Smoke: Intervista a Sean

by • 20/07/2006 • IntervisteComments (0)506

Hotmc scambia quattro chiacchiere con Sean in occasione del suo ingresso in qualità di vocalist tra le fila degli Smoke, nuova formazione nata dall'evoluzione dei Reggae National Ticket. Un grazie particolare a Mario Sellitri, esperto di reggae e nuovo acquisto dello staff di Hotmc.

Blumi: Dobbiamo considerare Smoke come un progetto a tempo determinato, come un una tantum o come una nuova formazione a tutti gli effetti? Com’è nata quest’idea?

Sean: Ci consideriamo un gruppo, Smoke non è un progetto da un disco e basta. Abbiamo investito parecchio in quest’avventura, in termini di tempo ed energie, di conseguenza non potrebbe essere diversamente. Fin dall’inizio l’idea era quella di creare una band che avesse una certa continuità ma, dato il gran numero di persone che hanno partecipato alle registrazioni, ci sono una serie di difficoltà che complicano un po’ le cose: Dre Love, che ha scritto tutti i testi e che doveva essere il solo cantante, dopo aver registrato l’album ha lasciato gli Smoke per questioni personali, cedendo il testimone a me; molti altri dei nostri musicisti, sparsi per il mondo e coinvolti in diverse produzioni discografiche, non possono essere sempre fisicamente presenti. Diciamo che al momento esiste un nucleo forte costituito da me, dal batterista Alessandro Soresini, il sassofonista Marco Zaghi e il bassista Gianluca Pelosi. Gli altri musicisti che compaiono nei crediti ruoteranno a seconda delle circostanze e della disponibilità.

Mario: Il vostro è un disco con molte anime: nella tracklist sono presenti canzoni spensierate e lovers, ma anche tracce più conscious come Jah Love. È stato difficile mettere assieme tutti questi elementi in un solo album?

S.: E’ una domanda a cui posso risponderti solo per sentito dire, visto e considerato che quando il disco è stato concepito io non c’ero… (ride). Quello che è certo è che gli altri sono musicisti talmente versatili e completi che è stato un processo molto naturale, non studiato, anche se in effetti la realizzazione dell’album è stata lunga. Per quanto riguarda la scelta delle tematiche, Dre ha lasciato un’impronta molto forte nei brani: lui è una personalità riflessiva, molto spirituale, alla costante ricerca delle radici più conscious e vere di soul e reggae, ed era quasi scontato che intraprendesse un certo tipo di percorso nel comporre i brani.

B.: Cosa ti ha spinto a entrare a far parte della squadra Smoke?

S.: Avevo già lavorato con alcuni dei musicisti presenti nel gruppo. Marco Zaghi e Dre Love suonavano con Radical Stuff già ai tempi: loro conoscevano le mie inclinazioni musicali e io le loro, così quando è sorta la necessità di sostituire il cantante hanno pensato a me e io ho accettato molto volentieri. Devo dire che è la prima volta che mi trovo coinvolto in un progetto del genere, ma trovo che sia perfettamente in linea con il mio percorso: sono partito dall’hip hop e ora vado ad esplorarne le fondamenta, affrontando i ritmi e le sonorità che hanno dato vita al movimento. Per farlo ho dovuto avvicinarmi al canto melodico e alle sonorità giamaicane, due aspetti per me piuttosto nuovi (ho lavorato con musicisti ragga e caraibici quando vivevo a Londra, ma sempre rimanendo nell’ambito del crossover con il rap). Forse è proprio per questo che l’avventura degli Smoke mi ha arricchito così tanto: ho avuto modo di approfondire la mia esperienza sia dal punto di vista tecnico, sia per quanto riguarda la conoscenza del reggae, un genere che mi ha sempre affascinato molto ma che finora avevo toccato solo in superficie.

M.: La scelta di non includere neppure una traccia in italiano a cosa è dovuta?

S.: È più che altro per dare al disco un respiro più internazionale. Mettici poi il fatto che i cantanti presenti nella tracklist sono tutti non italiani e che buona parte dell’album è nato in Giamaica: insomma, muoversi in quella direzione era quasi d’obbligo. Ovviamente non è escluso che in futuro possiamo cantare anche in italiano, ma puntiamo più che altro a espanderci all’estero, anche perché la situazione discografica nostrana è quella che è…

M.: A proposito di scena internazionale, com’è stato lavorare con tanti nomi illustri della scena musicale reggae, come per esempio Zoe Mazah?

S.: Indubbiamente l’idea di coinvolgere così tanti artisti è interessante e stimolante: a mio parere nell’album ci sono un paio di pezzi che “svoltano” proprio grazie a queste collaborazioni. Anche il fatto di aver mixato il tutto in Giamaica diventa un valore aggiunto, si percepisce una vibrazione diversa all’ascolto, anche se si tratta di sensazioni e non certo di espedienti tecnici. È stato molto entusiasmante anche perché finalmente siamo riusciti a catturare con il disco le emozioni che fino ad allora si provavano sul palco durante i liveshows.

B.: Restando in tema, è evidente che i musicisti che hanno partecipato al disco hanno background molto diversi, vengono dai generi più disparati e approcci differenti alle sette note: considerate quest’album un lavoro “di genere” oppure una specie di ibrido tra varie influenze e correnti musicali?

S.: Per quanto mi riguarda questo è un disco reggae, nel senso più profondo della parola. Ti dirò, però, che una delle prime cose che mi hanno affascinato di questo lavoro è l’approccio molto soul al cantato: sarà forse per via dell’influenza di Dre che, essendo newyorkese e non giamaicano, porta le sue radici con sé. Ognuno ci ha messo il suo, e forse è proprio per questo che mi è così facile identificarmi nei pezzi: se tecnicamente parlando fosse stato un album di matrice prettamente reggae, mi sarebbe risultato più complicato interpretarli in maniera credibile. Ecco, mettiamola così: questa è una domanda che andrebbe lasciata aperta. Ciascuno di noi vede questo disco in maniera diversa dagli altri.

M.: Il testo di Dre Love dedicato a Jah, Jah Love, è molto bello. Qual è la vostra posizione nei confronti della dottrina rastafari e della spiritualità in generale?

S.: È un discorso un po’ delicato, ci vorrebbe un’intervista intera solo per approfondirlo. Ricordo ancora la volta che a tredici anni ho detto a mio padre che volevo cominciare a cantare il gospel. Lui mi rispose che non è una cosa che si può “fare” e basta, che non bastava essere nero o saper cantare: per cantare gospel bisogna crederci davvero. Per il reggae e la religione rastafari è un po’ la stessa cosa: in certi campi è difficile definire dove finisce la tecnica e l’esecuzione e dove entra in campo l’anima con tutte le sue implicazioni. Io non ho l’esperienza e il background per potermi definire un rasta credente, ma sono sinceramente interessato a capire la storia e l’evoluzione di questa religione: da quando mi hanno proposto questo progetto mi sono sentito in dovere di informarmi meglio, per dare un vero e proprio senso a quello che stavo per cantare. Resta il fatto che alcuni princìpi sono comuni a qualsiasi credo e in generale al buonsenso umano, per cui mi è abbastanza facile rispecchiarmi nelle tem
atiche religiose e conscious dell’album. Aggiungo anche che trovo bellissimo il potermi esprimere attraverso vari canali spirituali: è come se, ogni volta che sono entrato in contatto con un nuovo genere musicale o una cultura diversa, io avessi potuto vedere il mondo da una diversa angolazione, o da una diversa anima. Mi considero un ateo, ma mi interessa molto analizzare e capire la spiritualità umana e viaggiando molto assieme a mia moglie, che fa la documentarista, ho la possibilità di entrare in contatto con molte sfumature del fenomeno.

B.: Ritrovare te e Dre in un progetto del genere è stata una sorpresa, per chi vi conosceva nella vostra precedente veste di rapper: si potrebbe pensare che abbiate deciso di prendere tutta un’altra direzione rispetto a quella intrapresa finora…

S.: Intanto specifichiamo che ciascuno di noi due si è mosso autonomamente: io e Dre non ci vediamo da tantissimo, da prima ancora che sentissi parlare degli Smoke. In effetti è un po’ straniante: ci siamo ritrovati a collaborare sullo stesso progetto, oltretutto distante anni luce dal background che ci lega, ma durante la lavorazione non ci siamo mai incontrati… Mi sento un po’ come se mi avesse passato il testimone e la cosa mi lascia una sensazione molto positiva.

B.: Oltretutto, per un mc abituato a scrivere tutto ciò che canta, immagino faccia strano cantare brani non solo scritti da un altro, ma addirittura da un altro mc…

S.: Sì, è una sensazione un po’ curiosa. Infatti, per quanto riguarda le parti rappate presenti nell’album, nell’esecuzione dal vivo le sostituirò con delle strofe scritte da me: è una questione di rispetto tra colleghi, lui avrebbe fatto la stessa cosa se la situazione si fosse presentata all’inverso. Il rap è qualcosa di individuale e irripetibile, è un mezzo per esprimere il fine più importante, ovvero la tua personale visione del mondo: in vita mia non ho mai rappato niente che non fosse scritto da me. Certo, se gli EPMD mi chiedessero di fare una cover di un loro pezzo… (ride).

B.: Partendo da queste premesse, qual è il tuo rapporto attuale con l’hip hop e la scena rap?

S.: Per quanto riguarda l’hip hop, è un concetto che pervade tutta la mia vita ed è talmente totalizzante che è un po’ come chiedermi che rapporto ho con il mondo. Ci vivo in mezzo, anzi, lo vivo: mi determina, mi plasma, non è una relazione semplice. Se sei un b-boy lo sei tutta la vita, non c’entra nulla il tuo livello di partecipazione al movimento, il tuo guardaroba più o meno largo, la frequenza con cui fai presenza alle jam. Parlando invece del mio rapporto con il rap, al momento non ho veri e propri legami con la scena italiana: nelle produzioni attuali non trovo quasi nulla di stimolante né a livello di tecnica, né a livello di contenuti. A malincuore devo ammettere che negli ultimi anni anche le persone che ho sempre stimato, che rispetto e che considero davvero valide, a livello musicale non sono riuscite a convincermi del tutto: non vedo un’evoluzione. Se guardo alla scena internazionale, invece, la vedo attiva e prolifica come sempre, ma l’attuale rap mainstream si fonda su una filosofia molto distante da quella che muove me. Forse sono io che sono troppo vecchio e non sono in grado di apprezzare fino in fondo questo nuovo assetto, ma ho l’impressione che molti aspetti fondamentali dell’hip hop delle origini si siano persi per strada. Non ho l’autorità per dire se sia giusto o sbagliato, quello che è certo è che non mi ci rispecchio più. È come se io avessi intrapreso un determinato tragitto, che poi è quello dell’hip hop, ma a un certo punto l’hip hop avesse deviato mentre io sono rimasto saldamente ancorato ai binari originari. E mi dispiace, ma d’altronde è così che vanno le cose.

B.: Il progetto degli Smoke, per la sua varietà di influenze, costituisce un’eccezione alla regola italiana. Diversamente da quanto può accadere all’estero, dalle nostre parti i vari segmenti della black music sembrano essere a compartimenti stagni: pochi contatti, quasi nessuna collaborazione tra artisti di generi affini, anche se sostanzialmente diversi. Secondo te a cosa è dovuto?

S.: Il panorama musicale italiano è molto particolare: oltre a non esistere nessun tipo di crossover, nel senso più ampio del termine, è difficile anche riuscire ad approfondire un solo genere per volta. Recentemente ero a Parigi per girare un documentario e notavo che in Italia il concetto di mescolanza che esiste là ci è totalmente sconosciuto, per non parlare del radicamento delle varie culture musicali. A livello nazionale, qui è tutto più complicato: prima di tutto a causa delle dinamiche del music business, che premiano ciò che è scontato e penalizzano la ricercatezza, anche quando è un tipo di ricercatezza che potrebbe funzionare e vendere. Secondariamente, dove non c’è contaminazione culturale ed etnica è difficile che ci sia contaminazione musicale. L’Italia non è ancora pronta per queste cose, anche perché è stupido parlare di musica black in un paese in cui i “black” veri e propri sono ancora considerati degli emarginati. Se anche, poniamo, i musicisti senegalesi fossero meravigliosamente bravi, come potrò mai saperlo io, che non entro mai in contatto con nessun senegalese? Come può funzionare un crossover tra due musicisti che non si conoscono, e che oltretutto si autolimitano nel loro genere per poter accedere al mercato discografico? Qualche tentativo c’è stato, Radical Stuff in primis per quanto riguarda hip hop e jazz, ma c’è bisogno di fondamenta più solide.

M.: Quali sono i vostri prossimi programmi?

S.: Stiamo per partire con il tour, che dovrebbe toccare un po’ tutta Italia, dopodiché in autunno dovremmo metterci al lavoro sul nuovo album. L’idea mi entusiasma particolarmente, visto che questa volta dovrei partecipare attivamente anche alla stesura dei pezzi: non vedo l’ora di cominciare.

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