Servants In Heaven, Kings In Hell

by • 27/11/2006 • RecensioniComments (0)387

Devo ammetterlo: questo disco mi ha ,almeno in parte, piacevolmente sorpreso, considerato che ormai davo i Jedi Mind Tricks sulla strada di un declino irreversibile. Sarò forse nostalgico ma appurato che dietro a Legacy Of Blood, uno dei dischi più superflui degli ultimi anni, c’erano gli stessi personaggi che avevano messo insieme Violent By Design, uno dei capolavori e best seller del rap indipendente americano, mi aveva spinto a diramare bollettini piuttosto pessimistici sullo stato di salute del duo di Philadelphia. Encefalogramma piatto o qualcosa del genere, non che già Visions Of Ghandi fosse venti spanne sopra ma segni di attività celebrale (musicalmente parlando) si percepivano ancora, pur sotto una fitta coltre di mediocrità, mentre LoB era pressoché senza nerbo al 90%, non brutto, semplicemente insignificante nel complesso.

Servants In Heaven, Kings In Hell, è invece una discreta smentita di tanto pessimismo, discreta nel senso che è comunque un disco distante dai livelli di Violent By Design ma abbastanza buono per sopravanzare i due predecessori. Le buone notizie sono le seguenti due: Vinnie Paz è tornato ad avere una delivery, tra le cose non pervenute all’ascolto del precedente LP e Stoupe dopo averci “deliziato” con ogni sorta di campione di musica classica, latina etc.., di pitch e di sonorità sintetiche (come dimenticare l’accapponante beat di The Wolf?) sembra tornato in grado di produrre con meno kitsch e più sostanza. E anche quando il nostro eroe non perde il vecchio vizio il risultato sono beats meno insipidi che nel recente passato, sia per quanto riguarda il vezzo mediterraneo di Put Em In The Grave che la voce pitchata di When All Light Dies.

Ma il vero marchio di fabbrica dei JMT, da Animal Rap in poi passando per On The Eve Of War con GZA, è il “singolone” campionando la classica, vuoi vedere che anche questa volta…?

Già…. anche questa volta. Dico solo che se Animal Rap fosse rimasta in splendido isolamento, la storia della musica non si sarebbe persa pressochè nulla visto che la cosa migliore di Heavy Metal Kings è l’hook di Prodigy, campionato da Hell On Heart. Particolarmente oscuri restano i motivi per i quali ILL Bill abbia semplificato così notevolmente il suo flow ,fino a poco tempo fa uno dei più macellai in circolazione, e mutato il tono di voce dalla nasalità alla raucedine diventando un mc nella media, buono giusto per adolescenti in cerca di qualcosa da alternare ai Korn nello stereo. Ma forse la risposta è già contenuta nella domanda.

Fortunatamente l’ascolto di tracce come Suicide, Uncommon Valor, Shadow Business e Serenity In Murder fanno dimenticare in fretta la dozzinalità del pezzo succitato e ribadiscono la buona vena di Stoupe che costruisce beats sfruttando loop lunghissimi e policomposti, senza risultare stucchevole come negli ultimi lavori. Anche Vinnie Paz, seppure ancora orfano di un partner di cui probabilmente lui e i dischi dei JMT avrebbero bisogno per guadagnare in varietà (talaltro è di questi tempi l’uscita sulla rete di The Rebuildin in cui gli si riaffianca Jus Allah), pare nuovamente ispirato e, deliri di onnipotenza da battle rap a parte, riesce a scrivere alcune belle liriche come in Shadow Business e Razorblade Salvation; anche se il valore aggiunto di “Servants In Heaven ..” è in gran parte dato dalla strofa di un RA The Rugged Man in un momento di grazia senza precedenti.

Il suo minuto e mezzo di rap è tutto da ascoltare e si colloca su livelli siderali rispetto al resto, affiancando abilità liriche e tecniche in continua espansione all’interpretazione e al pathos che gli vengono forniti dal raccontare una storia che lo ha toccato da vicinissimo: quella di suo padre, tornato dal Vietnam ferito, psicotico e contaminato dall’Agent Orange, un diserbante contenente diossina utilizzato per disboscare la giungla: un nome che fa da intestazione a uno dei capitoli più infami della recente storia degli Stati Uniti.

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