Rocco Hunt: l’intervista

by • 04/10/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Rocco Hunt: l’intervista59

Se hai avuto la fortuna di conoscerlo di persona, anche solo per pochi minuti, è davvero difficile non fare il tifo per Rocco Hunt. Perché è una persona di una gentilezza squisita (cosa che non va mai data per scontata nel music business), perché a tratti sembra un venerabile saggio nel corpo di un ventenne (già, perché ricordiamoci che di anni ne ha solo venticinque, anche se ha cominciato a farsi conoscere quando ne aveva appena sedici), perché ce lo ricordiamo quando nel 2014 ha conquistato il palco di Sanremo, commuovendosi e commuovendoci (e quella conquista ci sembrava anche un po’ nostra, di tutta la scena), e perché nonostante i suoi exploit nel mondo del pop, è impossibile dimenticarci quanto sia tecnicamente bravo a fare rap e quanto sia ancora capace di lasciarci a bocca aperta, quando ci si mette. Per tutti questi motivi, il suo ritorno con Libertà, il suo ultimo album uscito a fine estate, ha segnato l’immaginario collettivo in una maniera insolita, per un disco. Innanzitutto, perché quando è stato annunciato si è reso protagonista di un piccolo grande mistero discografico, di cui parleremo diffusamente più avanti, nel corso di questa intervista. E secondariamente, perché è il ritorno di un Rocco Hunt che ci piace particolarmente e che forse negli ultimi anni avevamo un po’ perso di vista: quello attaccato alle sue radici rap e urban, che fa quello che sa fare meglio, ovvero stupirci. In questo caso, tra le altre cose, con una serie di brani di trap’n’b in napoletano che non hanno davvero nulla da invidiare a quelli di Liberato (cari hipster, sì, parliamo con voi). (Continua dopo la foto)

Blumi: E’ un album che colpisce molto innanzitutto per il sound, molto più fresco e innovativo di quello di buona parte delle tue produzioni precedenti…

Rocco Hunt: E’ una cosa che dovevo fare già da parecchi anni e finalmente è venuta fuori adesso. È sicuramente un sound fresco, ma c’è anche tanto del vecchio me, come in pezzi come Benvenuti in Italy, e della tradizione, ad esempio nella produzione di Se tornerai, di Neffa, che richiama molto agli anni ’80. E poi c’è questa specie di neo-trap-soul che è venuta fuori lavorando a pezzi più napoletani, come quello con Geolier. È un misto, insomma: una compilation, più che un album.

B: La cosa che però, prima ancora di ascoltare il disco, ha colpito tutti, è stata la modalità in cui è stato annunciato: prima hai postato sui tuoi social un messaggio in cui sembravi dichiarare di voler rinunciare alla musica perché ti avevano privato della tua libertà, e poi hai annunciato l’uscita dell’album, intitolato proprio Libertà. Che è successo?

R.H.: Purtroppo non era un modo per lanciare l’album: tutt’altro. Questo disco sarebbe dovuto uscire già due anni fa, e poi l’anno scorso, e poi prima dell’estate, tant’è che molti brani della tracklist, non a caso, hanno un mood molto estivo. Prima che mi confermassero l’uscita a fine estate, si vociferava di un ennesimo rinvio, per varie ragioni. Era un periodo molto stressante per me (non solo per questioni musicali, ma anche personali), al che ho perso la pazienza e ho scritto quel post su Instagram, senza pensare alle conseguenze e senza pensare che poi sarebbe stato interpretato come una specie di comunicato stampa. Era uno sfogo, insomma: nelle mie parole c’era tanta rabbia e delusione, ma non certo la voglia di lasciare la musica, che non mollerei mai davvero. Devo dirti, però, che se tornassi indietro lo rifarei, se servisse ancora a sbloccare l’uscita dell’album: anche se forse la modalità era sbagliata e un po’ immatura, quel post è riuscito a compattare la situazione attorno a me e la mia casa discografica ha capito le mie esigenze, prima di tutto umane, di pubblicare finalmente il disco.

B: Il fatto che nel post comparisse la parola “libertà”, come nel titolo dell’album, quindi è una coincidenza?

R.H.: Già: quando ho scritto quel post, ero davvero convinto che quell’album non sarebbe mai più uscito… (ride un po’ amaramente, ndr) Figurati che buona parte del materiale era già pronto da mesi: si nota soprattutto dalla copertina, in cui appaio molto più magro, perché è stata scattata un anno e mezzo fa.

B: Sei in una posizione molto particolare, rispetto ai tuoi colleghi: sei giovanissimo e anagraficamente potresti appartenere alla generazione della trap, ma sei in giro da talmente tanti anni (e sei anche sempre stato talmente bravo a fare un rap più che solido e tecnico) che siamo abituati a percepirti come se fossi molto più adulto di quello che sei. Come si vive in questa specie di terra di mezzo?

R.H.: Sicuramente questa è una nuova sfida per me, anche perché la vittoria a Sanremo mi ha anche inserito in una fascia di mercato pop/rap, tipo Jovanotti. Proprio per questo ho cercato di reinventarmi, di risultare credibile e capace di fare cose nuove anche agli occhi dei ragazzini. Penso sia solo questione di trovare la chiave giusta per arrivare alla gente, perché se sei bravo, hai i contenuti e hai anche l’età per rivolgerti a un certo tipo di pubblico, ti viene tutto naturale. Non sono un cinquantenne che sta cercando di parlare a persone che hanno la metà dei suoi anni, per intenderci. Mi sento molto vicino alla musica che fanno alcuni trapper, e con Libertà ho rimesso la mia pedina là dove doveva stare, nella scena urban. Con questo ritorno al napoletano e con la scoperta di alcune sonorità più contemporary R’n’B è come se fosse nato un Rocco Hunt 2.0, a livello di sound. È una wave che viene dalle produzioni di Valerio Nazo, e sta prendendo sempre più piede. Non mi piace parlare di numeri, ma sicuramente è significativo che un pezzo come Nisciun‘ con Geolier, che non ha neanche un video, abbia fatto quattro milioni di streaming nei primi dieci giorni dalla sua uscita, mentre il pezzo più pop di tutto il disco, Benvenuti in Italy, che il video ce l’ha, ha fatto quattro milioni di streaming in tutta l’estate. Significa che se fai le cose come ti vengono e come ti vanno, in maniera naturale, i risultati arrivano. E la mia libertà consiste proprio in questo.

B: Perché prima ti sentivi in qualche modo obbligato dalle circostanze a puntare sul pop?

R.H.: Sicuramente arrivo da un’era discografica in cui in ogni album ci volevano tot pezzi da poter mandare alle radio. Questo, invece, lo abbiamo pubblicato senza neppure accompagnarlo da un singolo: è davvero un lavoro che riparte dalla strada. È chiaro che in questi anni le cose sono molto cambiate, e mi sono reso conto (anche grazie agli emergenti) che il segreto per arrivare a tutti non è più inseguire i media e star dietro alle loro esigenze: c’è molta più meritocrazia. Io ho rischiato la pelle a Sanremo, e per fortuna mi è andata bene, ma era un momento in cui il rap in televisione era rappresentato da me sul palco dell’Ariston e da Moreno ad Amici. Non è che ti dicessero di non essere te stesso, ma dovevi comunque indorare la pillola per l’italiano medio che pensava che il rap fossero tizi col cappellino storto che dicevano “Bella yo!”. Adesso è molto più facile avere visibilità, e c’è spazio per tutti. (Continua dopo il brano)

B: Anche il fatto di potersi esprimere liberamente in napoletano arrivando comunque a tutta Italia è una novità di questi ultimi anni…

R.H.: Anche adesso, in realtà, per l’industria discografica appare poco fattibile cantare o rappare in dialetto: quando ho consegnato il master dell’album sono stati in tanti a farmi notare che il napoletano mi limitava. Ma, guarda caso, fin dal giorno in cui Libertà è uscito, tutti i pezzi in napoletano avevano più streaming di quelli in italiano, perfino di Ti volevo dedicare con J-Ax e i Boombdabash, che in teoria era uno dei brani di punta ed era quello nazionalpopolare per eccellenza. È stata una grande soddisfazione poter dimostrare che avevo ragione, che le cose sono cambiate. Il napoletano ora fa hype, e quindi perché io che ce l’ho come lingua madre e che sono stato il primo a portarlo sui grandi palchi, insieme a Clementino, non dovrei sfruttare le mie qualità?

B: Ascoltando alcuni tuoi pezzi è impossibile non pensare a Liberato, che è l’unico cantante urban napoletano ad essere riuscito ad emergere nel mercato mainstream anche fuori dalla Campania…

R.H.: In realtà da Liberato non ho preso molto, anzi, forse è un po’ il contrario, nel senso che il suo sound mi ricorda quello di tanti altri progetti simili usciti a Napoli. Non solo i miei, ma anche quelli di Franco Ricciardi, ad esempio. Insomma, in Campania facevamo la musica di Liberato molto prima di Liberato, ma per fortuna lui è riuscito a portarla a tutti, rendendola cool, cosa che fa sempre piacere! (ride)

B: E naturalmente ti tocca la domanda di rito: tu sai chi è Liberato?

R.H.: No, mi spiace. Sicuramente non sono io, però!

B: Tornando invece all’album, hai coinvolto artisti molto diversi tra di loro: dagli emergenti tra gli emergenti, come Geolier, a artisti molto pop, come Neffa, J-Ax e i Boombdabash. Perché tanta diversificazione?

R.H.: Perché, come dicevamo, l’album è stato chiuso e riaperto varie volte negli ultimi due anni. L’ultimo featuring che ho aggiunto, poche settimane prima dell’uscita, è stato quello di Nicola Siciliano per Ngopp’a luna. Un pezzo che tra l’altro mi sconsigliavano di fare uscire, proprio perché troppo napoletano: ho caricato uno spoiler in una chat, si è diffuso di telefono in telefono, tutta Napoli è impazzita e sparava Ngopp’a luna fuori dall’autoradio, quindi abbiamo concluso che forse era meglio pubblicarla… (ride) Comunque, il denominatore comune è il rapporto umano che ho avuto con gli artisti. Con Neffa avevamo già collaborato anni fa, con Clementino sono cresciuto… C’è una relazione personale prima che artistica.

B: Il disco si apre con Mai più, che racconta molto bene il tuo percorso e la parabola che hai fatto per arrivare fin qui.

R.H.: Chi mi conosce solo dalle apparizioni in tv magari mi identifica solo come quel ragazzo simpatico con gli occhiali, un po’ nerd. Non sanno che mi sono costruito un percorso che era tutto in salita, metro per metro, usando le mie skills per uscire da situazioni molto difficili. Il saper rappare bene a volte mi ha perfino ostacolato, perché adesso che va di moda la semplificazione i rapper più bravi e tecnici sembrano un po’ i secchioni della classe, fanno quasi antipatia. Non è stato semplice.

B: Questo disco, per te, rappresenta in qualche modo una rinascita e una nuova tappa del tuo percorso: come ti immagini che proseguirà?

R.H.: Intanto mi godo la nuova linfa che Libertà mi ha dato, ma sicuramente non voglio aspettare altri quattro anni prima di pubblicare un nuovo album. Nel 2020, dopo tanti festival estivi, sento l’esigenza di riportare la mia musica nei club e in una dimensione un po’ più intima. Ma penso già anche a tornare in studio.

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