Sandro Outwo: l’intervista

by • 20/07/2020 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Sandro Outwo: l’intervista576

Pugliese, classe ’89, Sandro Outwo è parte della scena dai primi anni del 2000, da quando ha scoperto e si è innamorato del rap. Da allora sono passati molti anni e moltissima acqua sotto i ponti, ma l’artista di Polignano a Mare ha pubblicato il primo album ufficiale solo nel 2014. A sei anni di distanza è tornato con Consapevolessere, il suo secondo disco, un album fortemente personale, riflessivo e umano, dalla prima all’ultima barra. Nel mezzo, influenze musicali da una miriade di mondi diversi, declinazioni stilistiche che non hanno paura di uscire dai confini del rap, e altro ancora. L’abbiamo incontrato, per scoprire cosa significhi vivere per scrivere, e quanto sia difficile farlo.

Riccardo Primavera: Consapevolessere arriva a 6 anni di distanza dal tuo album precedente, un’eternità per la discografia di oggi. Cos’è successo a Sandro Outwo nel frattempo?

Sandro Outwo: Ciao a tutti e grazie per lo spazio. In 6 anni sono cambiate tante cose: persone, relazioni, situazioni e, soprattutto, io. Dopo l’uscita de L’Ultimo Io mi sentivo completamente svuotato e non avevo né stimolo, né cose da dire, ma sapevo che quello non sarebbe stato il mio primo e ultimo album. Nonostante fosse il 2014, il mio album precedente aveva avuto una gestazione biblica: per finalizzarlo ci avevo impiegato 4 anni. Nel frattempo, sentivo di cambiare continuamente, fino ad una fase di quasi totale stallo tra il 2016 e la fine del 2018: l’ultimo cambiamento, in ordine cronologico, è stato fondamentale e mi ha fornito l’ispirazione per scrivere Consapevolessere, in cui l’affermazione di me stesso a livello psicologico e personale, nonostante tutto e tutti, viene definitivamente fuori.

R.P.: Quanto è difficile realizzare un progetto robusto ad oggi, rispetto magari a sei anni fa, nell’era della disattenzione perenne e della soglia dell’attenzione crollata ai minimi termini?

S.O.: È molto, molto difficile. Pensare con quanta velocità “cestiniamo” la musica, oggi, fa rabbia e mi rende molto triste allo stesso tempo. Pensare che il 90% degli album di questo periodo storico non sopravviveranno per più di 5 anni (e questa è una previsione decisamente ottimistica), mi fa pensare alla velocità della vita che siamo, ormai, abituati a vivere. Non è sempre una bella cosa, perché perdiamo completamente il senso delle cose, non prestando attenzione alle emozioni che proviamo. Ho 31 anni e non voglio fare il vecchio nostalgico, ma 15 anni fa un album lo compravi (oddio, compravi: lo scaricavi da eMule) e lo consumavi. I ritmi erano più lenti e, per un artista, fare un album significava scalare una montagna. Ricordo un’intervista di 50 Cent, circa 2005, in cui doveva che prima di scegliere i 21 brani che poi sarebbero finiti in The Massacre, aveva dovuto scremare tra oltre 70 pezzi registrati solo per quel disco in più di 2 anni. In un’epoca in cui, per questioni legate al periodo storico, non avremo mai più un brano come Aspettando il Sole, che sopravviverà in eterno, è molto difficile anche solo pensare di scrivere una canzone, prediligendo le uscite di semplici pezzi, che tra tre mesi la gente non ricorderà più. Nel mio piccolo, me ne sono “quasi” fregato del tutto: volevo raccontare degli ultimi anni che avevo vissuto e volevo farlo nel modo più naturale possibile, sicuro che la musica di qualità, contro tutto e tutti, sopravviverà (non so per quanto) alla velocità degli anni 2000.

R.P.: Il tuo è un disco fortemente personale, sotto tutti i punti di vista. Senza gli ultimi sei anni di stop, ho l’impressione che non saresti riuscito a scriverlo. Quanto è complicato “vivere per scrivere”, invece che “scrivere per vivere”?

S.O.: Sono d’accordo con te: avessi avuto qualcuno che avesse preteso un mio album un anno dopo L’Ultimo Io, non sarei riuscito a tirar fuori nulla o nulla di buono, nella peggiore delle ipotesi. Mauro Malavasi, uno che ha lavorato a stretto contatto con Lucio Dalla e con tanti altri giganti della musica italiana, e che il caso ha voluto che fosse nella mia vita per vie traverse per un po’ di anni, una volta mi disse: “prima di soffre, poi si scrive”. È esattamente quello che è successo a me. “Vivere per scrivere” è quello che faccio oggi: racconto la mia storia nel modo più “applicabile” possibile perché voglio che qualcun’altro, oltre me che l’ho vissuta in prima persona, ci si riveda all’interno. Dai primi feedback ricevuti, credo di esserci riuscito.

R.P.: Musicalmente, Consapevolessere è articolato e variegato. C’è uno spessore musicale che oggi, al mondo del rap, appartiene solo raramente. Non hai avuto timori di sorta, e sei uscito dalla tipica comfort zone del rap solo autoreferenziale. Perché, secondo te, in Italia quest’approccio viene spesso demonizzato proprio dal panorama più underground del rap? L’autoreferenzialità non rischia di essere un limite artistico, sul lungo termine?

S.O.: Innanzitutto, ti ringrazio tantissimo per il bellissimo complimento. Se avessi minimamente avuto timori, avrei fatto altro, snaturando del tutto me stesso e la mia musica. I timori, se così si possono definire, ci sono: nonostante sia molto sicuro di me e di quello che faccio, ho sempre paura che quello che dico non venga capito a pieno o che non venga apprezzato. Ma si sa: non ci fossero queste piccole preoccupazioni, i musicisti farebbero musica in cameretta e non la farebbero uscire. Ecco perché non mi fido mai di chi dice “faccio musica solo per me stesso: se agli altri non piace, non mi frega nulla”: sì, la musica si fa per se stessi, ma anche per gli altri. Onestamente, non so perché il cercare di uscire dalle 4 mura del rap rappresenti un problema per una categoria che mi assumo la responsabilità di chiamare “rimastoni”: non c’è nulla di più brutto e triste della staticità. La musica è bella perché non ha limiti e ci permette sempre di esplorare vari territori e di lasciarci contaminare e travolgere da tutto ciò che ci circonda. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo accesso a qualsiasi cosa e limitarci a “lo faccio così perché qualcuno, forse, 30 anni fa, ha detto che bisogna farlo così” sarebbe davvero da stupidi. Devo ancora capire perché ci si scaglia a prescindere contro la trap, per esempio: c’è quella fatta bene e quella fatta male. Così come c’è il boom bap fatto bene e il boom bap fatto male. Chiudersi a riccio e mettersi i paraocchi è davvero superficiale. L’autoreferenzialità fa parte del gioco, ma dopo un po’stanca, anche perché ho capito che una punchline potente rimarrà nelle orecchie dell’ascoltatore al massimo per 10 ascolti, poi sarà sostituita da qualcos’altro. Una canzone, un’emozione, un sentimento, volente o nolente, rimarranno per sempre.

R.P.: Poche collaborazioni, un manipolo ben selezionato di produttori: Consapevolessere è nato dallo sforzo congiunto di poche figure. Che tipo di magia si crea a dar vita ad un progetto in un clima del genere, quasi familiare?

S.O.: Io toglierei anche il quasi: tutti i producer dell’album sono amici strettissimi, tranne Vito Whyusoicy, che è mio cugino di sangue e che vedo ogni giorno della mia vita, dato che abita nell’appartamento sotto il mio. Non ho volutamente, e ci tengo a sottolinearlo, chiesto featuring a nessun artista perché volevo fosse qualcosa che mi rappresentasse al 100%, dato che è un album in cui parlo di me e della mia definitiva affermazione con me stesso. La cosa più bella di tutte è stata l’aver coinvolto in ogni momento della produzione ogni singolo producer: tutti, a provini registrati, avevano ascoltato tutti i brani, anche quelli su cui non avevano messo le mani, perché ci tenevo a sentire i pareri di tutto e a tirare fuori del buono da ogni critica e da ogni appunto ricevuto. Una delle cose che mi ha reso davvero felice, infine, è stata uscire per la B.M. Records di Mastafive, nome storico dell’hip hop Italiano che ha creduto da subito nel progetto, che ho presentato a lui a master chiuso: le sue parole e i suoi complimenti hanno soltanto confermato il fatto che la strada che avevo intrapreso e le scelte fatte erano quelle giuste.

R.P.: A 31 anni, hai vissuto più fasi della vita, sia a livello personale che musicale. Cosa succede all’ispirazione, nel momento in cui si realizza che difficilmente la musica sarà l’unica fonte di sostentamento nella vita? È uno stimolo ulteriore, o cambia l’approccio in fare di creazione?

S.O.: Il sogno, in realtà, è rimasto immutato dal primo giorno in cui ho deciso che il rap avrebbe fatto parte della mia vita. La cosa mi ossessiona? Molto, ma non rappresenta un problema, come potrebbe sembrare ai più, perché mi rendo conto che lavorare con la musica oggi è davvero molto molto difficile. Ciò nonostante, non mi butto giù e continuo a lavorare. L’ispirazione, in realtà, va e viene in base a quello che vivo: nonostante il disco sia uscito da poco, ho voglia di fare nuova musica e non ti nego che abbia già cominciato a scriverne di nuovo, dato che sono successe un po’ di cose positive negli ultimi 2 mesi. Quindi posso dirti che, nonostante sia ufficialmente un hobby, lo considero un lavoro al 50%, accanto all’altro 50% rappresentato da quello reale. E sì: è uno stimolo ulteriore per far accrescere quella percentuale.

R.P.: Se domani, magicamente, ti risvegliassi quindicenne e potessi ricominciare il tuo percorso nel mondo della musica, cambieresti qualcosa?

S.O.: Onestamente, non cambierei quasi nulla. Forse avrei buttato meno barre in pezzi non ufficiali fatto uscire giusto per, in periodi in cui registravo e scrivevo quasi ogni giorno. Ma rifarei le stesse e identiche scelte fatte fino ad ora perché mi rappresentano e mi rendono fiero di me ancora oggi.

R.P.: Hai una sola frase a disposizione per convincere qualcuno ad ascoltare Consapevolessere. Cosa gli diresti?

S.O.: Consapevolessere è un disco in cui ci si potrebbe rivedere chiunque, perché la mia storia non è diversa dalla storia di altre persone. E poi perché è davvero bello. E non solo perché l’ho fatto io.

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