Rancore e dj Myke: l’intervista

by • 16/09/2011 • IntervisteComments (0)736

Trascrivere un'intervista con Rancore e dj Myke è un'impresa quasi impossibile. Rendere l'atmosfera della chiacchierata – la cordialità, la positività, i continui spunti e rimandi, la cultura musicale, la sintonia complementare tra i due – è un'impresa vera e il risultato è perennemente approssimato per difetto. Parlare con loro trasmette una sensazione di reale ottimismo rispetto alla scena e al futuro di questa musica. Sono umili, ma fiduciosi e volenterosi; realisti, ma speranzosi; hanno una voglia pazzesca di dimostrare chi sono e che cosa sanno fare, senza accodarsi all'ultimo trend del momento o snaturare il loro stile. E soprattutto, sanno essere profondamente innovativi senza per questo tradire le proprie (le nostre?) origini. Il vero spirito hip hop alberga in persone come loro: gente che non ha bisogno di troppo clamore o di gesti eclatanti, perché sa che il talento emerge da solo e prevale su tutto il resto, senza bisogno di troppa pubblicità. Alla vigilia dell'uscita del loro terzo lavoro insieme, abbiamo incontrato questa strana ma solidissima coppia per scoprire qualcosa in più sul loro sodalizio. Questo è quello che ne è venuto fuori.

 

Blumi: L'ultima volta che vi abbiamo intervistato è stato un anno fa. Cosa è successo di bello, nel frattempo?

Dj Myke: È stato un anno molto prolifico per noi: dopo Lo Spazzacamino abbiamo deciso per una collaborazione più seria e strutturata, quella che noi chiamiamo una “fonderia musicale”. Ci siamo messi al lavoro sul primo EP, Acustico, che secondo noi è un'ottima rilettura dell'hip hop italiano: ci tenevamo molto a trovare una chiave tutta nostra, che reinterpretasse il genere in maniera molto personale. Quel progetto per noi era una sorta di biglietto da visita, tanto che era anche in free download. Però ci è capitata una cosa strana, che personalmente non mi era mai successa prima: la gente non capiva perché fosse gratis.  Anzi, ci chiedeva addirittura di poterlo comprare, in qualsiasi formato. Si chiedevano perché un prodotto così curato dovesse essere regalato, confondendosi con i tanti altri lavori in free download che erano in giro… Pazzesco! (ride) Così quando ci abbiamo riprovato, abbiamo deciso per un prodotto più ambizioso. Naturalmente nella vita non c'è il bene senza il male, non c'è l'asciutto senza il bagnato, e non c'è neanche l'acustico senza l'elettrico: e infatti l'abbiamo chiamato Elettrico.

B: A ben guardare, però, Acustico non è propriamente acustico, e Elettrico non è propriamente elettrico: le sonorità si mischiano molto…

D.M.: È come lo ying e lo yang: nella totale assenza di qualcosa c'è sempre la presenza del suo opposto. Nell'acustico c'è sempre un po' di elettrico, e nell'elettrico c'è sempre un po' di acustico. Noi, comunque, abbiamo cercato di impostare i due progetti in maniera molto coerente: il tipo di sonorità citata nel titolo è stata sempre il punto di partenza imprescindibile.


B: A proposito di quello che dicevi prima, invece: Elettrico è effettivamente in vendita, non in free download, ma esiste solo in formato digitale. Perché non accontentare i collezionisti e fare uscire anche un cd?

Rancore: La scelta è anche un po' concettuale, in fondo: quando scarichi un mp3 fondamentalmente generi un flusso di elettroni, quindi cosa c'è di più elettrico di così? (ride) Ci piaceva l'idea di lanciare le informazioni nell'etere senza legarle a qualcosa di fisico, proprio come succede con l'energia. Detto questo, però, stiamo valutando la possibilità di realizzare un doppio cd che racchiuda sia Elettrico che Acustico.

D.M.: Tutti dicono che chi fa musica oggi deve puntare soprattutto sulla rete e sui prodotti digitali, ma a conti fatti la gente, quando apprezza un album, vuole anche il feticcio. Noi non ci precludiamo nessuna strada, anche perché ci sono persone che sono più comode con l'mp3 perché ascoltano tutto sull'iPod, e persone che invece hanno bisogno del cd o del vinile. Per il momento siamo usciti in digitale, ponderando bene la scelta anche insieme a Piotta, che ha prodotto l'album per La Grande Onda: ora cercheremo di accontentare tutti anche con questa limited edition in cd.


B: È abbastanza insolito che due artisti così diversi, che non hanno fondato un gruppo  e non condividono neanche una crew, inizino a fare musica insieme e portino avanti con continuità un sodalizio così esclusivo. Cosa trovate l'uno nell'altro?

D.M.: Quando c'è del terreno fertile, dove la roba cresce bene, bisogna sfruttarlo – nel senso biochimico del termine, eh, non parlo di sfruttamento della manodopera, ovviamente! (ride)  Io come dj ho vinto di tutto, e lui come mc spacca più della maggior parte della gente che conosco: non sentiamo il bisogno di appiccicarci addosso un'etichetta per autodefinirci “un gruppo rap”. Tanti altri, invece, badano solo all'involucro e sono considerati “un gruppo rap” più di quanto noi lo saremo mai. Noi non sentiamo il bisogno di una crew che ci comprima, ci legittimi o ci spinga in una certa direzione. Quando due poli opposti si attraggono, non c'è bisogno di nient'altro. Molti restano perplessi vedendoci, soprattutto per la differenza di età tra di noi, ma devo dire che tra tutti i rapper con cui ho lavorato negli anni, lui è uno dei più precisi e professionali. Una sintonia così l'ho trovata con pochissimi altri, tra cui dj Aladyn e Svedonio (il chitarrista con cui collabora regolarmente, co-autore anche di Acustico, ndr).

R: Tra di noi, poi, c'è un bellissimo botta e risposta. Non è che lui mi fa una base e io ci scrivo sopra un testo: il lavoro che c'è dietro ogni pezzo è molto articolato. E infatti li rende vivi, pieni di storia e di sfumature. Questa è la cosa che più mi ha fatto crescere, durante la lavorazione di questi due progetti: poterci confrontare davvero e riuscire sempre a trovare un punto di sintesi, indipendentemente dalle idee o dalle esperienze diverse.

B: Rancore, la tua biografia non è ancora conosciutissima e quel poco che si legge su Internet non soddisfa la nostra curiosità: raccontaci qualcosa di te…

R: Non amo parlare delle mie vicende personali: preferisco farle respirare nei miei testi, piuttosto che raccontarle esplicitamente. Posso invece dirti come sono arrivato a fare musica, una cosa che credo faccia capire molto della mia storia. Ho partecipato ai miei primi contest di freestyle a quattordici anni…

D.M.: (lo interrompe, ridendo) Rancore è un fenomeno: quando è nato, lui aveva già quattordici anni. Non è che non gli è successo niente di interessante prima di allora, è proprio che è venuto al mondo così, quattordicenne. È per quello che ogni volta che racconta la sua storia parte da quel punto!

R: Esatto! (ride anche lui) E a quindici anni ho iniziato subito a lavorare a
un primo progetto, senza perdere troppo tempo. Ho cominciato a prendere contatti con le persone che si occupavano di hip hop in città e a farmi conoscere. Myke l'ho incontrato quando abbiamo collaborato per Hocus Pocus

D.M.:
(lo interrompe di nuovo, proprio non ce la fa a restare serio, ndr) Sì, ma alle tue fan non interessa sapere come mi hai conosciuto. Loro vogliono sapere se sei fidanzato, quanti anni hai, cosa ti piace mangiare, che fai nel tempo libero, cose così. Diamo un po' di soddisfazione a 'ste ragazze, su!

R: Beh… Sì. Di fidanzate ne ho nove, per la precisione, e questo è buono per le fan, perché così sanno che c'è sempre spazio per una decima ragazza. Riguardo alla mia dieta, boh, a volte non mangio niente .E a volte mangio troppo. Tutto qui.

D.M.: Messaggio per le fan: passate dalla mia parte della barricata, perché come avrete capito dalla sua nun se spizzica 'n cazzo. (ride)

B : Visto che non c'è modo di cavarti manco mezza informazione, puoi almeno dirci se nella vita fai solo il rapper o anche altro?

R : No, ho anche altri lavori. Non uno in particolare, però. Diciamo che nella vita ho fatto di tutto, dal lavapiatti all'omino dei pop-corn. E questa cosa dei pop-corn la dico anche all'interno del disco, quindi come vedi chi vuole sapere qualcosa di me deve solo ascoltare! (ride)

B : Capita spesso che la gente si stupisca scoprendo un ragazzo come te, che pur essendo giovanissimo è in grado di dare la paga a rapper molto più “stagionati”… Secondo te questo pessimismo cosmico nei confronti delle nuove generazioni è giustificato?

R : Al momento il rap in Italia è molto più popolare di prima…

D.M. : A tratti anche populista, per come la vedo io.

R : Esatto. Fatto sta che lo ascolti ovunque, è impossibile non venirci a contatto. All'interno della scena, tutti hanno un ruolo ben definito e sanno quello che devono fare: le persone sotto contratto con una major sono consapevoli di quello che ci si aspetta da loro, così come lo è chi milita nell'underground. Ovviamente non è un giudizio sulla qualità: ci sono artisti sotto major che rappano molto meglio degli artisti underground, e anche artisti underground più capaci di altri artisti sotto major. Fatto sta che però secondo me è questo il motivo di quel pessimismo cosmico di cui parlavi: in una situazione in cui i ruoli sono così fissi e tutti sanno già cosa fare e cosa aspettarsi, sembra che nulla si muova o cambi davvero. Tutto appare vecchio, già sentito, e anche i ragazzi nuovi finiscono per rappare da vecchi. È difficile uscire dal seminato, per non sbagliare ti senti in obbligo di ricalcare la stessa strada degli altri: non esiste più quella continua tensione a fare qualcosa di oggettivamente nuovo. Così, non appena arriva un qualsiasi artista giovane che prova a fare qualcosa di diverso, sembra una tale rivoluzione che tutti si sconvolgono.

D.M.: Un sacco di ragazzi, quando iniziano, adottano un certo stile non perché lo preferiscono, ma perché lo fanno tutti gli altri: dentro di loro, si convincono che per sembrare fighi devono fare la stessa cosa anche loro. O peggio, che per essere hip hop devono andare per forza in quella direzione, vestirsi in un certo modo, fare certe cose. Oltretutto, molto spesso anche le produzioni fatte a livello professionale, magari dalle major, seguono il peggio di questa tendenza. Esistono dei criteri oggettivi nella musica: se una strumentale è stonata o suona male, non si può far finta che si tratti di una licenza poetica. Se è copiata, non possiamo fare finta che si tratti di un omaggio. Troppo comodo così. Esistono persone totalmente incompetenti che si sono auto-elette guru della musica e dettano legge, influenzando anche tutte le nuove generazioni: mi piacerebbe tanto mandarli a calci in culo in America e vedere se le loro teorie reggono, lì! (ride)

B: In questo periodo, la maggior parte della gente che fa rap non si ispira ai vent'anni di storia di hip hop italiano che ci hanno preceduti, ma piuttosto agli ultimi tre o quattro anni, e solo a determinati gruppi. Voi, invece, siete totalmente in controtendenza: per stile e personalità, Rancore sembra un po' un alieno piovuto qui dagli anni '90…

R:
In parte è una cosa voluta. Io sono cresciuto con il rap italiano: da quando ho iniziato ho scritto tantissimo, e ho studiato per cercare la maniera più personale possibile di farlo. Ho ascoltato tutti, senza eccezione, prima di riuscire a trovare la mia chiave. Non escludo di assomigliare a questo o a quel rapper, in alcuni pezzi: è possibilissimo, quando ascolti qualcuno così a lungo e a fondo è impossibile non esserne un po' influenzato. Sicuramente, però, da quando ho iniziato a lavorare sulle produzioni di Myke è cambiato qualcosa: i suoi beat hanno un suono molto personale, ed è necessario uno stile, un flow e una metrica altrettanto personali e inconfondibili.

D.M.: Consideriamo, oltretutto, che gli anni '90 per il rap sono come gli anni '70 per il rock: una golden age di incredibile creatività. Il fermento di quel periodo ha generato la maggior parte degli artisti davvero validi, quelli che sopravvivono ancora adesso: come si fa a non ispirarsi a quel periodo? 

R: Ovviamente io gli anni '90 li ho scoperti solo dopo, considerando che all'epoca avevo da 1 a 10 anni, ma nei primi anni 2000 ancora si respirava un po' di quella magia e io credo di averla assorbita.

B: Hai assorbito soprattutto l'autoironia e il non prenderti troppo sul serio nei testi, una caratteristica che in quel periodo era molto più spiccata (penso a gente come Lugi, Turi o allo stesso Fabri Fibra, tutta gente che amava molto scherzare e prendersi in giro)…

R: Attraverso l'ironia è possibile arrivare a dei messaggi molto più incisivi, a insultare l'avversario in maniera molto più pesante rispetto al tradizionale “ti spacco il culo”.

D.M.: L'Italia è uno strano paese: abbiamo musicisti seri e deputati ironici. Dovrebbe essere un po' il contrario: perciò invito chi ha voglia di fare il serio a buttarsi in politica, e a certi politici amanti dello spettacolo e della teatralità di tentare con il rap, perché sono qualità di cui la scena avrebbe bisogno. Scherzi a parte, comunque, noi tentiamo di buttarla un po' sull'ironia perché se dovessimo raccontare davvero il nostro disagio senza filtrarlo, la nostra sarebbe musica parecchio pesante.

R: Io già mi chiamo Rancore, se mi mettessi anche a scrivere testi incazzati saremmo davvero a posto! (ride) Anzi, per essere precisi, il rancore è proprio quel sentimento che ti porti dentro, che covi tra te e te, ma che non esprimi mai: proprio come la nostra musica, in qualche modo.

B: Tornando a parlare di sonorità, nel disco c'è veramente di tutto: suoni, rumori, citazioni, estratti estrapolati qua e là, frasi campionate e chi più ne ha, più ne metta. Come mai questa scelta?

D.M.: Volevamo dare una tridimensionalità alle produzioni, che sono proprio come i pensieri: non viaggiano mai in linea retta. Anche perché ogni beat è un lavoro a quattro mani, anzi, a sei, considerando che anche Svedonio lavora sempre con noi (e bisognerebbe contare anche Aladyn, che è una specie di presenza fissa anche quando non è lì fisicamente). Su quest'ultimo album, però, ho l'impressione di essere riuscito a semplificarli un po': di solito erano molto più affollati! A me piace scrivere e arrangiare tutto come se fosse un racconto, quasi una colonna sonora. Ad esempio per Acustico ho usato molto suoni del legno, mentre per Elettrico c'è molto ferro. Come produttore, poi, io lavoro in più fasi: la prima versione del beat è molto più semplice, ma dopo che Rancore ci ha scritto sopra riprendo in mano il beat e lo arricchisco per sottolineare le sue parole a livello sonoro, in modo da dare importanza alla voce e supportarla. È un sistema utilizzato correntemente da tutti i musicisti del mondo, ma nel rap italiano non si usa tanto, purtroppo. Io, fortunatamente, nella mia carriera ho lavorato a tanti generi musicali diversi, dalla musica classica a oscure produzioni giapponesi, e quindi ho avuto modo di imparare, arricchirmi e sperimentare molto. C'è chi lo ritiene un punto di demerito, perché in questo modo sarei meno hip hop, ma vorrei lanciare una domanda: tu che ci leggi, secondo te chi è più hip hop? Tu o il tuo New Era? Sei più hip hop con o senza? Se vai in un club vestito normalmente, anziché da b-boy, ti senti comunque uguale?


B: Lanceremo un sondaggio e ti faremo sapere le risposte! Tornando a noi, l'anno scorso, quando vi avevo intervistato, eravate in trattativa con Universal per il primo album di Rancore. Com'è andata a finire?

R: A livello di edizioni musicali, sia Acustico che Elettrico sono targati Universal.

D.M.: Diciamo che non abbiamo trovato un accordo discografico, perciò non siamo prodotti concretamente da loro. È una storia lunga, diciamo che forse le nostre esigenze non collimavano, o forse non eravamo il prodotto più adatto a loro. Naturalmente le porte restano aperte per il futuro, ma per ora abbiamo preferito non precluderci alcuna strada. Chiaramente una major vuole delle garanzie, quando ti prende sotto la sua ala: noi credevamo molto nel nostro progetto e nella nostra idea, perciò abbiamo preferito fare un tentativo a modo nostro, con un'uscita che non contemplasse nessun compromesso artistico. Intendiamoci, non si trattava di enormi compromessi: una piccola limatura qui, ammorbidire un po' là, evitare questo o quel dettaglio. Però, a furia di ammorbidire e limare, il senso del progetto rischiava di cambiare, e rischiavamo di tirarci la zappa sui piedi. Loro hanno rispettato la nostra scelta e hanno deciso comunque di supportarci a livello editoriale; per tutto il resto ci siamo trovati benissimo con Piotta, che con La Grande Onda ha sposato totalmente la nostra causa.

R:
Noi volevamo pubblicare questi pezzi perché la gente li ascoltasse: non ci interessava tanto il veicolo con il quale sarebbero stati divulgati, l'importante era divulgarli nella maniera giusta. Alla fine la gente li ha ascoltati, perciò siamo contenti così. La major ha senz'altro dei canali molto più grossi, ma non avrebbe divulgato proprio questi pezzi: sarebbero stati un po' diversi. Evidentemente, quindi, per questi pezzi la cosa giusta non era una major.

D.M.: Rispetto tantissimo chi è riuscito a lavorare con una major, perché è una realtà talmente complessa che devi volerlo davvero e sforzarti per arrivare a un compromesso. Se accetti passivamente la situazione o la subisci, non sembri convincente né agli occhi del pubblico, né a quelli delle persone con cui lavori. Proprio per questo, noi siamo felici delle nostre scelte. Nella carriera di tutti gli artisti il primo disco è quello più importante, il più bello: volevamo farlo a modo nostro. Poi, per tutti quelli a venire, possiamo anche pensare di riparlarne. Ma dobbiamo essere noi a decidere il destino della nostra musica.


B: Progetti futuri?

R: Tra breve, forse già il mese prossimo, uscirà un nuovo EP: dopo Acustico ed Elettrico, è il turno di Silenzio.

D.M.:
È una specie di sintesi di quello che abbiamo fatto finora, ma allo stesso tempo è molto diverso. È un progetto non populista, per così dire: sta per arrivare anche in Italia l'ondata dubstep, tutti si scopriranno esperti di quelle sonorità, e quindi noi risponderemo a questa tendenza alla nostra maniera.

R:
La musica in Italia è un po' una grossa succursale del resto del mondo! (ride)

D.M.: È in arrivo anche il nuovo disco dei Men in Scratch. Non so ancora dirvi quando uscirà, ma posso già dirvi che non avrà neanche un featuring e conterrà delle riletture di pezzi italiani, dagli anni '40 in poi.


B: Wow! Un lavoro mica semplice…

D.M.: Infatti. Per ora siamo solo arrivati al livello base, ovvero quello in cui io e Aladyn ci guardiamo negli occhi e ci diciamo “Ma siamo proprio sicuri di volerlo fare?”. (ride)

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