Quattro chiacchiere con Franco Micalizzi sulla musica di oggi

by • 17/01/2014 • Copertina, IntervisteComments (0)1005

Abbiamo avuto l’onore e il privilegio di scambiare quattro chiacchiere con il maestro Franco Micalizzi, un autore di culto per tutti i beatmaker italiani e non solo. Spiegarvi chi è e il valore della sua opera probabilmente è superfluo, ma per chi avesse vissuto su Marte fino all’altro ieri, ricordiamo che si tratta di uno dei principali compositori di colonne sonore che il nostro paese abbia mai avuto (suo il tema de Lo chiamavano trinità, ad esempio), ed è diventato celebre soprattutto grazie ai film poliziotteschi italiani anni ’70. Da poco ha pubblicato un nuovo album, Miele, e un’autobiografia, C’est la vie d’artiste. Abbiamo tralasciato le domande più istituzionali e tradizionali, per così dire, per concentrarci su un argomento che difficilmente gli capita di affrontare durante le interviste: il suo rapporto con la musica contemporanea in generale e l’hip hop in particolare. 

B: I produttori hip hop ti venerano, letteralmente. Ti capita di ascoltare quello che combinano partendo dai tuoi sample?

Franco Micalizzi: Certo! Quella del campionamento, per me, è una tendenza curiosa. Uno dei primi è stato Cassidy, che ha campionato un mio brano, Affanno, per trasformarlo in una canzone d’amore, Can I talk to you. Già solo leggendo i titoli c’è un’evidente contraddizione tra quello che volevo esprimere io e quello che ha voluto esprimere lui, ma nonostante tutto il risultato mi è piaciuto moltissimo: mi è sembrata una canzone molto incisiva, funziona bene. Spesso vado su Who Sampled a vedere se c’è qualcosa di nuovo: da quando ho scoperto il sito, lo uso spesso. Anche per interesse, perché così vado dal mio editore a chiedere se lui è a conoscenza della cosa. Molti non hanno neanche chiesto l’autorizzazione, si sono limitati a prendere e riutilizzare. Un po’ come è successo per la suoneria de Lo chiamavano Trinità: ce l’hanno tutti, ma ovviamente nessuno mi ha mai chiesto il permesso, e i soldi non arrivano certo a me…

B: Un bell’ardire, considerando che tu sei anche un consigliere Siae.

F.M.: Non solo: sono addirittura presidente del consiglio di sorveglianza! (ride) Mi batto sempre per i diritti d’autore: stanno distruggendo pezzo per pezzo il mercato musicale italiano, affamando i musicisti con pagamenti che arrivano al massimo a 20 centesimi per utilizzo. Tra poco chiuderemo tutti bottega, se continua così: non ci sono sbocchi. I dischi fisici non si vendono più e la vendita digitale non è assolutamente sufficiente a foraggiare il sistema.

B: Tornando al rap, nel 2006 sei stato parte del progetto Gli Originali, da un’idea di DeeMo, David Nerattini e Silvia Volpato di Superfly, in cui tu e la tua Big Bubbling Band suonavate insieme ad alcuni tra i più apprezzati mc italiani di sempre (vedi alla voce Colle Der Fomento, Turi, Moddi, Kaos) con il palco invaso da Next One e la sua crew. Io ero presente alla prima delle due date, al Rolling Stone di Milano,  e ricordo cori da stadio, manifestazioni di isteria collettiva e gente che cantava a memoria le tue composizioni. Ti era mai successo di esibirti per un pubblico così scatenato e urlante?

F.M.: No, mai! Quando faccio i concerti con la big band di solito il pubblico è molto educato e composto, anche perché sono tutti seduti. Alla prima di Milano, invece, c’era una massa di gente compressa sotto il palco che saltava e alzava le mani al cielo. L’impatto è stato fortissimo: vai in scena e bum, un muro di energia ti travolge. All’inizio non capivo bene: oddio, che è successo? Che me vojono dì questi? (ride) Poi, dopo un po’, ho superato il primo momento di smarrimento e me la sono goduta tutta, tanto che abbiamo replicato anche a Roma. È stata una situazione davvero inconsueta per me, ma non ho mai paura di fare nuove esperienze. Ricordo ancora quando sono venuti molto timorosamente a chiedermi se mi andava di prestarmi all’esperimento: “Senta, maestro, noi avremmo pensato a questa cosa e ci domandavamo se forse lei…”. La mia risposta è stata immediata: “Certo, è un’idea molto carina! Quando?”. Non bisogna tirarsi indietro davanti alle novità.

B: Ecco, a proposito di novità: ho scritto su Facebook che ti avrei intervistato, e un producer che si occupa di elettronica (The Golden Toyz, parte dell’etichetta Doner Music di Big Fish, ndr) mi ha detto di dirti che le tue composizioni per ottoni sono perfette per la musica trap…

F.M.: La musica trump?

B: No, trap. Mi chiedevo, visto che sei così ferrato sull’hip hop, se sai cos’è la trap…

F.M.: No, assolutamente. Devo essere rimasto indietro, scusate, il giorno in cui l’hanno spiegata avevo l’influenza! (ride) Stare appresso a tutte queste nuove evoluzioni è impossibile. L’hip hop comunque è un’altra cosa, non è solo musica, è una cultura che ha dentro molte altre componenti, come ad esempio il ballo. Una volta, su YouTube, ho visto un ragazzo che ballava la breakdance sulla musica della Morte del Cigno: una cosa bellissima, mi sono commosso fino alle lacrime. È un’arte trasversale che si occupa di tutto, s’infila dappertutto e parla un linguaggio universale, non si può paragonare a nessun altro genere musicale moderno.

B: Apprezzi l’hip hop a tal punto che stai lavorando a un musical in chiave rap. Ci racconti qualcosa in più?

F.M.: Volentieri, anche perché ho deciso di uscire allo scoperto e di cominciare a parlare di questo progetto: se aspetto che i promoter si decidano stiamo freschi, ormai in Italia gli unici musical che si producono sono spettacoli per famiglie… E la mia Spray street è un’opera rap, per così dire, quindi non è assolutamente per famiglie. È la storia di due bande di ragazzi che vivono alla periferia di una grande metropoli, e la trama si dipana attorno a questi due gruppi che sono in conflitto, con un prete di strada che cerca di mediare tra i due gruppi (uno dei miei personaggi preferiti). Oltre alle classiche canzoni da musical contiene anche moltissimi brani rap: l’intera opera è scritta da me e Marco Barboni, il figlio del regista di Lo chiamavano Trinità, con l’aiuto di Turi che ci ha dato una mano a strutturare i testi rap. Speriamo di riuscire a instillare un po’ di lungimiranza nei produttori teatrali italiani! All’estero non sarebbe così difficile andare in scena con uno spettacolo del genere…

B: Tu in effetti hai lavorato moltissimo in Italia, ma all’estero decisamente meno. Col senno di poi, ti spiace non averlo fatto?

F.M.: Sono stato un paio di volte negli Stati Uniti, ma entrambe le volte per registrare colonne sonore di film italiani: in quei casi avevamo deciso di andare in America perché avevamo bisogno di musica di un certo tipo, funky e ritmica. E devo dire che entrambe le volte mi sono trovato benissimo, trovando degli elementi davvero validi, molti dei quali erano italoamericani con nomi inglesizzati e storpiati. Ci tornerei volentierissimo, perché il materiale umano è pazzesco.

B: Last but not least: vuoi dare un consiglio ai giovani compositori che vorrebbero provare a fare musica strumentale in Italia, magari proprio per il cinema?

F.M.: Chi vuole fare musica strumentale dalle nostre parti ha una vita difficilissima: se noi italiani non sentiamo cantare, o meglio, se non sentiamo le parole, non riusciamo a connetterci, perché è il linguaggio che ci aggancia alla canzone. Ai giovani consiglio di avere pazienza, soprattutto dal punto di vista economico. Io credo fermamente in una cosa: se vuoi fare i soldi alla fine li farai, perché se hai questa fissa in testa vuol dire che sei davvero disposto a tutto per arricchirti. Se invece vuoi realizzarti, esprimerti per quello che sei, far avverare i tuoi sogni, faticherai tanto, ma sarà una bellissima fatica.

Ps: se siete interessati anche a domande più istituzionali e a saperne di più sulla storia di Franco Micalizzi in generale, vi suggeriamo di dare un’occhio all’intervista pubblicata sul numero di Maxim di gennaio, attualmente in edicola.

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