Shaggy: l’intervista

by • 09/06/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Shaggy: l’intervista1011

Negli studi di Universal/Virgin abbiamo avuto modo di partecipare a una round table di addetti ai lavori il cui invitato speciale era il leggendario Mr. Bombastic ossia Shaggy. Il giamaicano era di passaggio a Milano per duettare ed esibirsi durante la finale del talent Rai The Voice e per la promozione del nuovissimo album appena uscito, intitolato Wah Gwaan?! Grazie alla squisita cortesia di Jessica Gaibotti di Universal/Virgin abbiamo anche avuto il privilegio di scambiare qualche domanda one to one per Hotmc.

Domanda: dato che stasera ti esibirai a The Voice of Italy vorrei chiederti se guardi i talent in tv?
Shaggy: mi piacciono, li guardo ma solo quando ho tempo, dato che viaggio molto.

Haile Anbessa: ci siamo incontrati nel lontano 2007 per la release di Intoxication e vorrei chiederti nuovamente, dopo tutto questo tempo, se magari ora tu fossi interessato in qualche modo a fare qualche tune più conscious, come è capitato a Beenie Man nelle vesti di Ras Moses.
S.: no, non sono ancora confuso a tal punto! (ride). Amo la musica conscious e per esempio sono un grande fan del recente reggae revival a opera di artisti come Chronixx, Koffee e Protoje. Non credo comunque sia una novità perché comunque stanno ripescando da grandi classici come Dennis Brown o Gregory Isaacs, solo con un sound più moderno naturalmente. Io però non sono così, a me piace sempre sperimentare cose nuove. Musicalmente parlando sono un ibrido. La gente mi ascolta per la prima volta e non ha un’idea precisa di cosa sia la mia musica esattamente. Mi piace sorprendere. Quando per esempio uscì Bombastic non suonava come niente altro in precedenza. Lo stesso successe con Oh Carolina. Per quanto concerne la tua domanda nello specifico io non mi definirei conscious da un punto di vista filosofico quanto piuttosto essere sempre fedele e veritiero con me stesso e il pubblico. Posso dirti quindi che il mio ultimo album Wah Gwaan?! è l’album più conscious che abbia mai prodotto, da questo punto di vista. Sono vecchio adesso, ho registrato talmente tanto, ho girato il mondo e ho perfino cantato per la Regina e quindi volevo tirare un po’ le somme del mio percorso musicale e l’ho fatto con questo lavoro. Ho intenzione anche di trasmettere un po’ della mia esperienza in ambito musicale ai più giovani. Con Wah Gwaan?! non era più tempo di parlare di macchine, soldi e donne bensì di altro. Un qualcosa con cui la gente si possa identificare. Bisogna cambiare in certe tappe della vita, sia nel fare musica sia nell’ascoltarla, altrimenti si rischia di ristagnare in ogni aspetto. La realtà è già conscious di per sé quindi, secondo il mio parere.

D.: cosa è cambiato nella tua musica dopo la tua collaborazione con Sting sull’album 44/876 e dopo il cambio di management?
S.: la collaborazione con Sting è anomala perché è nata da un’amicizia sincera innanzitutto. Non ci siamo mai seduti a tavolino pianificando un album di Sting e Shaggy bensì è nato tutto per caso. Sting aveva intenzione di fare un album reggae e quindi si è creato il link tra noi due in maniera naturale. Inizialmente gli ho dato una mano per trovare i producer giusti in Giamaica e a New York, gli stessi di Out of Many One Music, per avere il suono migliore. Mi è stata quindi affidata una canzone ossia Love Changes Everything e questa è la prima canzone dell’album su cui abbiamo lavorato. L’aiuto quindi è sempre stato più consistente e le canzoni sono diventate molte tanto che a Sting sono piaciute tutte. A questo punto mi ha chiesto di entrare al 100% nel progetto.
Il contratto con il mio manager precedente era andato a scadere ma comunque l’ho mantenuto per un ulteriore anno proprio per non creare conflitti di interessi con questo progetto assieme a Sting. Un altro progetto differente  che mi ha permesso di non annoiarmi perché nessuno con me può annoiarsi prima di me stesso.

D.: come è nata la tua collaborazione con Alexander Stewart?
S.: conoscevo il suo materiale su Youtube e ho deciso di provare per via delle sue tonalità molto alte che mi piacciono molto. La mia filosofia è sempre quella di dare possibilità ad artisti non molto conosciuti come ho fatto con Rik Rok in It Wasn’t me o con Rayvon in Angel. Chi è desideroso di imparare e starmi a fianco è il benvenuto. Con gli artisti più conosciuti diventa più difficile collaborare per via delle loro pretese talvolta assurde che io mal sopporto. Per esempio una volta ho realizzato un pezzo con Janet Jackson che ha spopolato negli Stati Uniti ma letteralmente non ho mai avuto modo di incontrarla, neanche per registrare, e questo per me non rappresenta una vera collaborazione.  Alexander è già un artista comunque e stiamo facendo molta promozione assieme. È molto meticoloso e controlla ogni passaggio in maniera precisa di tutto ciò che riguarda la nostra musica. È giovane e quindi è giusto che sia così dato che io invecchiando e ho un po’ perso questo tipo di ossessione. Mi ha anche illuminato un po’ sul modo di fruire la musica dei millennials che non badano più a tante cose che piacevano a me. Nell’ascoltare un album, ad esempio, a nessuno importano più i credits. Oggi è tutto più veloce ed essenziale, l’ho notato anche con mio figlio e nel suo modo di fare musica questo aspetto.

D.: dove vivi abitualmente?
S.: vivo a Kingston e la Giamaica è il posto migliore del mondo. Una realtà che sta crescendo molto rapidamente così come la sua economia. Lottiamo ancora contro la povertà ma stiamo facendo passi da gigante. Di sicuro io personalmente non vorrei vivere in nessun altro posto.

D.: quali sono i tuoi obiettivi per il futuro dopo una carriera come la tua?
S.: ho fatto tanto ma credo che io possa avere ancora un impatto sulla scena. Non voglio avere pressioni come un tempo per essere il numero uno ma posso sicuramente ancora dire la mia. Se devo incoronare attualmente il numero uno nella reggae dancehall farei il nome di Sean Paul. Ma tantissimi nuovi artisti si stanno affacciando all’orizzonte come Shenseea con la sua hit Blessed. Lei è il futuro della dancehall e credo possa diventare famosa tanto quanto Rihanna. Mi piace molto anche Koffee e credo che due artiste come queste possano coesistere senza entrare in competizione. Sul versante maschile potrei fare i nomi di Aidonia e Pop Caan ma devono sempre mantenersi concentrati sull’obbiettivo per riuscire a sfondare. Non basta essere una star ma bisogna sempre ad ambire a diventare una super star. Nel reggae poi, noi dobbiamo faticare dieci volte di più degli altri generi dato che siamo una vera e propria nicchia. Quando ho iniziato io, nessuna radio mainstream passava il reggae e per di più io non avevo i dreadlocks, non mi vestivo con i colori giallo-rosso-verde né fumavo erba quindi non ero considerato credibile. Ma a volte l’essere sottovalutati aiuta a sfondare letteralmente. Bisogna sempre rappresentare l’elemento di sorpresa per vincere. Ma non si sa mai comunque, dato che ci sono tante concause che possono determinare il successo o il fallimento di un artista. Io dalla mia tento ancora di sorprendere fino a oggi, un po’ come ho fatto qualche tempo fa con Sting e come spero di fare con Wah Gwaan?! oggi. Bisogna sempre vedere e anticipare il futuro!

H.A.: grazie innanzitutto per questo tempo concessomi singolarmente ora. Vorrei quindi entrare più nel dettaglio riguardo all’album. Il titolo è un’espressione in patwa e sulla cover tieni in mano una bandiera giamaicana. Un modo per rimarcare le tue origini come mai prima d’ora forse?
S.: la Giamaica è sempre con me. Ma non credo io sia mai cambiato. Il mondo identifica la Giamaica con alcuni simboli come i dread o l’erba ma io non sono così. Io sono nato in Giamaica, sono  cresciuto in un ghetto rasta ma questa non è la maggioranza in Giamaica. Oggi tutti vestono più o meno come me. Io mi sono sempre opposto quindi a questo stereotipo che talvolta persiste per cui se non sei rasta non sei un “vero giamaicano”. Io sono un vero giamaicano! E i rasta hanno dovuto faticare tantissimo per farsi accettare dato che sono sempre stati discriminati quindi oggi vorrei evitare il fenomeno opposto. In Giamaica non c’è razzismo fra razze quanto più fra classi. Io faccio dancehall in una maniera peculiare e ibrida perché è ciò che sono ma sono stato spesso criticato aspramente per questo.

H.A.: a questo proposito ho letto di recente una tua intervista sul Jamaica Observer in cui ti definisci “king of hybrid”. Puoi spiegarmi meglio cosa intendi con questa definizione?
S.: quando ho iniziato con Oh Carolina mi hanno criticato per mancanza di autenticità. Ma sicuramente, da esperto di reggae quale sei, potrai convenire con me che anche il sound di Bob Marley ad esempio non era autentico in senso stretto. Il suo suono era un ibrido creato da Chris Blackwell con tantissimi inserti rock in fase di masterizzazione. Come posso fare qualcosa meglio di maestri come Dennis Brown, Gregory Isaacs o lo stesso Marley? Non posso, quindi devo creare la mia strada. Anche la dancehall oggi di Pop Caan, di Alkaline o di Aidonia è un ibrido.

H.A.: sono d’accordo con te e la mia domanda successiva è chiederti cosa ne pensi di chi accusa gli artisti internazionali di saccheggiare la cultura giamaicana. E quale è la ricetta per fare uscire la Giamaica dal ghetto musicale in cui spesso si auto confina?
S.: il discorso del furto culturale per me non sta in piedi perché la musica è viva e cambia in continuazione. I giamaicani all’epoca saccheggiavano dagli Stati Uniti quindi parlerei piuttosto di uno scambio culturale. Per quanto riguarda la ricetta che mi chiedi è semplice: lavorare duro ed essere diversi dagli altri. Come ha fatto Sean Paul che nessuno ha visto arrivare ai tempi e che tutti criticavano per non essere ”autentico”. Guarda invece dove si trova ora. E lo stesso succederà con Shenseea, ne sono sicuro.

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