Ras Santo: l’intervista

by • 21/02/2022 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Ras Santo: l’intervista911

Marco, meglio conosciuto con lo stage name Ras Santo, è un autentico rootsman che, con i Red Stripes prima e i Trees poi, tiene alto il vessillo del conscious reggae. Per chi non lo sapesse è anche il Rasta del collettivo di Propaganda, trasmissione che va in onda su La7 ogni venerdì in prima serata. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista riguardante la sua musica e i suoi progetti, dimostrando grande gentilezza, umiltà e conoscenza della musica reggae.

Haile Anbessa: cominciamo con una nota di colore. Come è nato il tuo rapporto con la televisione?
Ras Santo: guarda è nato tutto un po’ per gioco e per caso e proprio per questo continuo infatti a divertirmi. Ora sono segretario di produzione di Propaganda su La7 e ogni tanto protagonista di qualche sketch o di qualche servizio ma non mi prendo mai troppo sul serio. Il tutto è cominciato quando la trasmissione Gazebo sulla Rai cercava un runner. Io neanche quasi sapevo esattamente cosa fosse, anche se all’epoca ero già coinvolto nell’organizzazione di eventi per un centro sociale qui a Roma. Da qui è cominciato il tutto.

H.A.: passiamo ora a parlare della musica. Come hai iniziato a cantare? Come sei entrato in contatto con l’universo del reggae?
R.S.: ho cominciato a cantare agli inizi degli anni Duemila con una band che si chiamava Red Stripes. Questa band ha raggiunto ottimi risultati come realizzare featuring con grandi artisti e vincere anche il contest italiano del Rototom Sunsplash nel 2006, aprendo il festival in quell’anno. Chiuso questo capitolo ho iniziato questo nuovo percorso con i Trees su cui conto molto, nonostante le difficoltà legate alla pandemia. Siamo già usciti con un singolo e video intitolato The Event e stiamo lavorando da un po’ anche agli altri pezzi. Anticipo che il secondo singolo in arrivo sarà intitolato Gimme the Lighta e tratterà naturalmente di un tema d’attualità quale quello della legalizzazione. Lo faremo uscire a breve.

H.A.: tutto questo lavoro è preludio di un album?
R.S.: per il momento non parliamo di un concept album quanto più di una raccolta di singoli, alla maniera di Alborosie con Soul Pirate. Al supporto fisico però ci teniamo ancora molto quindi spero che almeno un singolo verrà stampato su vinile.

H.A.: chi sono i tuoi modelli musicali? Che genere ti piace ascoltare o fare?
R.S.: domanda amplissima. Ho cominciato a sentire Bob Marley a dodici anni e da là si è aperto un mondo. Ho ricevuto una vera e propria illuminazione. La stessa sensazione a distanza di anni l’ho riprovata con i Midnite di Benjamin Vaughn. La scena black mi piace tutta, dal roots agli esperimenti che fa Dj Khaled con Sizzla e Capleton. Il secondo singolo infatti andrà un po’ in quella direzione. Cito anche il revival giamaicano con artisti come Jesse Royal, Protoje, Chronixx e Koffee che spingono anche artisti più giovani dei loro collettivi. Facendo musica, io stesso sono dovuto uscire un po’ dal solito ascolto del roots anni Settanta e ho tentato di evolvermi. Bisogna essere aperti a tutti e ascoltare tutti, nella musica come nella vita e nella spiritualità. Rasta mi ha insegnato questo. Guarda ad esempio Damian Marley. Al primo ascolto del suo album Halfway Tree, sapendo che si trattava di un figlio di Bob, inizialmente sono rimasto un po’ stranito da quelle sonorità. Poi ho capito che lui era già avanti e infatti ha vinto praticamente di tutto.

H.A.: con chi ti piacerebbe collaborare?
R.S.: guarda, adesso come adesso il primo nome che ti farei è quello di Alborosie. Ho avuto anche la fortuna e il piacere di essere il promotore della sua esibizione a Propaganda che poi si è concretizzata naturalmente grazie a Diego Bianchi. Una delle sue poche cose fatte in tv. Un po’ di reggae in prima serata. Da quest’incontro mi sono reso conto di che artista eccezionale sia e soprattutto di che persona umile sia. Finora sono comunque soddisfatto visto che ho già fatto un feat con Mykal Rose, uno con Max Romeo e uno con U-Roy e Big Youth assieme sullo stesso pezzo, cosa più unica che rara. Sono già soddisfatto quindi di ciò che ho realizzato ma dovesse capitare una cosa con Albo ne sarei molto contento. Per i prossimi pezzi con in Trees non è previsto ancora nessun feat.

H.A.: come è nato il tuo stage name Ras Santo?
R.S.: (ride). È una cosa che risale alle scuole medie. Diciamo che ero sempre molto disponibile con tutti, un favore non le negavo mai a nessuno e quindi tutti mi chiamavano santo. Da qui questo nomignolo mi è rimasto appiccicato addosso.

H.A.: come vedi la situazione del reggae in Italia?
R.S.: non in maniera molto positiva. Qui a Roma ad esempio fino al 2010 c’era un grande movimento, molto attivo con band e sound che suonavano in continuazione. Il Covid ha dato la mazzata finale a tutta la musica in generale e a quella undeground in particolare. Tantissimi artisti che vivevano di musica adesso si sono dovuti reinventare in altro. Lo Stato non ci ha tutelati a dovere. Il reggae è diventato più mainstream, ma con episodi che non sono vero reggae e soprattutto che non diffondono un certo tipo di messaggio positivo.

H.A.: tocchiamo ora il campo della spiritualità. Che cosa significa per te essere Rasta?
R.S.: mi fa molto piacere rispondere a questa domanda, anche perché a volte si può fare un po’ di confusione sull’argomento. Io tento di essere una persona umile ogni giorno. Il tutto è nato in maniera naturale, non ho mai deciso di punto in bianco di diventare rasta. È successo in maniera naturale e graduale. È un passaggio che viene con l’esperienza e come diceva Marley non ci diventi ma ci nasci. Tramite i testi di Marley ho scoperto questo tipo di spiritualità. Al mio primo Rototom nel 2000 ho visto i primi veri gathering rasta anche di bianchi e quindi ho rafforzato le mie convinzioni tramite questa visione. Da là ho lasciato crescere i dreadlocks e ancora non me li sono tagliati (ride).

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