Shades Of Reality

by • 14/09/2005 • RecensioniComments (0)422

Un MC proveniente da Bed Stuyvesant che si fa conoscere per le sue abilità di freestyler, che si richiama fortemente ai suoni della seconda Golden Era e che ha alle spalle un EP -così così- con produzioni di 9th Wonder, diciamolo, non fa notizia. L'unico accenno folkloristico in questo caso è l'interessantissima diatriba nata per capire se 9th gli abbia dato l'autorizzazione ad usare quei beat -scarti, parrebbe- o meno. No, lo dico per farvi un'idea.

Tuttavia, all’inizio dell’estate ebbi modo di ascoltare il primo singolo, Authentic Made, che vantava la partecipazione di Smiley e Breez Evahflowin’ su una produzione di gusto. Manieristica quanti si vuole, ma apprezzabile: il loop di piano, il sample vocale ed i cut nel ritornello si fondevano bene con le strofe, facendo del pezzo uno degli episodi più felici della stagione.

Album alla mano, devo dire che sono rimasto tutto sommato relativamente soddisfatto rispetto alle aspettative. Con alle spalle un team di produttori composto da 7L, Insight e J-Zone, oltre agli esordienti Vanderslice e Greensteez, il Nostro si cimenta perlopiù in quello che gli viene più facile, dicasi appunto le rime da battaglia e l’autoesaltazione, con qualche generica presa di coscienza qua e la. Ironicamente, proprio queste lo aiutano a risalire di un po’ la china dell’anonimato, tant’è vero che tracce come Born In The Ghetto, Some Days, Strugglers Paradise (grazie all’ottima prova di Insight) e Shallow Graves (malgrado la cattiva prova di tale Science) svettano sul resto. Ovviamente, quanto a poesia, lessico o profondità, non abbiamo davanti un Immortal Technique o un Nas; e non è che dopo aver ascoltato quest’album vi si aprirà un bel terzo occhione grazie al quale potrete comprendere meglio le dinamiche del mondo, questo no di certo. Riuscirete però ad arrivare in fondo al disco senza consumare il tasto “FF” come invece succede fin troppo spesso in casi analoghi (un esempio recente? Majik Most ed il suo insulso album).

Non tutto è rose e fiori, però: Access, ad esempio, non è propriamente un campione di vivacità o elasticità, ragion per cui può capitare che di fronte a rime non esattamente originali si possa venir presi dallo sconforto e skippare oltre la traccia. Il flow, poi, cantilenante e costruito su una metrica piuttosto semplice, si accoppia decisamente male a beat che s’aggirano mediamente sui 92-96bpm e che, al pari dell’interprete, non brillano per vivacità. In Bust My Gun o l’assassina (per lunghezza) Lost In Paradise, si può assistere per esempio a spasmi d’insofferenza per la noia, nella quale si precipita inevitabilmente al trentesimo secondo d’ascolto. Per giunta, un ulteriore danno viene arrecato dai pattern di batteria, eccessivamente simili tra loro e dal suono fiacchissimo. Ed è un peccato, perché la cupezza e la bellezza dei campioni è notevole, solo che, in casi come Life Is Dirty, di fronte ad un rullante così marcio non possono che cascarti le braccia. Se poi paragoniamo My Testimony a Jewelz di O.C. (stesso campione e grossomodo stesse batterie), la differenza si fa ancora più umiliante. Personalmente ritengo inoltre che comporre un album che suoni rétro possa anche andar bene, ma da qui a prendere paro paro un campione usato nell'epoca di riferimento ne passa. Incredibilmente, la traccia successiva usa lo stesso campione adottato per Untitled dei K-Otix, al che l’originalità s’affossa definitivamente per non risorgere più.

Insomma, per ridurre la questione all’osso, è lecito dire che Shades Of Reality sconcerti per la mancanza di una qualsiasi forma di creatività o originalità; ciò nondimeno, rimane un ascolto “leggero”, abbastanza piacevole come sottofondo (tranne che per i pezzi citati nei primi tre paragrafi, degni di ben altra attenzione). Restano buona parte dei problemi legati a questo genere di MC: incapacità di creare un bel ritornello (…ah, a proposito, il 90% dei cut sono di qualità mediocre, e questo è davvero ingiustificabile), una certa genericità dei testi e, conseguentemente, del personaggio stesso; infine dei gusti un po’ troppo fossilizzati sul passato che penalizzano il prodotto alle orecchie di un ascoltatore di media-lunga data, alle quali può ergersi al massimo come passatempo. Agli altri, chissà.

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