Riptiders: l’intervista

by • 23/07/2018 • IntervisteCommenti disabilitati su Riptiders: l’intervista309

La reggae band sarda si racconta a Hotmc, in seguito al debutto discografico Vol. 1

Haile Anbessa: cominciamo parlandomi di Vol. 1…
Riptiders: Vol.1 è il nostro primo album. Nasce dalla nostra collaborazione con Antonio “PapaN’Tò” Leardi, già producer dei Train to Roots. Avevamo da tempo l’idea di creare un disco che potesse rappresentarci e quando la nostra strada ha incrociato quella di uno dei migliori producer presenti attualmente sulla scena ci è sembrato il momento giusto. A livello di tematiche, ci piace definire “Vol.1” come un’istantanea dei tempi che viviamo. La globalizzazione promette dinamicità ed iperconnettività, ma in realtà ci restituisce solo distacco. Tutto questo tende a farci sentire inadeguati, perennemente fuori luogo. L’unica cosa che ci rimane da fare è provare a ribellarci a tutto questo, trovando la forza nelle cose semplici e nei rapporti veri, tangibili.

H.A.: raccontatemi la vostra esperienza con Musicraiser…
R.: è stata un’esperienza che non può che essere definita fantastica. E’ uno strumento che funziona e che ha dato modo ai nostri ammiratori di poterci aiutare nella realizzazione dell’album. E’ stato bello vedere la loro risposta immediata, visto che la certezza della chiusura positiva della campagna di crowdfunding è arrivata dopo soli tredici giorni su sessanta disponibili. E’ stata veramente una bella sorpresa.

H.A.: come è nata la band?
R.: nasciamo nel 2012. In quel momento gran parte di noi veniva da esperienze precedenti, in alcuni casi anche molto differenti da ciò che facciamo ora. Ciò che ci ha unito è stata senza ombra di dubbio la passione verso la musica Reggae, vero comune denominatore tra noi. Da quel momento, giorno dopo giorno, concerto dopo concerto è nato quello che sono ora i Riptiders.

H.A.: come descrivereste il vostro sound?
R.: è una domanda alla quale è sempre difficile rispondere. Diciamo che principalmente quello che cerchiamo di fare è trovare un modo tutto nostro d’interpretare il genere, facendo in modo di non essere chiaramente etichettabili. Questo non significa che il nostro obiettivo sia essere a tutti i costi diversi da altri, ma che semplicemente facciamo musica così come la sentiamo, senza preconcetti. Lasciamo giudicare chi ascolta, com’è giusto che sia.

H.A.: chi sono i vostri modelli musicali di riferimento?
R.: negli anni di formazione dal punto di vista musicale sono stati tanti gli artisti di riferimento, ma quelli che hanno avuto sicuramente maggiore influenza su noi sono stati senza ombra di dubbio gli Steel Pulse e i Morgan Heritage, senza dimenticare gli imprescindibili Wailers.

H.A.: con chi vi piacerebbe collaborare?
R.: oltre gli artisti appena citati, ci sarebbero tante collaborazioni che ci piacerebbe realizzare. Forse una delle più interessanti sarebbe con gli Africa Unite: sentire per esempio una voce carismatica come quella di Bunna in un nostro brano sarebbe un
sogno che si realizza.

H.A.: vi piace più esprimervi in italiano o in inglese dato che il disco ha entrambi gli
idiomi?
R.: non abbiamo una preferenza particolare verso l’italiano o l’inglese. Sono lingue che hanno una musicalità differente, quasi agli antipodi. Una, insieme al Patois, è risaputo essere la vera lingua del nostro genere, tanto da rendere l’inglese e il Reggae quasi imprescindibili l’uno dall’altro. L’italiano in levare invece possiamo definirlo una sfida, un esperimento che va avanti da quasi quarant’anni, anche se in alcuni casi perfettamente riuscito. Nel nostro caso semplicemente ci sono dei testi che nascono in italiano ed altri che nascono in inglese. E lo riteniamo un valore aggiunto, perché proprio per la loro diversità a livello sonoro e fonetico ci sono dei messaggi che sono più immediati e diretti in inglese ed altri in italiano. In definitiva, se il brano ci
convince, allora vede la luce, a prescindere dall’idioma delle liriche.

H.A.: perché avete scelto anche di inserire una traccia dub?
R.: in questo caso l’idea è stata del nostro producer. Aveva intenzione di realizzare una dub version de La Differenza e noi abbiamo accettato subito. Abbiamo apprezzato il fatto che volesse come mettere un’ulteriore firma su questo album ed è stato bello sentire rielaborato un nostro brano, vedere una nostra creatura vestire un abito nuovo, diverso.

H.A.: state già lavorando a qualcosa di nuovo?
R.: assolutamente si. Abbiamo, praticamente senza sosta dall’uscita di “Vol.1”, iniziato
ad elaborare del materiale che potrebbe far parte del nostro secondo disco. Vediamo
dove ci porterà la musica stavolta.

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