Rancore: l’intervista

by • 10/07/2018 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Rancore: l’intervista29

Immergersi nella poetica di Rancore è come fare un tuffo nella Fossa delle Marianne: profondità abissali, affascinanti, sconosciute, mai esplorate prima, spesso talmente oscure e remote che non riusciamo a comprendere a fondo ciò che percepiamo. Man mano che andiamo a fondo incontriamo creature sempre più complesse e magnifiche, a volte spaventose, altre semplicemente commoventi nella loro perfezione. Creature che possono esistere solo in quell’ecosistema, che non è stato creato da madre Natura, ma da un rapper classe 1989 che non cessa mai di impressionare per la sua abilità tecnica e la sua capacità narrativa. Se finora era (quasi) sempre stato accompagnato da dj Myke, in un sodalizio che durava ormai da dieci anni, nel 2018 ha deciso che i tempi erano maturi per provare a fare da solo; il risultato è l’album Musica per Bambini e tanto per cambiare, indovinate un po’, è stupefacente, in tutti i sensi. Quando lo raggiungiamo al telefono è reduce dalle prime date del tour. (Continua dopo la foto)

Blumi: È il primo disco che concepisci interamente da solo…

Rancore: Esatto. Forse si potrebbe dire che Segui Me fosse effettivamente il mio primo disco solista, ma lì ero davvero un bambino! (ride: Rancore aveva 17 anni ai tempi dell’uscita dell’album in questione, ndr) Sicuramente lavorare da solo è una bella responsabilità, anche perché arrivavo da un’esperienza unica e molto profonda come quella con dj Myke, che a parer mio è il produttore migliore che abbiamo in Italia. Con lui sono riuscito ad imparare davvero cos’è la musica, in tutta la sua complessità. Ma è stato proprio lo studio che ha fatto con lui a farmi sentire pronto a curare la direzione artistica di un album: dire che sono stato il produttore di Musica per Bambini mi sembra un parolone, ma sicuramente ne sono stato il direttore d’orchestra. Anche nei testi sono stato senz’altro più aperto, mi sono esposto molto di più. Si può dire che queste canzoni siano un po’ una confessione, uno striptease di sentimenti.

B: Restando per un attimo sull’aspetto musicale, nei crediti non troviamo i soliti noti, ma una sfilza di nomi e cognomi spesso mai sentiti prima in ambito hip hop: chi sono le persone con cui hai lavorato?

R: Le persone che si erano già occupate di rap, o comunque i nomi noti, sono delle eccezioni: 3D, dj Aladyn, Giancane… Non me la sentivo di chiamare nomi conosciuti alla scena, chiedendo a destra e a sinistra una produzione, perché non ho mai lavorato così. Volevo che ci fosse una sola persona a curare le musiche, e ho deciso di farlo io, assumendomene tutti i rischi. Per farlo, non essendo un musicista, ho cercato l’aiuto di persone che nel frattempo sono anche diventate miei cari amici: sono fuori dall’ambiente hip hop, ma molto affini a questo progetto e adatti a creare qualcosa di unico.

B: Hai scelto di pubblicare Musica per Bambini in maniera totalmente indipendente e autoprodotta. Come mai?

R: Già, fondamentalmente ho fatto tutto da solo, perché la Hermetic che è indicata come etichetta sul retro del disco in realtà sono io… (ride) Questo è un album provocatorio, con degli aspetti molto complessi, e proprio per questo motivo l’unica persona che ci ha creduto davvero fino in fondo ero io. Ovviamente mi sono avvalso di tanti aiuti, ad esempio di una distribuzione, ma per il resto ho voluto sganciarmi da un sistema discografico che prevede altre tipologie di argomenti e metodi di divulgazione: volevo essere completamente libero da ogni sovrastruttura. Era proprio un’esigenza mia.

B: Non è semplice, in effetti, uscire con un lavoro così complesso e intricato in un periodo in cui il rap che piace alle masse è costituito da poche parole ripetute in loop e distorte con l’autotune…

R: Già sapevo che non sarebbe stato facile, per mille motivi, e infatti nell’album lo spiego in varie canzoni. Però spesso c’è chi travisa del tutto le mie parole, soprattutto su questo tema. Per esempio, qualche giorno fa ho suonato a Milano e ho fatto un discorso molto cabarettistico sul fatto che la gente, quando rappa, si mangia le parole. Il mio era ovviamente uno scherzo, eppure qualcuno ha caricato un video su YouTube con il titolo “Rancore dissa la scena trap”. Ma io non ce l’avevo con nessuno, ho fatto solo una battuta: non ho mai fatto nessuna rima contro qualcuno in particolare, e non ho certo fatto un album per contrappormi a questa o quella corrente musicale. Anzi, il fatto che io faccia musica così complessa in un certo senso deriva dall’incapacità di fare cose più semplici: un po’ invidio chi ci riesce.

B: Beh, i tuoi fan ringraziano il cielo per la tua incapacità di fare cose più semplici: ci piaci così come sei!

R: E io ringrazio voi! (ride) Però è importante capirlo: ci vogliono grandi capacità (che io, appunto, non ho) anche per mettere due parole ripetute in loop sopra un beat e arrivare comunque alla gente. Proprio per questo, non mi verrebbe mai da criticare gli altri artisti. L’unica cosa che posso dire è che la piega che stanno prendendo le cose non corrisponde alla visione che ho io. Lo dico chiaramente in pezzi come Centro Asociale, Depressissimo o Questo Pianeta: mi sento un alieno incapace di comunicare con il mondo esterno. E sono davvero felice di essere riuscito a realizzare un disco in cui parlo proprio dell’incapacità di comunicare: un ossimoro, di fatto.

B: Proprio in Depressissimo dici “Quando sento le canzoni in radio voglio piangere / sembrano inquinate da bassissime frequenze”. Non è un dissing, chiaramente, ma anche lì non parli di nessuno in particolare?

R: Parlo di come moltissime canzoni giochino sull’emotività delle persone, ricamando su amori finiti o non corrisposti, e di come io non possa entrare in un bar a bermi un caffè senza farmi prendere male perché in sottofondo c’è il pezzo tristissimo del momento. E non è giusto, è una violenza: sembra che certa musica sia inquinata appositamente da una frequenza che arriva dritta al tuo inconscio e ti fa prendere male. Se già uno non sta bene, il fatto che la musica che lo circonda sia perennemente malinconica o addirittura disperata lo potrebbe davvero affossare. Per proteggerti puoi solo tapparti le orecchie, ma così facendo diventi poco ricettivo anche nei confronti della bella musica.

B: Anche tu, però, in questo disco ti lanci in qualche canzone d’amore malinconica (o magari sono io che le ho interpretate così). Giocattoli, ad esempio, sembrerebbe esserlo…

R: In realtà anche il significato di questa canzone rientra nel discorso dell’hermetic hip hop, che è il nome che ho dato al mio modo di fare rap. È una specie di punk cervellotico: punk perché faccio quello che voglio senza preoccuparmi troppo delle conseguenze, e cervellotico perché uso i simboli in maniera molto ragionata, con più livelli di significati. Giocattoli, in effetti, al primo impatto sembra una canzone d’amore: sembra che io parli di una ragazza che mi ha preso e buttato via. Ma in realtà ho cercato di descrivere la crescita di una ragazza, a prescindere da me. Nella prima strofa è una bambina, e io sono effettivamente il suo giocattolo: quando lei pensa lui si muove e si anima, come capita a tutti i bambini quando giocano. Nella seconda strofa è cresciuta, e sono un rossetto: non a caso la barra “sono scelto solamente se sto bene” ha un doppio significato, perché può parlare di un ragazzo come del colore di un rossetto. Nella terza strofa lei è cresciuta ancora di più e il suo modo di giocare è diventato autodistruttivo, come quello degli adulti: in questo caso divento una sigaretta, utilizzata solo in certi momenti. Alla fine, lei è talmente impegnata a diventare grande e a uscire con gli amici che quando torna a casa non si accorge neanche che sua mamma ha buttato via tutti i suoi vecchi giocattoli, e così si chiude la canzone. Questo è il vero significato di Giocattoli.

B: Impressionante, come storytelling!

R: Esatto, è uno storytelling: un racconto dal punto di vista di tre oggetti che vengono usati e poi – giustamente, perché questa ragazza ha il diritto di crescere e vivere la sua vita – accantonati. Ho cercato di dare un’anima a delle cose inanimate che non ce l’hanno. Ho scelto di raccontare la storia di una ragazza perché… Non so, forse perché la musica è femmina, in effetti. La musica è la mia ragazza. Vorrei che la musica mi trattasse meglio di quel giocattolo: che non mi scartasse dall’involucro in plastica del mio cd per poi usarmi, gettarmi via e dimenticarmi. Ed è questo, quello che racconto di me in questa canzone. Non la storia d’amore. Questo è l’hermetic hip hop di cui parlavo prima.

B: A questo punto, confesso che anche Sangue di Drago a un primo ascolto mi era sembrata una canzone d’amore. E invece?

R: E invece è una metafora del potere, che spesso inventa dei capri espiatori per distruggerli e ottenere ancora più vantaggi. Per farlo usa dei trucchi, come un mago che trasforma il principe azzurro in un drago, che verrà poi ucciso da un principe malvagio. E il principe malvagio, dopo essersi liberato del drago, sposerà la principessa e diventerà re, come in tutte le favole. Solo che non è un lieto fine, non è il trionfo dei buoni. In Sangue di Drago mostro il backstage della favola, gli attori senza i loro costumi, usandoli per spiegare qualcosa anche del mondo che ci circonda. (Continua dopo il video)

B: Per curiosità, quanto tempo ci metti a scrivere pezzi del genere, che hanno una profondità di significato davvero immensa?

R: Diciamo che può volercene tantissimo o pochissimo. Deve scattare qualcosa: per immedesimarmi in un rossetto posso metterci un attimo o giorni interi. In generale, però, quando trovo il mood giusto, la chiave per entrare nei panni dei personaggi che descrivo, poi non ci metto molto a scrivere la strofa.

B: Tra l’altro, ti capita mai di leggere le interpretazioni che gli utenti di Genius danno ai tuoi testi?

R: In generale cerco di tenermi un po’ lontano da ciò che la gente pensa delle mie canzoni: è più giusto così. Però sì, mi capita. A volte l’interpretazione che danno loro è più interessante di quella che in origine avevo dato io. Le mie canzoni sono uno specchio, e la gente ci vede dentro qualcosa di sé. Io ho fornito solo lo sfondo: ho costruito il muro, ci ho appeso lo specchio, ma la faccia riflessa, in definitiva, sarà sempre la tua, non la mia.

B: Cambiando argomento, tu sei fortissimo anche dal punto di vista del live, anche questo un aspetto un po’ trascurato ultimamente…

R: Il live è un modo per far comprendere a chi mi segue tutta la complessità di cui stiamo parlando. Spesso durante i miei concerti mi fermo a spiegare certi pezzi, non perché abbiano bisogno di spiegazione, ma per dare degli spunti in più. Anche i visual che mi accompagnano servono proprio a questo scopo. Alcune canzoni, come Arlecchino, diventano dei veri e propri spettacoli audiovisivi: mi piace portare un aspetto teatrale sul palco, allestendo una rappresentazione. Perfino i musicisti della band ne fanno parte, grazie ai costumi che indossano: se per lo scorso tour erano i membri di una setta, stavolta sono dei giocattoli.

B: Nei prossimi mesi cosa ti terrà impegnato?

R: Innanzitutto il tour, che porterò un po’ in tutta Italia, con una tranche estiva che è già partita e che poi proseguirà. La cosa che vorrei di più, però, è che la gente avesse il tempo di assimilare un po’ il disco, perché alcune tracce hanno bisogno di sedimentare un po’ per essere comprese a fondo. Un po’ come le piante, che hanno bisogno di tempo per crescere.

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