Report: Kill The Vultures live a Ravenna – 13/12/2005

by • 13/12/2005 • ArticoliComments (0)642

Annunciati dall'italica stampa alternativa come il nome nuovo dell'out/hip hop americano, (per intenderci roba tipo Anticon, Dalek e via dicendo) tanta era la curiosità di vedere dal vivo questo multietnico quartetto hip hop del Minnesota.

Premessa: francamente, ascoltando il disco in maniera superficiale e dopo tutto quel polverone alzato dalla critica di settore son rimasto basito, niente di così geniale per le mie misere orecchie, soltanto tre mc che sputavano liriche come degli Aesop Rock al rallentatore su beats di oscura matrice jazz-swing. Solo con il proseguire degli ascolti il disco è man mano cresciuto ed ha iniziato ad avvolgere la mia stanza con le sue musiche fumose e i suoi flussi irregolari. Il live di questa sera ha fugato ogni mio dubbio, magari pure un po' snobistico, sui Kill The Vultures.

La location è il Bronson di Ravenna, locale che da qualche anno porta nella provincia romagnola il meglio della musica indipendente e che spesso ospita e organizza eventi hip hop (basti ricordare il grandioso live dei Cor Veleno quest'estate), il pubblico non è certo quello delle grandi occasioni ma nel proseguo della serata sarà comunque uno degli elementi fondamentali. Un'oretta di selezione ad opera di Dj Nada del Lato Oscuro della Costa e verso le undici si presentano sul palco i quattro ragazzi di Minneapolis: tre al microfono, uno accovacciato sull'MPC. Parte "Lovin' You Dangerous" il pezzo che apre il disco: Anatomy martella ritmicamente i pad dell'MPC mentre gli mc's aggrediscono il microfono e si lanciano in improbabili danze ibride, grande teatralità nei gesti e il rapping è molto più irruento che su disco. Qualcuno ha scritto "voci bianche dense di negritudine" ed è proprio così.

Il concerto segue la scaletta dell'album e quando si arriva a "7-8-9" scatta spontaneo il paragone coi Beastie Boys, i tre si dimenano sul palco mentre incastrano le loro voci sopra un beat percussivamente ossessivo, uno di essi da pure un pugno all'asta e fa partir via il microfono, è una performance viva e pulsante. E' hip hop di quello buono e il pubblico, non certo composto da b-boys, sembra gradire. Segue "Good Intentions" e al momento dell'assolo di tromba il palco si suota lasciando concentrare la gente su una delle parti strumentali più coinvolgenti di tutto il disco. "Sick Days Are Upon Us" sfuma in un battito di mani del pubblico che viene usato come beat dai rappers, Anatomy ci ricama sopra suonando il suo MPC e parte una session improvvisata e piena di cambi di tempo coi tre a mostrar le proprie tecniche adattandosi alle scorribande del beatmaker con stile e musicalità, "Howl n' Heal" è un oscuro swing che fa muovere la testa e le gambe, suoni freneticamente pulsanti, con una strana energia dentro. Chiude il concerto un'altra session d'improvvisazione e uno dei tre chiede ai presenti se c'è qualcuno che vuol salir sul palco, sale timidamente Moder del Lato Oscuro della Costa, qui in veste di fonico del locale, che jamma in freestyle sul beatbox di Advizer tra gli applausi del pubblico.

Un concerto hip hop fuori dai canoni ma quantomai dentro ad essi, l'ennesima conferma dell'origine multiforme di un genere musicale che ha la capacità continua di rinnovarsi e che, se fatto nella giusta maniera, sa coinvolgere ogni tipo di pubblico.

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