Rapropos: intervista a Luca Gricinella

by • 30/04/2012 • IntervisteComments (1)1318

Il rap francese è un universo talmente ampio e variegato che scandagliarlo tutto è davvero difficile. Un ottimo punto di partenza per cominciare a scoprirlo arriva dall’Italia, ed è un libro: si intitola Rapropos, esce per Agenzia X e lo ha scritto Luca Gricinella, giornalista musicale specializzato in rap e affini (tra le varie testate per cui scrive, Rumore e Alias de Il Manifesto), che ha vissuto a Parigi e frequenta con regolarità la Francia. Un lungo reportage dedicato al passato e al presente di un intero movimento, che spiega in maniera esaustiva e appassionante il perché oltralpe il rap è il genere musicale principale, quali sono le sue carte vincenti e molti altri retroscena e curiosità inediti. Musica e politica si intrecciano strettamente, da quelle parti, ed è difficile spiegare l’una senza raccontare l’altra: ecco perché, alla vigilia delle elezioni presidenziali che riconfermeranno o manderanno definitivamente a casa Sarkozy, abbiamo incontrato l’autore per scambiare quattro chiacchiere sulla scena hip hop più importante d’Europa (e sul perché i politici la temono così tanto).

Blumi: Come sei approdato in Francia, innanzitutto?

Luca Gricinella: Mi sono trasferito a Parigi nel 1996 e ci ho vissuto circa un anno. All’epoca avevo ventitré anni e avevo parecchi mesi liberi tra la fine del servizio civile e l’inizio della scuola di cinema, a cui volevo iscrivermi: dovendoli impiegare in qualche modo, ho pensato di raggiungere un mio amico che faceva l’Erasmus lì. Il mito di Parigi ce l’avevo da sempre, essendo anche appassionato di rock francese: negli anni ’80 era una scena davvero viva, basti pensare a gruppi come i Mano Negra, che quando ero ragazzino erano considerati gli eredi dei Clash. Quando abitavo lì mi capitava di girare per la città e ritrovarmi a frequentare gli stessi locali di questi rocker molto noti, che si mescolavano tranquillamente alla gente. Ma purtroppo all’epoca quel fermento era già piuttosto agonizzante: l’amministrazione cittadina aveva messo in atto da tempo una repressione ai danni della vita notturna e dei locali alternativi, sotterranei, a volte occupati. C’era ancora grande vivacità nell’ambiente delle radio, però: Radio Nova, ad esempio, che è un’emittente locale molto conosciuta, trasmetteva tantissimo hip hop, e io registravo religiosamente tutti i loro programmi su cassetta. Ho scoperto solo dopo che gli speaker e gli ospiti di turno erano personaggi fondamentali della scena hip hop francese, come Joey Starr degli NTM, Dee Nasty e tanti altri.

B: Il rap francese, quindi, l’hai scoperto sul posto oppure lo conoscevi già?

L.G.: All’epoca la mia vera passione era il rap italiano: la scena francese l’ho approfondita soprattutto abitando lì. In realtà, però, il rap francese l’avevo già scoperto in Italia da Rumore, che è sempre stata la mia rivista musicale di riferimento. L’hip hop, nazionale e internazionale, era sempre presente sulle loro pagine: in particolare, avevano parlato molto bene di Rapattitude, che è stata la prima compilation rap/raggamuffin a emergere all’epoca (è uscita nel 1990 per l’etichetta Labelle Noir, ndr). Una volta a Parigi ho cominciato a comprare qualche vinile, dal più banale e universalmente conosciuto Mc Solaar a Ménélik, NTM, IAM e tutti gli altri. In città, però, non si percepiva ancora tanto la presenza dell’hip hop: all’epoca la gente che frequentava la scena musicale era più orientata verso il rock, oggi a farla da padroni ci sono i “ritmi”.

B: Da dove nasce l’idea del libro?

L.G.: Sul mio blog Blaluca, dove mi occupo soprattutto di sottoculture urbane, parlo spesso di vicende legate alla società e alla musica francese, e ho notato che l’argomento interessava anche alcuni insospettabili. Per questo ma non solo ho pensato di approfondirlo e, anche grazie a U-Net (l’autore di Bigger than hip hop, Renegades of funk e molti altri libri sull’hip hop, ndr), ho provato a presentare il progetto ad Agenzia X, che si è dimostrata molto interessata al taglio. Senza dimenticare che la coincidenza delle imminenti elezioni in Francia senza dubbio ha giocato a favore della mia idea. E così eccoci qui! (ride)

B: Leggendo il tuo libro abbiamo scoperto che in Francia non è solo il rap a interessarsi di politica, ma è anche la politica che si interessa molto al rap, vedi le querele di Sarkozy ai danni di diversi rapper e i lunghi dibattiti sulla stampa. Perché questo rapporto così stretto e unico nel suo genere?

L.G.: Secondo me dipende dal fatto che la società francese vive ancora un conflitto forte e irrisolto con il colonialismo, un capitolo importante della sua storia. Tant’è che i cittadini di origine africana, ormai trapiantati in Europa da tre o quattro generazioni, vengono ancora chiamati da molti “i nuovi francesi”; un’assurdità. Queste persone hanno scelto come mezzo di espressione il rap, e ovviamente i messaggi che veicolano e i modi con cui li esprimono generano grande clamore. Negli anni ’90 l’hip hop è letteralmente esploso, soprattutto grazie ad alcuni artisti provenienti dalle banlieue, che ne denunciavano le condizioni di vita: non era politica, era storytelling basato sulla loro esperienza, ma ovviamente chi governava ha recepito la cosa in modo diverso. Oltretutto, quella delle periferie francesi è una situazione molto più complessa di quello che sembra. Ad esempio, leggenda vuole che nelle banlieue ci vivano solo gli immigrati e i loro discendenti: non è vero, anzi, c’è una discreta percentuale della popolazione che è costituita dai cosiddetti “francesi di ceppo”. Inoltre, esistono zone ricche e zone povere, come capita nei sobborghi di ogni città del mondo: quelle che noi identifichiamo con la parola banlieue – quelle che si vedono nel film L’odio, per intenderci – sono in realtà le cosiddette cité, ovvero città a sé costituite da casermoni-dormitorio e pochi altri servizi.

B: In generale, il rap come viene percepito?

L.G.: Il francese medio di solito è molto infastidito dai messaggi (spesso molto forti) che lanciano i rapper. C’è un pezzo dei Tandem, un gruppo della banlieue parigina, che secondo me in questo senso è molto emblematico, e recita “Fotterò la Francia fino a quando mi amerà”. Si tratta di canzoni che, nella patria dello sciovinismo, sono come un pugno nello stomaco; soprattutto per quella destra che si accorge con sconcerto che anche i suoi borghesissimi figli adolescenti si appassionano a questo rap, con il rischio che si generi una sorta di effetto di emulazione. È una musica popolarissima, vende centinaia di migliaia di copie, è spesso ospite dei mass media… Insomma, è percepita come un fattore di rischio e instabilità da alcuni politici, che così (a destra, ma un po’ anche a sinistra con i socialisti) finiscono per querelarne gli interpreti. Anche se la maggior parte delle querele sono scatenate dai versi contro la polizia, più che dai versi contro il Paese. E ci sarebbe da aprire un capitolo a parte sulla presenza della polizia nelle banlieue, unica rappresentante di uno stato estremamente repressivo. La scena d’oltralpe è quella con il più alto tasso di impegno sociale, ma ripeto, molti rapper non vogliono fare politica, raccontano semplicemente la loro vita e la loro storia.

B: Ma davvero la scena francese è ancora così socialmente impegnata, oggi? Come dicevi tu è estremamente sdoganata: l’aspetto mainstream del fenomeno è importantissimo. Basti pensare a Skyrock, l’unica radio nazionale dedicata solo all’hip hop, che per impegno sociale e messaggi veicolati è paragonabile all’attuale Mtv (cioè zero). O al fatto che uno dei rapper più famosi attualmente è Rockin Squat degli Assassin, fratello di Vincent Cassel e rampollo di una dinastia di attori e artisti: non certo un proletario…

L.G.: Certo, ci sono stati parecchi tentativi di semplificare il messaggio dell’hip hop rendendolo innocuo, ma secondo me sono tutti falliti. Le azioni repressive hanno fatto più pubblicità che altro al rap: basti pensare a Sarkozy che porta in Assemblea Nazionale il caso di un gruppo di rapper semisconosciuti ai più, gli Sniper, obbligando di fatto tutti i giornali e i TG a occuparsene… Detto questo, è vero, esiste Skyrock, però è anche vero che i rapper si lamentano molto spesso della sua selezione, che cerca di trasmettere solo hip hop all’acqua di rose, escludendo di fatto la maggior parte delle canzoni valide (Akhenaton dice che dipende dagli acquirenti degli spazi pubblicitari). Ma alla fine nella società francese “pesa” molto di più quel tipo di rap che si guadagna credibilità e visibilità entrando nelle cronache: ogni volta che c’è una rivolta in banlieue sono i rapper a fare da opinionisti e intermediari, perché i media sono totalmente impreparati sul fenomeno. È l’attualità che chiama in causa l’hip hop, perché è la voce degli esclusi. Nelle cité è pieno di atelier e laboratori gestiti da educatori che insegnano ai ragazzini a fare beat e scriverci sopra le proprie rime: ne ho visitato uno quest’estate e c’erano bambini di otto, nove anni, che hanno già come punto di riferimento questo genere musicale e hanno ben chiaro il tipo di messaggio che vogliono mandare, un mix molto forte di denuncia e rabbia.

B: Secondo te una situazione del genere sarebbe replicabile in una nazione diversa dalla Francia? Perché, per esempio, in Italia non è andata così?

L.G.: L’assetto sociale francese ha contribuito tantissimo a portare il rap alla ribalta. Secondo me, però, il vero segreto è che il rap oltralpe è riuscito ad affermarsi in un momento storico, gli anni ’90, in cui c’era molto fermento a livello internazionale. Anche in Italia era preso in considerazione anche al di fuori del circuito musicale: basti pensare al programma della Dandini, che ospitava ogni settimana un gruppo rap. Da noi, però, tutto è morto improvvisamente: sembrava che con SXM avessimo raggiunto l’apice e poi non sapessimo più cosa fare e come muoverci… oltre alla nostra passione per le polemiche interne. In Francia, invece, c’è stato uno zoccolo duro di pubblico che ha contribuito a mantenere alta l’attenzione, e le due grandi metropoli europee come Marsiglia e Parigi hanno fatto da catalizzatore e da laboratorio, dando un’identità banlieusard al rap. Difficile replicare quella situazione in un’altra nazione: in Paesi molto vicini e in parte francofoni, come il Belgio o la Svizzera, il fenomeno ha una portata molto minore, anche per l’assenza di vere e proprio metropoli cosmopolite dal respiro internazionale. C’è da dire infine che la legge francese impone alle radio di trasmettere una buona percentuale di musica nazionale, cosa che in qualche modo, volenti o nolenti, favorisce la diffusione anche del rap.

B: Nel tuo libro parli di due casi emblematici e opposti, a modo loro davvero curiosi: il primo è quello del rapper Don Gynéco…

L.G.: Una storia che ha fatto molto discutere. Doc Gynéco negli anni ’90 è stato uno dei rapper più commerciali e pop, ed era ormai passato di moda da tempo quando in pratica è stato assunto dal team di comunicazione di Sarkozy come tramite per creare un rapporto con le banlieue. Ai tempi il futuro presidente era letteralmente in guerra con le periferie: tutto era cominciato nel 2005, quando durante il suo mandato di ministro dell’Interno era andato in una banlieue e aveva chiamato gli abitanti racaille, una parola che vuol dire “feccia”, ma che utilizzata in quel contesto era più o meno come chiamare nigga un afroamericano. Per cercare di recuperare consensi ha fatto un tentativo molto goffo: si è presentato ai media affermando che lui e Doc Gynéco (che, per intenderci, è un personaggio con la stessa credibilità artistica e sociale dell’ultimo Coolio, ndr) avevano scoperto di essere molto amici e di condividere gli stessi valori. Dopodiché Doc Gynéco ha perfino scritto un libro, intitolato “I grandi spiriti si incontrano”, per raccontare la sua supposta amicizia con Sarkozy: pura propaganda elettorale, ovviamente. Nel libro, tra le altre cose, affermava di essere sempre stato di destra, ma di averlo capito solo recentemente: dopo questa uscita è stato boicottato dai fan e criticato dai media, col risultato che la sua carriera già traballante è colata del tutto a picco.

B: L’altro personaggio di cui parli diffusamente, del tutto diverso rispetto al precedente, è Médine…

L.G.: Si tratta di un rapper molto più underground, conscious e impegnato. La religione islamica è estremamente presente nella sua vita, basti pensare che il suo logo mostra un minareto e che uno dei suoi album più famosi si chiama Jihad: nonostante questo, però, non è uno che fa proselitismo o propaganda religiosa, ma parla soltanto del suo ambiente di provenienza, dei suoi valori. È difficile immaginare cosa succederebbe in Italia o anche solo in America se qualcuno intitolasse un album Jihad. Il sottotitolo del disco, però, recita La più grande lotta è contro se stessi, dimostrazione del fatto che non inneggia a guerre religiose: in Francia questo tipo di messaggio è stato capito e anche più o meno accettato. Lui ha un’esposizione mediatica decisamente minore rispetto a Doc Gynéco, ma quando è finito alla ribalta ha conquistato un buono spazio su tanti giornali. In Francia per un rapper è facile finire sui quotidiani nazionali: quest’estate ho conosciuto una signora più o meno settantenne che conosceva benissimo Joey Starr e la sua vita, perché aveva letto gli articoli su di lui pubblicati da Le Monde. In Italia sarebbe impossibile.

B: Nel libro parli anche di calcio, e in particolare della nazionale francese. Che cos’ha in comune con il rap?

L.G.: L’assenza dello Stato nelle cité ha prodotto veri e propri paradossi: il sistema scolastico funziona malissimo e, come dice La Rumeur, ti convincono che non conti niente fin da quando sei bambino. I veri punti di riferimento sono il rap, la religione islamica e il calcio: è una delle vie di uscita possibili dal ghetto, come dimostrano le storie di tanti campioni come Zidane o Benzema. Nello specifico, nel libro io ne parlo per via di alcune dichiarazioni rilasciate in coppia da Booba e Anelka e per la denuncia che tanti rapper, Akhenaton prima di tutto, avevano fatto riguardo alla nazionale francese. Akhenaton dice che fin quando la squadra vince nessuno si preoccupa delle origini o della religione dei suoi componenti, mentre non appena perde tutti tirano fuori il problema: non sono abbastanza affezionati alla patria, hanno identità troppo diverse per poter coesistere e altre argomentazioni simili… È un tema molto sentito, tanto che nel 1998, quando vinsero i mondiali, Le Pen si era rammaricato del fatto che ci fossero così pochi “francesi” in squadra.

B: Una cosa di cui invece non parli in Rapropos è la commistione musicale: ci sono decine di sottogeneri, come lo zouk o il Raï’n’B, che esistono solamente in Francia e mescolano elementi urban a elementi di musica tradizionale africana…

L.G.: Secondo me succede perché c’è una fortissima familiarità con la musica black, nel senso più ampio del termine: il funk e il soul sono conosciuti in maniera universale, i gruppi e i concerti sono numerosissimi. Per fare un esempio banale su un film uscito un paio di mesi fa al cinema, il protagonista di Quasi amici, commedia che si basa su solidi cliché, è un appassionato di musica nera anni ’60 e ‘70, e non di rap, proprio perché è una cosa normale e credibile là (anche se viene il dubbio che se lo avessero dipinto come un appassionato di rap, il personaggio sarebbe piaciuto di meno). Le persone di origine africana continuano ad avere un rapporto molto forte con il continente di provenienza, sia perché è vicino e spesso ci tornano in vacanza, sia perché tengono molto al proprio retaggio musicale e culturale. Queste commistioni sonore nascono così da sempre, e credo che presto cominceranno a nascere anche in Italia: sul mio blog, per esempio, parlo di PepeSoup, un gruppo di Roma che unisce i bassi tipici dell’Inghilterra contemporanea ai ritmi tradizionali africani, e il risultato è potentissimo.

B: Restando in tema di cinema, un altro film di cui parli diffusamente nel libro è Polisse, che ha anche vinto un premio a Cannes. Cos’ha di particolare?

L.G.: Il film parla di un reparto della polizia che si occupa di tutela dei minori. Quando ho iniziato a vederlo sono rimasto basito, non volevo crederci, ma alla fine ho dovuto convincermi: quello sullo schermo nei panni di un poliziotto era proprio Joey Starr degli NTM, che musicalmente si è fatto conoscere proprio grazie alle sue invettive contro la polizia (come il brano Police)! (ride) Anche nella sua autobiografia si scaglia senza mezzi termini contro le forze dell’ordine: equivocare la sua opinione sulla materia è impossibile anche perché ribadisce il suo disprezzo, comprensibile per chi è cresciuto nelle cité, ogni volta che lo interpellano. Eppure… Il film ha creato anche delle polemiche molto intelligenti e costruttive, ad esempio sul fatto che gli agenti, pur di “salvare” i minori da potenziale violenza, violano alcune regole restringendo così la libertà degli individui sospetti (adulti, chiaramente). Ma non è per questo che Joey Starr ha accettato la parte: ha dichiarato che non ha cambiato idea sulla polizia, che ha deciso di partecipare al film perché ormai fare l’attore è uno dei suoi due mestieri principali (l’altro sapete qual è). Insomma, è un po’ come se avesse voluto affermare che lui può permetterselo, anche per la credibilità che si è guadagnato tra i patiti di rap di almeno due generazioni.

B: Last but not least: secondo te chi vincerà le elezioni in Francia, al secondo turno?

L.G.: Credo che il prossimo presidente sarà il candidato del partito socialista, Hollande, anche se Sarkozy ha avuto un’importante rimonta nei sondaggi negli ultimi mesi. Quelle francesi sono statistiche complesse, anche perché molto dipende da quello che faranno gli elettori di sinistra del Front de Gauche e gli estremisti di destra del Front National, che saranno determinanti al ballottaggio. Sarkozy tende la mano da sempre a questa e ad altre realtà di estrema destra proprio perché conosce la forza acquisita dai Le Pen, padre e figlia, soprattutto in questi ultimi dieci anni. In ogni caso, secondo i dati attualmente disponibili l’astensione delle banlieue sarà ancora molto forte, nonostante le campagne (spesso patrocinate da rapper) che invitavano i giovani delle periferie ad andare a votare. Hanno la percezione che cambiare presidente incida davvero poco sulla loro vita, perciò non ci provano neanche. Disillusione totale.

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