“Quello che faccio per me è arte”: Mambolosco racconta Arte, il suo nuovo disco

by • 16/09/2019 • CopertinaCommenti disabilitati su “Quello che faccio per me è arte”: Mambolosco racconta Arte, il suo nuovo disco360

Sembra passata un’eternità da quando, con Guarda come flexo, Mambolosco si presentava in pompa magna alla scena rap italiana, con un brano dal successo tanto fragoroso quanto inaspettato. In realtà, però, quest’eternità corrisponde a due soli anni; che però, nei tempi della discografia attuale, sono effettivamente tutt’altro che pochi. Nel mentre, diversi singoli – tra cui proprio il sequel della sua hit -, ma un progetto ufficiale che sembrava non voler vedere la luce.

L’attesa però è finita: per Virgin Records (Universal Music Italia), Mambolosco ha pubblicato Arte, il suo disco d’esordio ufficiale. “Arte perchè la musica è arte, quello che faccio per me è arte, voglio dargli importanza, perchè in Italia la trap spesso è vista come una roba da ragazzini”: esordisce così l’artista vicentino, durante la conferenza stampa. Una presa di posizione importante, soprattutto riguardo il discorso “trap”, in Italia mai compreso del tutto, anzi, fin troppo spesso inquadrato nella maniera più sbagliata possibile. Quando gli chiedo come si sente a parlare di trap, quando ormai da mesi in tutto il mondo si vocifera che questa corrente si stia avviando al tramonto, la sua riposta è piuttosto perentoria: “adesso è il momento di dimostrare che questo genere rimane. Prima della trap non c’era qualcosa che ha mosso così tanti ragazzi, secondo me la trap rimarrà ancora, almeno per qualche anno”. Non c’è data di scadenza, insomma, al genere attorno al quale è costruito il suo disco, che però non disdegna influenze r’n’b e rock – grazie anche al lavoro di un team di produttori che annovera, tra gli altri, Nardi, Sick Luke, Ava e Boston George. Mambolosco di trap ne sa parecchio, sia perchè è un ascoltatore accanito – “non ascolto moltissimo rap italiano, ascolto soprattutto roba americana” -, sia perchè, essendo italoamericano, subisce molto di più l’influenza di ciò che accade oltreoceano. “L’essere italoamericano ha influito fortemente non solo sulla mia musica ma proprio sul mio modo di essere – mio padre era un militare, quindi fin da piccolo ho viaggiato tantissimo, ogni 4 o 5 anni ci spostavamo” racconta, quando qualcuno gli chiede delle sue origini e del suo rapporto con gli U.S.A.; “da piccolo mi sentivo un po’ un alieno, mi vestivo come i rapper e la gente diceva “ma questo dove va”, e ora lo fanno tutti”. Negli anni in effetti l’estetica e l’immaginario della trap si sono sdoganati forse anche più della musica in sé, e Mambolosco ci racconta di quanto ciò sia vero soprattutto per la sua Vicenza: “Vicenza nuova Atlanta” ci dice scherzando, “c’è un bel movimento, la presenza della base militare la rende comunque “americanizzata” per certi versi.

“Americanizzato” è un termine che usa anche per descrivere Arte, dicendo che “secondo me il mio albu in America sarebbe stato apprezzato, se invece un italiano provasse a far uscire un disco in stile Young Thug da noi, sarebbe decisamente un esperimento, ma non saprei se riuscirebbe o meno”. Parla degli ascoltatori italiani come “difficili”, nonché meno attenti al panorama degli emergenti, a differenza di quanto accade in Italia. Parliamo poi dei featuring, che vedono una schiera di nomi sulla cresta dell’onda: Tony Effe, Pyrex, Boro Boro, Shiva, Enzo Dong e Nashley. “Con Boro volevamo fare qualcosa più da club, dopo il successo di Lento” ci dice, mentre “con Ava abbiamo fatto una bella trappata, ci siamo beccati che eravamo una ventina a casa con amici, il beat che andava, ho scritto e realizzato il pezzo lì”. Un modus operandi molto più americano che nostrano, a ribadire il fatto che l’approcio di Mambolosco è affine all’America sotto tutti i punti di vista. “Enzo e Shiva spaccano tantissimo, poi ci ho legato anche al di fuori della musica – quella con Shiva forse è la traccia più vicina ad un approccio più “hip hop classico””. Non mancano poi i pezzi più chill, come No Cap, o i banger da club come Twerk.

Chiudiamo toccando la spinosa questione del rapporto immagine-musica, sempre più complicato negli ultimi tempi. Mambolosco sembra non avere il minimo dubbio: “L’immagine oggi fa il 40%, non basta solo la musica, anche se fai schifo e hai un’immagine fortissima puoi farcela”. Un’osservazione un po’ drastica forse, ma probabilmente tutt’altro che distante dalla realtà delle cose. E allora a cosa ha pensato Mambolosco, per l’immagine di questo disco? Basta guardare la copertina. “Volevo qualcosa di artistico” dice, “però doveva gocciolare”. Sorride, forse l’abbiamo capito in tre – il riferimento al concetto di “drip” è un’altro dei tratti più americani di Mambo, e non possiamo che sorridere anche noi.

Related Posts

Powered by Calculate Your BMI