesso tempo politico. Don’t Touch My Hair ne è l’esempio migliore: una rivendicazione della propria diversità etnica e di genere a partire da tratti fisici. Allo stesso modo in Lemonade, ultimo apprezzatissimo disco della sorella, troviamo almeno due riferimenti ai capelli, sempre come simbolo di diversità e rivendicazione di un’identità culturale di cui essere fieri, piuttosto che come fattore di vergogna.

“He better call Becky with the good hair” – Sorry

“I like my baby hair with baby hair and afros” – Formation

Il messaggio sociale si sente forte e chiaro, ed è apprezzabile, soprattutto in un clima politico come quello statunitense degli ultimi anni.

“Of course… But maybe…”

Di certo A Seat at the Table è un lavoro di ottima fattura. Ma forse, se guardiamo meglio, viene da chiedersi: quanto di tutto ciò è davvero originale? Di certo il messaggio politico è rilevante, ma forse perde di forza quando scopriamo che la famosa ricerca delle proprie radici non è altro che un soggiorno estivo a New Iberia (Louisiana) dove vivono i suoi nonni. Di certo gli skit della madre (Tina Lawson) e di Master P rafforzano il messaggio del disco, ma forse, a un ascolto più attento suonano un po’ buttati lì, senza un disegno unitario che li unisca– soprattutto solo un anno dopo che Kendrick Lamar ha fatto la stessa cosa in modo magistrale.

Che cosa resta?

A voler essere maliziosi A Seat at the Table risulta quindi un lavoro poco organico, senza un vero filo conduttore: l’ottima costruzione musicale dei tanti collaboratori, con l’intuizione e il messaggio di Kendrick Lamar e il tocco intimo e politico di Beyoncé. Per il momento di Solange ci resta la voce – e non è poco – ma vorremmo di più, un quid che lasci intravedere quella artistry a cui Kanye West è tanto affezionato.

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