RackGaki Japanese Graffiti

by • 20/12/2007 • RecensioniComments (0)498

Primo, e forse unico libro, (nonché DVD allegato) sulla scena nipponica il cui titolo è una derivazione del termine esatto con cui in Giappone si parla di graffiti.
Il Giapponè è forse addirittura il primo paese dell’estremo oriente in cui il writing ha preso piede e si è diffuso consistentemente a livelli anche molto alti e riconosciuti anche all’estero. Ciò grazie alla presenza di metropoli dal tessuto urbano (e suburbano) sviluppato in modo da renderle la “tela perfetta” e il perfetto motore di una crescita continua di cui Tokyo è, ovviamente, la massima rappresentazione; per quanto non manchino all’appello altre città molto significative come Osaka, Hyroshima e Nagoya.
Un primo approfondimentio, con relativa intervista a Zen One, è sulla tecnica e sull’innovazione del joint cap, “attrezzo del mestiere” determinante nel writing nipponico. Anche qui, quello che emerge, è soprattutto la capacità dei giapponesi di svilupparsi autonomamente nonostante il “ritardo” dovuto all’insularità del paese.
Dopo l’excursus tecnico l’attenzione si rivogle verso i singoli rappresentanti della scena. Apre Kres, uno dei più influenti, legato anche a collaborazioni con writers di altre nazionalità come gli Os Gemeos di San Paolo (Br), componente della SCA Crew insieme a Butobask, conosciuto sopratutto per i treni.
Un altro stile personalissimo e inconfondibile è quello di Kane, rappresentante di quella che può essere definita una sorta di old school locale. I suoi colori ricordano per imapatto i lavori di Futura e Rammellzee. Artista di copertina Esow (Tokyo) lascia sbalorditi, i suoi personaggi sono in grado di unire la linearità grafica tipicamente nipponica con tonalità tenui e un’intepretazione delle forme capace di interagire direttamente con tutti gli elementi dello spazio urbano. In copertina, infatti, una personificazione/ reinterpretazione del monte Fuji di Hokusai come sfondo allo skyline della metropoli.
Figura femminile sella scena del Sol Levante è Sasu che in coppia con la brasiliana Nina, ha dipinto anche in Europa e Stati Uniti.
Da Tokyo a Nagoya, dove i tentacoli dipinti da Squez catturano lo sguardo dei passanto tra rooftops e rampe di scale.
L’attenzione di sposta poi verso Osaka, in cui i pezzi di Casper sono parte integrante della città. Membro di una delle crew più prolifiche della metropoli (CMK), oltre ad “invadere” ironicamente la città con i suoi mostri, il suo studio e la sua ricerca si focalizzano prevalentemente sul lettering, sulla calligrafia e sull’uso dell’alfabeto (sia giapponese che occidentale). Proprio a questo proposito è affascinante, nelle pagine di Rackgacki dedicate all’artista di Osaka, vedere come i due alfabeti spesso vadano ad amalgamarsi mantenendo comunque la propria individualità.
Concittadino di Casper è Depas che oltre alla duplicità degli alfabeti usati tende a mischiare anche icone della cultura occidentale con immagini direttamente provenienti dalla tradizione nipponica.
Di Very, oltre al contributo fotografico, c’è anche un’intervista. Presentato come ambassador del writing giapponese sviluppa in queste pagine alcune riflessioni relative alla storia e allo sviluppo della scena locale. Viene poi menzionato il tema, ben più pratico, del rapporto con la legge e delle differenze che intercorrono tra le diverse città del paese.
L’attenzione si focalizza comunque, ancora una volta sull’alfabeto e sulle considerazioni di Very a riguardo. Quello che sembra avere valore cenrale è il fatto che la maggiorparte dei writers presi in esame ha adottato il lettering inglese non solo per un legame con l’origine di questo movimento ma anche per una maggiore accessibilità, nonostante al nostro occhio occidentale, l’ideogramma mantenga comunque un fascino indiscutibile.
L’impatto è quello che hanno i throw ups di Zen One (di Osaka) la cui intervista mette in evidenza un aspetto molto importante dei RackuGaki, ossia il fatto che pur mantenendo forte la consapevolezza e il legame con la scena newyorchese che ha dato l’input al resto del mondo, la scena nipponica manifesta una grande indipendenza a partire dalle tecniche e dagli strumenti del mestiere (i caps di cui si parla nelle prime pagine e gli spray) fino agli stili, molto originali nonostante, di fatto, il wiring in giappone abbia iniziato a svilupparsi consistentemente solo negli anni ’90.
La lunga gallery in cui con interviste e immagini viene presentata parte dei writers più significativi si conclude con i personaggi di Emar e Tenga e con le tags di Zys onnipresenti nelle strade di Tokyo.
Segue la sezione divisa per luoghi secondo i vari districts della città dove oltre ai già citati writers locali fanno la loro apparizione anche pezzi di ospiti come Os Gemeos e Nina.
Altre locations sono i parchi, gli immancabili sottopassi e, ovviamente, i treni a conferma del fatto che “tutto il mondo è paese” (è il caso di dirlo per quanto suoni antiquato) e anche qui tunnels, ferrovie e rooftops sono sempre e comunque i luoghi preferiti. Ed è proprio sotto uno dei tanti ponti che attraversano il fiume Tama che compaiono pezzi di storici “maestri” da oltreoceano come Revolt e Zephyr.
Un altro posto preso in considerazione è l’ospedale abbandonato di Kanagawa, struttura in disuso che ricorda un po’ la factory 5 Points di Meres1 a parecchi chilometri di distanza.
Non manca, chiaramente il focus sulla questione bombing e treni, a cui tuttavia sono dedicate forse troppe poche pagine anche se bilanciate da un’intervista a Butobask. Le immagini che corredano l’intervista non sono soltanto di treni dipinti da giapponesi ma anche da writers provenienti da altre parti del mondo come Set e Supaflie.
In conclusione l’intervista di Very fornisce una visione d’insieme di quella che è la scena negli altri paesi asiatici: Tailandia, Cina, Korea del Sud e del rapporto che intercorre tra questi e le scene occidentali.
Nell’attesa che vengano pubblicati altri libri sul tema ci accontentiamo di vedere il dvd allegato che contiene interviste, extra features e immagini amalgamate con musica non solo di murate ma anche di paesaggi metropolitani veramente suggestivi, viene quasi in mente City Glow di Chiho Aoshima, dove torri e palazzi sono personaggi surreali e quasi malinconici.
Niente orpelli, comunque, solo materiale essenziale per ampliare la visione d’insieme fornita dalle fotografie del libro che già dopo poche pagine fa venire voglia di salire sul primo aereo…

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