Shin Megami Tensei Devil Summoner

by • 04/10/2013 • Rubriche, The Game VaultComments (0)568

Shin Megami Tensei, apprezzato titolo Atlus che conta già innumerevoli episodi per le altre console presenti sul mercato: una su tutte la vecchia PS2, non a caso altro baluardo per tutti gli amanti dei giochi di ruolo. Questo devono aver pensato nei quartier generali della Atlus, perché Devil Summoner taglia i ponti con la saga principale (anche se solo a livello di intreccio) per proporre una storia inedita, che, dopo pochi minuti di gioco, attrarrà inesorabilmente il giocatore, per lasciarlo solo ai crediti finali. Il tutto avviene a Tokyo,e non la Tokyo medievale che abbiamo già visto varie volte, ma la Tokyo contemporanea, brulicante di vita, automobili, cellulari che squillano…Inspiegabilmente, il distretto di Shibuya, nel quale vivono il protagonista (che indossa perennemente un paio di cuffie bianche), il suo migliore amico Atsuro e la dolce (e procace) Yuzu, viene completamente isolato, circondato da spessi cordoni di una forza paramilitare denominata Self Defense Force, e tagliato fuori da ogni tipo di comunicazione con il mondo esterno, dalle frequenze radio a quelle dei cellulari, passando per la TV e, con orrore dell’Internet-dipendente Atsuro, anche dall’accesso alla rete.Senza voler rovinare il gusto di scoprire una trama che si offrirà a poco a poco e in cui niente è come sembra, aggiungiamo solo che presto, ai nostri tre improbabili eroi, verranno recapitati tre COMP che montano un custom firmware che consente loro di evocare demoni e di vincolarli ad un contratto che li obbliga ad obbedire agli umani, così da permettere ai tre amici di sopravvivere all’ondata di mostri che invade misteriosamente le strade del quartiere. Non mancheranno i colpi di scena, i bivi, e, in generale, la sceneggiatura dietro il gioco si rivela ben scritta e assolutamente fuori dai canoni tipici della maggioranza dei giochi di ruolo in commercio. Va detto che, se inquadrato all’interno della saga di Shin Megami Tensei, gli elementi di novità si riducono, se è vero che i demoni, l’ambientazione dal sapore giapponese e l’ età scolastica hanno già fatto la fortuna di svariati capitoli del brand. Interessante anche il fatto che, sebbene attraverso schermate fisse disegnate a mano, la città di Tokyo sia riprodotta con assoluta fedeltà, dallo Shiba Park, polmone verde della capitale giapponese, al mitico quartiere di Akihabara, vera e propria città santa per tutti gli appassionati di videogames del mondo; diversamente da altri titoli dello stesso genere, poi, Devil Summoner non si allinea al character design “all’occidentale”: i personaggi conservano i loro tratti orientali e perfino i nomi sono inconfondibilmente made in Japan, ad esclusione di quello del protagonista che verrà scelto dal giocatore. Insomma, pur estraneo alla linea narrativa principale della saga maestra, il gioco non rinnega le sue origini e farà sentire “ a casa” tutti coloro che hanno amato le precedenti incarnazioni diShin Megami Tensei. Il cuore pulsante di ogni J-RPG, si sa, è rappresentato dal sistema di combattimento, ed è proprio in questo, sebbene, come detto, la trama sia molto ben congegnata, che Devil Summoner raggiunge vette di eccellenza: utilizzando un sistema ibrido, debitore tanto alle griglie dei giochi strategici, quanto ai classici RPG a turni che hanno fatto della Atlus il colosso che è oggi, il gioco offre un appeal tutto suo, che gli dona profondità tattica e grande immediatezza. In parole povere, ad eccezione che nel primo combattimento, i tre personaggi che compongono il vostro party (che diventeranno quattro solo più avanti nella storia) possiedono due slot ciascuno, che possono essere riempiti da due serventi, scelti tra le schiere di demoni che saranno disponibili nel corso dell’avventura. Questo, se la matematica non è un’opinione, porta a nove il totale dei personaggi da voi controllati durante le battaglie, divisi in tre piccoli party composti da tre ciascuno, che si muoveranno, in maniera indipendente l’uno dall’altro, su una griglia suddivisa in blocchi come nei più classici giochi di ruolo di stampo strategico. La morte del leader del gruppo, che è sempre l’elemento posizionato al centro, comporta istantaneamente l’eliminazione dell’intero party, il che aggiunge profondità strategica ai combattimenti: uccidere il leader per avere vita più facile ma raccogliendo meno punti esperienza, o sobbarcarsi lo scontro anche con i due minion e rischiare la pelle, ma al prezzo di un incremento di livello? A seconda delle circostanze, e degli obiettivi delle singole missioni, il giocatore si troverà a scegliere di volta in volta l’approccio migliore, che non sempre sarà quello che sembra più ovvio.
Allo scoccare della fase di attacco, poi, il gioco “stacca” e porta i combattenti su un altro piano, dove, con una scelta che andava molto di moda una decina di anni fa, viene visualizzato solo il party nemico, con la visuale che passa quindi in prima persona: a ogni attacco corrisponde una fase di contrattacco, e, in casi particolari, come aver trovato il punto debole del nemico o avergli inflitto un danno critico, si rende disponibile un extra turn, utile a finire quanto cominciato. Sebbene ibrida, questa formula funziona, e rende le battaglie divertenti e scorrevoli, non gravando minimamente sul ritmo di gioco, come invece fanno le interminabili sequenze di dialogo tra una battaglia e l’altra. Altrettanto flessibile l’uso delle abilità dei personaggi, che possono essere richiamate alternativamente prima o dopo la fase di attacco, a seconda del tipo di abilità: Dia, la principale magia curativa del gioco, ad esempio, può essere “castata” prima di muoversi, durante il combattimento e anche alla fine, ma una sola volta per turno, lasciando al giocatore la scelta. Appare quindi evidente l’importanza di scendere sul campo di battaglia con dei servitori potenti al nostro fianco, visto che in Devil Summoner non ci sono armi né armature, in accordo con la natura da neo-rpg di cui dicevamo prima: le nostre uniche “armi” saranno rappresentate dai demoni evocati e dalle statistiche personali, che, aumentando di livello, potranno essere incrementate a piacimento sulla base di quattro parametri, forza, magia, vitalità e agilità. L’assenza di qualsivoglia equipaggiamento potrebbe sembrare una bestemmia per i molti appassionati del genere e, invece, vi assicuriamo che non ne sentirete affatto la mancanza: il gioco supplisce a questa con un equilibrato (e divertente) sistema di acquisto e fusione di demoni, che consente, peraltro, un grado di personalizzazione del party di gran lunga superiore: dopo poche ore di gioco, avrete accesso ad una sala d’asta, in cui vengono battuti dei demoni che, se contrattualizzati, si uniranno al vostro party. Parliamo di oltre 120 diverse creature, e le possibilità diventano infinite se si pensa che di lì a poco sarà concessa al giocatore la libertà di fondere due demoni per generarne uno nuovo, che erediterà i valori, le abilità e i punti esperienza dai “genitori”. Prendendo le mosse dalla serie di Pokèmon, ma offrendo un contenuto decisamente più maturo, Atlus sa di aver sfornato un sistema perfettamente bilanciato, tanto che il gioco, se non in determinati snodi narrativi, non costringe mai alla battaglia, lasciando al giocatore ampia libertà anche in questo campo; ovviamente, evitare tutte le battaglie non vi gioverà, ma il titolo non conosce la frequenza snervante con cui altri titoli concorrenti forzano il giocatore allo scontro. La curve di apprendimento è tra le più misurate viste su Nintendo, offrendo una vera sfida solo quando il giocatore ha davvero fatto suo il nocciolo del gioco, ed eliminando quasi del tutto il concetto di level grinding: in assenza di armi più potenti da acquistare o armature da indossare, spesso la chiave per la vittoria sta nel fondere i demoni giusti, e ottenerne uno che abbia le abilità giuste (fulmine contro un avversario debole ai fulmini) al momento giusto.
Scordatevi quindi ore passate a potenziare il party senza progredire nella storia solo perché il tal boss è assolutamente impossibile da battere. Crediamo che questo sia un passo avanti decisivo non solo per il doppio schermo Nintendo. A tal proposito, è vitale tenere sempre d’occhio lo schermo superiore durante i combattimenti, perché in esso vengono visualizzate le statistiche del party avversario, comprendenti numero di punti ferita, eventuali debolezze o immunità e turni extra. Il gioco tende a premiare un approccio intelligente alle battaglie molto più della forza bruta. Finora crediamo di avervi descritto un gioco che fa una summa di tutto ciò che ha funzionato in 25 anni di giochi di ruolo su console e lo rielabora, aggiungendovi un tocco unico e facendo fare a tutto il genere un passo avanti.
A livello tecnico, invece, abbiamo visto sperimentazioni più consistenti altrove. Devil Summoner sfoggia un character design di prim’ordine, uno stile manga sempre molto apprezzato che fa bella mostra di sé durante le lunghissime sequenze testuali di cui il gioco è infarcito. Molto bene la colonna sonora, ricca di pezzi rock, che donano adrenalina agli scontri e che contribuiscono all’immersione del giocatore in una Tokyo giovane, moderna e credibile. In particolare, abbiamo fatto fatica a dimenticare il riff di chitarra elettrica che accompagna la maggior parte delle battaglie, con il quale familiarizzerete dopo pochi minuti di gioco. Il titolo offre anche una longevità più che soddisfacente, legata al crescente livello di sfida degli scontri ma soprattutto ai numerosi bivi che caratterizzano l’evolversi della vicenda: le risposte che daremo ai vari personaggi non giocanti, e le scelte intraprese in un dato posto ad una data ora (visto l’efficiente orologio interno) influenzeranno direttamente il finale, che sarà solo uno dei sei disponibili. Se si considera che l’avventura principale vi terrà impegnati per almeno una ventina di ore, la possibilità di rigiocarla per vedere un finale diverso porta la durata complessiva a valori sopra la media. Probabilmente vi starete chiedendo se Devil Summoner abbia o meno anche dei difetti: ebbene sì, ma sia ben chiaro che nessuno di questi inficia l’esperienza ludica o compromette in alcun modo il fattore divertimento. Una scelta obbligata se amate il genere.

 

Voto: 9

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