Roccia Music

by • 13/01/2006 • RecensioniComments (0)433

Roccia Music: 70 minuti di musica (cruda) ultimo parto della Dogo Gang con l'intervento di guests e affiliati che rappresentano quanto di meglio offra lo street rap italiano.

Qualcosa di più simile a una mixtape che a un disco: lo spirito è quello di uno showcase a beneficio del puro intrattenimento, con pezzi come Chiedi Alla Polvere, La Mia Prigione, Serpi, Put Me Down e Castigo a ispessirne il quadro dei contenuti.

E' Marracash, che assolve al compito di host e di produttore esecutivo insieme a Del, il principale protagonista di Roccia: presente in 11 tracce su 20 (che salgono a 24 con tre skit "illustri" e l'ottimo intro prodotto da Jake) conferma le eccellenti impressioni suscitate nelle prime uscite.

Forte di un repertorio lirico da fuoriclasse si mette a suo agio tanto negli approcci papponi di Popolare e Nuovo Papa quanto nelle “poesia d’impegno” di Chiedi Alla Polvere e La Mia Prigione, uno dei migliori poker che cala l’album.

Le cifre più significative del suo stile sono l’amara e disincantata ironia con cui arma i suoi testi, un flow fortemente interpretato e la capacità di adattare la metrica alle sue esigenze comunicative: qualità che fugano ogni dubbio sulle sue brillanti prospettive.

Più che prospettive Guè Pequeno e Jake La Furia forniscono ennesime certezze: il primo dissemina ritornelli e strofe (su tutte Sinfonia N° 1 e il “bossolo per Ratzinger” di Roccia Anthem) che esaltano i suoi ulteriori progressi sotto ogni punto di vista, mentre al secondo basta la cruda e autobiografica Serpi per mettere il punto esclamativo sulla sua partecipazione.

Riaprendo il capitolo delle prospettive troviamo Ted Bundy: stoffa da storyteller di razza, immaginario e vocabolario alla Scerbanenco, solidi riferimenti culturali e una precoce malizia al microfono sono tutti indizi di sicuro talento a cui, anche se è persino banale dirlo, il tempo non potrà che giovare.

Resta infine Vincenzo da Via Anfossi a cui non sfugge, che tratti di sesso o strada, nemmeno un occasione per andarci giù pesante da consumato punchliner.

Insomma, senza essere assolutamente troppo indulgenti, mi pare che Roccia certifichi l’ottima vena lirico-interpretativa di tutti gli mc della gang.

Lo stesso si può dire di parecchi tra gli ospiti: Rischio quando il mixaggio non lo penalizza (come in molti pezzi de Lo Spettacolo E’ Finito) è uno degli mc più interessanti del nostro panorama, i Co’Sang sono i personaggi dell’anno e quindi non sorprende che portino il fuoco in Know Na-Mi, idem per la Fuossera di cui ormai si aspetta con crescente curiosità un disco.

Un gradino sotto metterei Medhi e i Thug Team: il primo lo ritroviamo umile, intenso e reale come sempre; mentre i secondi si lasciano assimilare sempre meglio col crescere del numero degli ascolti.

FatFat si muove con stile e personalità al microfono, produce un beat ricco di atmosfere e riesce a inserirsi bene nel contesto di un album lontano dai suoi tragitti abituali.

Misa e Inoki chiudono la guestlist lasciando due impressioni decisamente agli antipodi: se Misa che è un nome relativamente nuovo (anche se Fattori di tensione lasciava già ben sperare) riesce a non sfigurare in Regole non si capisce perché il veterano Inoki ne Il Gioco si presenti con un attitudine chiaramente freestyle incapace di mantenerlo a galla rispetto al profilo settato dagli altri partecipanti.

Conclusa la sterminata panoramica sugli mc tocca passare alla faccenda delle produzioni.

Parere personale: raramente in Italia ho riscontrato tanto eclettismo e ho apprezzato una serie di concepts musicali così attuali e di ampio respiro internazionale.

Per darvi un idea di ciò che intendo con eclettismo: Del sperimenta ritmiche imparentate coi “Neptunes” in Nuovo Papa, cesella atmosfere da hip-hop transalpino in Parati le spalle, assembla funk in Regole, porta la Cinecittà degli anni ‘60 in Grezzo Poema, intinge nel soul il minimalismo ritmico della splendida Put Me Down per poi solcarla con un “acerbo” e anticonvenzionale rap d’autore, in cui l’aggettivo acerbo sta a indicare un paradossale plusvalore di personalità per il pezzo, molto prima e molto più che un difetto.

E se Del porta il genio Don Joe ci mette la regolarità di chi non sbaglia quasi mai una strumentale: che si tratti di alzare un muro di suono come in Popolare, di rifarsi alla tradizione di Serpi e Chiedi alla polvere o di fornire l’elettricità di You Know Na-Mi e Accendini e Benzina; il producer di Bresso è sempre on point e complementare alle idee e alle attitudini del suo “partner in crimes” italo-angolano.

Il duo è così ben rodato che alla fine non ci si rammarica nemmeno troppo di sentire Shablo al lavoro su due tracce appena (a questo giro buoni e non di più i suoi beat) e Bassi Maestro sul solo remix di Popolare che riesce a reinterpretare con un buon groove facendo leva su una sezione ritmica trascinante.

In conclusione mi preme aggiungere, specie in considerazione del sito su cui vi trovate: che Roccia rappresenta, a giudizio dello scrivente, una di quelle poche e felici fughe dall’amatorialità e dall’improvvisazione a cui troppo spesso il rap italiano si- e -ci abitua, in forza di un sound (e la musica è preliminarmente questo) competitivo con le scene internazionali di maggior rilievo.

La Dogo Gang e i suoi ospiti dimostrano di essere tra i pochi in Italia ad avere quel genere di know how professionale che rende un prodotto musicale realmente in grado di intrattenere e di non smarrire, coll’accumularsi degli ascolti, la godibilità del primo impatto.

Sfuggire a questa constatazione, non per questioni di gusto personale ma semplicemente per soffermarsi con morbosità sugli aspetti puramente contenutistici di un prodotto dimostra una preoccupante amatorialità nell’ascolto che, lasciando perdere i soliti microscopici discorsi sulla scena , non va a beneficio della de-provincializzazione della cultura musicale in genere nel nostro paese.

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