Se Gué non è mai uguale a se stesso (ed è cosa buona e giusta)

by • 14/09/2018 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Se Gué non è mai uguale a se stesso (ed è cosa buona e giusta)162

L’annuncio a sorpresa dell’ingresso di Gué nella premiata ditta BHMG ha seminato il panico tra molti dei suoi fan della prima ora. Più o meno lo stesso effetto che ha scatenato l’annuncio, di poco successivo, che la direzione artistica del suo nuovo album Sinatra sarebbe stato a cura di Charlie Charles. Ora che il disco è uscito, possiamo dire che in grandissima parte quel panico era ingiustificato: Gué è sempre Gué, indipendentemente dal fatto che abbia scelto di lavorare a questo disco con una realtà giovane e per certi versi lontana anni luce da lui (ma per mentalità e innovatività, molto affine). (Continua dopo la foto)

Certo è che quello di Sinatra è un Gué trasformista: non nel senso che ha trasformato se stesso, ma nel senso che cambia forma e sostanza a ogni traccia, adattandosi ed evolvendo a seconda dell’atmosfera, del beat, dell’ospite, dell’occasione. La sua non è una dichiarazione d’intenti, ma un costante esercizio di stile, e di stile, si sa, ne ha sempre a pacchi. Questo non è, come vorrebbero i maligni, l’album di una vecchia gloria del rap italiano che cerca di conquistarsi un pubblico più giovane; al contrario, è l’album di un pilastro del rap italiano, tecnicamente forse il più abile che ci sia in circolazione, che per non annoiarsi e ripetersi si mette in gioco e ci mette la faccia, accettando di confrontarsi alla pari con situazioni diversissime tra di loro. Il mosaico che si compone è sia vario che coeso, dalla solidità di Bastardi senza gloria (con Noyz Narcos) alla postmodernità di Trap Phone (con Capo Plaza), dal viaggione di Modalità aereo (con Luché e Marracash) alle venature pop di Sobrio (con Elodie) e 2% (con Frah Quintale, e questa forse è la grande hit-rivelazione dell’album insieme a Bling Bling (Oro), una traccia surreale e a modo suo perfetta in cui campiona Oro di Mango). Nella sua intervista con Rolling Stone, Gué ha spiegato che Charlie Charles, più che aggiungere, è andato a togliere: “Ha svuotato molto”, sono state le sue parole. Per certi versi, insomma, è un lavoro molto essenziale e scarno; ma, sia chiaro, questo non vuol dire certo che sia vuoto o monotono. (Continua dopo la foto)

 

Al di là di questo, però, intervengono insindacabilmente anche i gusti: e a molti Sinatra non piacerà, perché a molti non piace il suono che si sta imponendo oggi a livello mondiale. Ci sta, è legittimo, non vuol dire essere retrogradi o non capire niente: è una questione di attitudine e imprinting. L’importante, però, è non cadere nel tranello di pensare che Gué non sia più quello di una volta, o che sia meglio il vecchio Gué. Perché Gué non è mai uguale a se stesso (in quanto si evolve e cambia pelle a ogni nuovo album) ed è sempre uguale a se stesso (in quanto resta sempre un killer, un king, il vero e indiscutibile gigante di questo gioco). Posto il fatto che è sempre bene non giudicare dopo un solo giorno di ascolto – o peggio ancora, dopo aver semplicemente letto la tracklist e le sue affiliazioni – se questo disco vi ha deluso o non l’avete capito, voltate semplicemente pagina e guardare avanti, perché il prossimo sarà ancora più diverso e sorprendente. Gué ci ha insegnato a non sederci mai a lungo sugli allori, e di questo gli saremo sempre grati.

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