Sampha: l’elaborazione del lutto è un processo condiviso

by • 27/02/2017 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Sampha: l’elaborazione del lutto è un processo condiviso170

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L’album di debutto di Sampha è un disco d’autore, l’elaborazione di un lutto e un processo di scoperta

Process è un termine “spesso”, nel senso che può avere diversi significati a seconda del contesto in cui lo si usa. In questo caso lo leggiamo come un verbo (to process), ossia “processare”, che, escludendo l’area semantica giuridica, nell’uso corrente italiano si avvicina molto al verbo “elaborare”. L’ultimo lavoro di Sampha è questo: l’elaborazione di un lutto e un processo di scoperta che si mostra attraverso il suo stesso sviluppo.

Un po’ di storia

Con il suo inconfondibile falsetto, Sampha è noto principalmente per le sue collaborazioni: Kanye West, Drake, Frank Ocean, Solange, SBTRKT, FKA Twigs. In realtà, Sampha è molto più di un semplice collaboratore e in tutti i suoi lavori ha sempre espresso una vena artistica peculiare, ne abbiamo avuto la prova con il suo EP, Dual, uscito nel 2013 – in seguito a Sundanza del 2010.

Dunque perché aspettare fino al 3 febbraio 2017 per il primo album ufficiale? Perché nel frattempo sono successe molte cose, prima fra tutte la scomparsa della madre a cui era molto legato. Avendo perso il padre all’età di dieci anni per un tumore e con tutti i fratelli fuori città, Sampha si è sempre dovuto prendere cura della madre, soprattutto in seguito alla comparsa della malattia che l’avrebbe portata via. Lo stesso Sampha nel 2012 scopre di avere un nodulo in gola, quel grumo di cui canta anche nel disco e che lo ha portato una volta in più a fare i conti con la caducità dell’esistenza.

Vortici e buchi neri

Process parte subito a profondità vertiginose: “Oh, sleeping with my worries, yeah, I didn’t really know what that lump was, my luck”. È un disco vivo, percorso da forze centrifughe e centripete, e con alcuni centri gravitazionali. Alle fughe in avanti di Blood on me e Khora sings si oppone lo spazio immobile di (No one knows me) like the piano, un buco nero in cui Sampha si ritrova, attraverso un dialogo con il pianoforte della casa in cui è cresciuto (“You would show me I had something some people call a soul”).

Giusto il tempo di riprendere fiato con Take me inside (“Calm before the storm”) e si riparte con le anomalie di Reverse faults (“There’s a fault in my structure”) e le sincopi di Under (“Waves come crashing over me, I’m somewhere in open sea, I’m gasping for air”), mentre agli struggimenti di Incomplete Kisses fa da contrappunto l’indulgenza di What shouldn’t I be?.

La chiusura del processo

Se di Sampha conoscevamo le abilità come compositore, ora ne apprezziamo l’umiltà e la capacità di raccontarsi senza mettersi in mostra. Non c’è qui l’intenzione di produrre un’opera universale, ma una genuina esigenza di condividere un percorso, qualcosa che assomiglia molto all’elaborazione di un lutto, ed è per questo che viene spontaneo accomunare Sampha ad autori come Mark Kozelek e Sufjan Stevens più che a superstar come Beyoncé o Frank Ocean.

In conclusione, Process è un disco d’autore, un processo aperto (non c’è titletrack) che solo l’ascoltatore può chiudere, con un ascolto generoso.

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